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Quando si perde, a calcio come in
politica, ciascuno possiede una chiave sicura per capire la sconfitta:
la formazione, i cambi non azzeccati, il fiato, il gioco scorretto degli
avversari. Magari mancava pure l’amalgama… Quando si perde
dopo aver conquistato dodici regioni su quattordici, mentre nelle segreterie
del centrosinistra già si chiosava sui nomi dei futuri sottosegretari
e presidenti di commissione, la sconfitta sa perfino di beffa. E viene
voglia di andarseli a guardare uno ad uno, i falli dell’avversario:
Berlusconi che cala a Catania come Creso distribuendo contributi pubblici
e privati, il sindaco Scapagnini che inaugura per la quarta volta la
medesima rotonda in ferro e cemento, il consueto porta a porta per procacciarsi
qualche migliaio di voti sul mercato nero in cambio di telefonini e abbonamenti
al satellite (altro che il comandante Lauro, prima del voto la scarpa
destra, dopo quella sinistra…). Insomma, il giorno dopo siamo tutti
allenatori frustrati, incarogniti e ciarlieri.
Eppure bisogna cominciare a ragionare su questo voto. Anche perché siamo
stufi di questa vecchia parodia sulla città sfacciata e strafottente,
metà Brancati e metà Sgalambro, sempre un filo sopra le righe
nelle urne come nelle risate. A raccontarla così, sembra davvero
che Catania viva d’una sua extraterritorialità letteraria,
algida e irraggiungibile qualunque cosa accada in terra, come la prima
pagina del Times che quando scoppiò la seconda guerra mondiale aprì con
i saldi da Harrod’s.
Occorre ragionare. Anzitutto su noi stessi. Ovvero sul centrosinistra,
che quaggiù invecchia male. Abbiamo aperto e chiuso questa campagna
elettorale con gli stessi riti sciamanici che osserviamo da quindici anni:
concerto di Franco Battiato in overture, concerto di Carmen Consoli in
chiusura. Rigorosamente gratis. Bella musica, canzoni preziose, artisti
generosi, piazze piene. E con ciò? Dov’è scritto che
chi viene ad ascoltare Battiato si senta poi impegnato a votare per Enzo
Bianco e per il centrosinistra? Non accadeva nemmeno ai tempi di Pinochet
e degli Inti Illimani: la gente andava ad sentire el pueblo unido e poi
magari votava La Malfa.
Siamo invecchiati. Tutti: anche chi scrive. Continuiamo a proporre un’immagine
un po’ appannata del nostro ottimismo. Ancora una volta abbiamo rispolverato
il buon dottor Pistorio, patròn della StMicroeletronics (l’Etna
Valley, per capirci…), il nostro rassicurante ambasciatore presso
i mitici ceti produttivi. Solo che Pistorio è appena andato in pensione
e la St sta smobilitando il suo polo di Catania. Lunedì, mentre
le urne certificavano la nostra sconfitta, un’agenzia annunciava
il prossimo taglio di tremila posti di lavoro. Prevedibili. Anzi: previsti.
Si chiedeva bene ieri Francesco Merlo: dov’è finito il voto
operaio dell’unica città siciliana che abbia ancora un residuo
di cintura industriale? Bisognerebbe cominciare a chiederlo ai tremila
esuberi nell’azienda di Pistorio.
Siamo invecchiati, nel senso che siamo rimasti tra noi, come un circolo
dei civili che ad ogni campagna rispolvera i vice, gli ex, i reduci. Una
compagnia di gente perbene di cui i giornalisti forestieri continuano a
storpiare perfino i cognomi. Da quella parte il vicesindaco in pectore
si chiamava Nello Musumeci, dieci anni da presidente della Provincia, 150
mila preferenze alle ultime Europee e lo conoscono pure le pietre. Quanti
dei nostri lettori conoscono il nome del vicesindaco proposto dal centrosinistra?
Siamo invecchiati sapendo di essere i migliori, i più onesti, i
più garbati: gente perbene, appunto.
Poi, però, a Librino e nelle altre isole della mesta periferia catanese
prendiamo un terzo dei voti del Polo.
Che ha fatto la sua parte, resuscitando le seduzioni e i sorrisi da lupo
da vecchia diccì. La deriva autonomista di Lombardo? La terza via?
Cosine carine da raccontare agli inviati del nord, quelli in cerca della
Baviera siciliana. Lombardo ha semplicemente messo in campo centottanta
candidati nel più pittoresco e rabbioso concorso pubblico che si
ricordi: a chi passava il turno, tremila euro esentasse garantiti per cinque
anni. Credetemi, nessuno dei candidati di Lombardo ha cercato voti parlando
di Strauss e della Baviera.
Spiegavano tutti, con onesto candore: noi siamo la diccì. Punto.
Che si fa quando gli altri cercano di rimettere in campo la democrazia
cristiana? Tiri fuori l’argenteria di famiglia? Aspetti la conversione
di Rafè Lombardo? Reciti a memoria i peccati dell’avversario?
Enzo Bianco era il miglior candidato, il più stimato,il più popolare:
ma non è bastato. Se alla fine ha vinto l’iperbolico e improbabile
Scapagnini, non possiamo prendercela solo con i catanesi. Come si dice:
occorre rimboccarsi le maniche. Senza far volare gli stracci ma senza neppure
consolarsi pensando che, tanto, si sa, Catania è sempre una gran
puttana…
catania
ci manda a dire... |
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