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La fatica è tanta. E’ quella
di chi giorno dopo giorno insegue un cambiamento radicale della proprie
identità professionale, contando sulla propria ostinazione la
propria coerenza e tenacia, e poco altro tra le mille difficoltà del
quotidiano.
L’orgoglio è ferito. E’ quello di chi ha visto comprimere
il proprio ruolo decisionale all’interno della scuola, da una riforma
complessiva che ha svuotato il ruolo partecipativo del docente, deresponsabilizzandolo,
in modo sostanziale nel campo delle scelte di politica scolastica.
La mancata riforma degli organi collegiali ha infatti impedito di introdurre
dei contrappesi ai poteri e alle responsabilità concentrati sul
Dirigente scolastico al quale ogni istituzione scolastica è legata
in modo a mio avviso eccessivo
Il ruolo del Dirigente è ormai un ruolo prevalentemente di gestione
amministrativa.
Si sente il vuoto di una leadership didattica.
Il D.S. continua a presiedere il Collegio dei docenti con una impronta
che è ormai prevalentemente gestionale e amministrativa.
La fatica di chi lavora consapevole al tempo stesso dell’importanza
del proprio lavoro sui giovani e dello scarso prestigio sociale di cui
gode oggi la scuola e chi ci lavora.
Di chi non si sente parte di un grande progetto di rilancio dell’intero
paese.
Al di là infatti di certe retoriche affermazioni, si investe poco
sulla scuola e sugli insegnanti, per accompagnarli in un passaggio cruciale
della nostra società: la scuola non è più quello che è stato
e non è ancora quello che sarà.
Si lavora tra difficoltà e paradossi, come quello di non trovare
fondi per l’acquisto di strumenti per la didattica, in scuole che
sono spesso ospitate in locali in affitto concepiti per altri usi, in scuole
però travolte da fiumi di denaro per finanziare progetti che hanno
ormai corrotto la scuola dal suo fine istituzionale.
In scuole che tra progetti del PON e del POR, arrivano anche a superare
il numero di 30 nella stessa annualità.
Un fiume di risorse, gestito talvolta in modo scomposto, che rischia di
travolgere la didattica ordinaria, senza quasi mai contaminarla positivamente.
I risultati delle attività finanziate spesso non diventano patrimonio
condiviso all’interno delle stesse scuole, anche per la mancata attuazione
della riforma del MIUR.
Pesa infatti l’assenza di strutture territoriali in grado di supportare
efficacemente le scuole autonome mettendo a disposizione strumenti e professionalità che
queste non trovano al loro interno.
Acade così che gli interventi, come quelli che riguardano la riduzione
dell’abbandono scolastico ad esempio, rimangano spesso al livello
di sperimentazione, senza diventare innovazione e quindi parte integrante
e sostanziale della didattica ordinaria, osservatori che misurino costantemente,
su base territoriale, i dati sulla base dei quali le scuole autonome possano
intraprendere correttamente le decisioni di politica dell’istituzione
scolastica.
La confusione tra Istruzione Tecnica, Istruzione Professionale e Formazione
professionale, è uno dei più macroscopici errori della riforma
Moratti.
La cancellazione dell’Istruzione Tecnica, la pretesa trasformazione
di tutti i corsi di studi in percorsi liceali, propedeutici agli studi
universitari, togliendo terminalità e finalizzazione alla scuola,
e rimandando ad una misteriosa e tutta da pensare istruzione e formazione
professionale, sta progressivamente svuotando gli istituti tecnici e professionali.
L’incertezza sul futuro degli insegnanti delle materie tecniche e
professionali è un elemento di confusione e ansia che aggiunge frustrazione
a chi appartiene a queste categorie.
In particolare la categoria degli insegnanti tecnico pratici, che tanto
ha contribuito e contribuisce alla formazione di tanti validi tecnici intermedi,
oggi è diventata una categoria trasparente, di persone in carne
ed ossa, che si chiedono quale sarà il loro futuro senza che nessuno
si preoccupi, non tanto di risolvere il problema, ma almeno di definirlo
tale dando dignità a questa sofferenza.
La questione è tanto rilevante quanto si pensa a cosa è la
formazione professionale in regioni come la Sicilia.
I Sicilia la formazione professionale è poco più che niente,
a volte poco meno che niente.
E intanto, a pochi giorni dalla riforma, l’Assessore regionale alla
P.I. ha pensato bene di inviare alle scuole siciliane una circolare nella
quale offre la possibilità di istituire nuovi indirizzi di studio,
corsi o sezioni, per l’anno scolastico 2005/2006.
Corsi che durerebbero un solo anno, perché il decreto, in tutte
le 10 bozze di cui finora si ha notizia, prevede l’entrata in vigore
del nuovo ordinamento nell’a.s. 2006/2007.
E’ stata l’occasione per alcuni collegi docenti di tentare
di schermare alcuni posti di lavoro, sacrificandone ovviamente altri, in
una lotta tra poveri per la sopravvivenza.
E di questo c’è davvero poco da essere orgogliosi.
l'intervento
alla giornata sulla scuola alla fabbrica del programma di prodi |
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