|
|
Occuparsi del governo della polis
non sembra essere la principale preoccupazione dei consiglieri comunali
avolesi.
Sera di maggio, il palazzo municipale ospita l'ennesima seduta consiliare.
L'ora tarda spingerebbe chiunque a tornare a casa, dopo una lunga giornata
di lavoro, per accingersi presto attorno al desco familiare. E difatti,
i cittadini presenti in aula sono pochi, ma in ogni caso in numero superiore
ai consiglieri votanti, numero che con il passare dei minuti va assottigliandosi,
col determinare, dopo appena un'ora dall'apertura dei lavori, la conclusione
anticipata della seduta ed il suo aggiornamento a data da destinarsi.
Eppure, uno sguardo veloce all'ordine del giorno e si fa presto a comprendere
che molte sono le voci cui bisognava dare risposta e soluzione: le interrogazioni
al sindaco, l'esame delle cause ineleggibilità e di incompatibilità sopravvenute
a carico di alcuni consiglieri, la verifica delle aree
da destinarsi a residenza, alle attività propedeutiche e terziarie.
Essere chiamati al governo della città, sia nel ruolo di consigliere
comunale di maggioranza sia in quello, ancor più importante, di
consigliere d'opposizione, è compito che ciascun rappresentante
dovrebbe svolgere con assiduità, pazienza e spirito di servizio.
Tuttavia appare chiaro che queste tre virtù non abbondino tra i
consiglieri. La partecipazione solerte e cospicua dei nostri eletti ai
lavori consiliari, spesso, si limita alle occasioni importanti, quando
c’è da nominare un revisore, confermare un incarico, determinare
un finanziamento.
Durante le sedute, è invalso il cattivo costume, in spregio a qualsiasi
richiamo del presidente dell'assemblea o bon ton istituzionale, di rimbrottare
il collega consigliere mentre quest'ultimo ancora si sforza di partecipare
l'uditorio del suo pensiero o delle ragioni politiche che lo determinano
verso un certo provvedimento.
Si preferisce sgattaiolare silenziosamente, anziché ascoltare gli
interventi o le risposte di un sindaco, che già raramente onora
il Consiglio della sua presenza.
E' un quadro desolante, specchio dell'inciviltà politica di questa
città, in cui non ci sono più i partiti, ridotti a stazioni
di collocamento di questo o quel professionista, in cui il confronto tra
cittadini sulla soluzione dei problemi comuni è stato sostituito
da direttori non rappresentativi, in cui la formazione politica è demandata
ormai alle parrocchie.
Invece sarebbe opportuno che il Consiglio Comunale si riappropriasse della
sua funzione di indirizzo politico e di controllo nei confronti dell'amministrazione
cittadina. Il Consiglio deve tornare ad essere la sede naturale per discutere
ed affrontare i problemi di una città con più di trentamila
abitanti. Forse è tempo di cambiare, per ritrovare quell'entusiasmo
nel far politica che l'attuale classe dirigente ha perso per strada.
le
cattive abitudini |
|