una stella di nome karol

  di sara parisi  

 

A volte la vita ci pone davanti ad ostacoli e momenti tristi, altre, invece, ce ne regala di indimenticabili, e il momento in cui Karol Wojtyla salì sul soglio pontificio è proprio uno di questi. Uno sguardo mite, un sorriso dolce, una mano tesa a benedire i fedeli, ed ecco che tutti si innamorarono di lui, di quell’uomo così buono, così saggio, che ora tutti considerano Santo.
La mia mente corre veloce alle immagini, tante volte viste in televisione, dei primi istanti della sua elezione, una frase, “se sbaglio mi corriggerete”, che fece subito capire l’estrema disponibilità del nuovo pontefice e segnò l’inizio di quel legame indissolubile tra lui e i giovani. Molti si chiedono come abbia fatto ad attirare a sé così tanti ragazzi, diventando egli stesso parte di loro; spettacolare, infatti, è stata la giornata mondiale dei giovani a Tor Vergata nel 2000 quando, tra milioni di “papaboys” che invocavano il suo nome, si è messo a cantare con loro, commuovendosi e suscitando grandi emozioni.
A volte, gli adulti dicono che noi giovani siamo come un terreno arido dove è impossibile far germogliare i meravigliosi fiori della vita, in realtà, però, nonostante il brusio della folla attorno a noi si faccia sempre più serrato, è il grido di solitudine del nostro cuore a levarsi più alto tra tutti. E Giovanni Paolo II lo ha capito, ci ha dato fiducia, ha creduto in noi; certo, ci ha dato anche delle regole severe da seguire, che molte volte non abbiamo condiviso, ma ci ha amati, così come noi abbiamo amato lui e non smetteremo mai di farlo, anche dopo la sua morte. Lo ringrazieremo per tutta la vita per averci fatto capire l’importanza di quei valori che forse avevamo un po’ dimenticato, rinchiudendoli nel cassetto più remoto della nostra memoria e per aver pensato a noi anche poco prima di morire quando, guardando la finestra sotto la quale migliaia di giovani pregavano per lui, ha detto “vi ho cercato, siete venuti e per questo vi ringrazio”. No, Wojtyla, siamo noi a dover ringraziare te, per i tuoi sorrisi, per la tua disponibilità, per il tuo amore e soprattutto per la tua comprensione. A volte, infatti, le parole non riescono ad esprimere ciò che prova il cuore…grazie, Giovanni Paolo II, per averci capiti ancor prima che riuscissimo a parlare.
Karol Wojtyla è stato inoltre un grande diplomatico, è stato determinante per il crollo del muro di Berlino, si è schierato con forza contro la guerra condotta da Bush in Iraq e ha cercato il dialogo tra mondo cattolico e mondo musulmano, non chiedendosi mai quale fosse la fede di un uomo giusto ma affermando che ci sono delle basi umane e morali su cui gli uomini possono incontrarsi. Papa Giovanni Paolo II ha anche viaggiato molto, si è recato in Francia, in Inghilterra, in Palestina, in India, in America, in Africa, perfino a Cuba da Fidel Castro, e poi…come dimenticare il suo discorso in Sicilia contro la mafia? Un Ulisse dei giorni nostri, potremmo definirlo, che come l’eroe omerico ha combattuto, si, ma con le armi dell’amore, della pace, della fratellanza, non imponendo la sua religione ma continuando ad affermare fino alla fine la parola del Signore. E credo che le cose che hanno colpito di più tutti noi siano state proprio la sua incrollabile e totale fede e il suo modo di affrontare la sofferenza, introducendola in una nuova dimensione e ringraziando Dio per avercela donata. Un Papa che ha amato la vita, dunque, ma anche la morte, intesa come ritorno alla casa del Padre e vita eterna nel Regno dei cieli, e che ci ha tenuti sospesi fino al giorno della sua morte, quel 2 Aprile che ricorderanno tutti con tristezza.
Quel giorno Piazza San Pietro era gremita: migliaia di fedeli si erano riuniti a pregare per lui, ma quando Monsignor Sandri ha dato l’annuncio della sua morte, improvvisamente è calato il silenzio, solo la commozione e la tristezza riempivano l’aria ed univano milioni di cuori in tutto il mondo.
Mi sembra di rivederlo Wojtyla, che sbatte con rabbia la mano sul leggio perché non può parlare, che stringe la mano al suo attentatore, ed ancora, che bacia un bambino, che abbraccia una donna, che regala amore al mondo intero. Eccolo: una colomba che riesce a volare nonostante le sue ali siano ferite, egli, infatti, sebbene il Parkinson ed i numerosi interventi avessero debilitato il suo corpo, non rinunciò mai al suo importantissimo ruolo di Pontefice. “Da oggi siamo tutti più soli” ha detto Casini dopo la sua morte, io, invece, credo che da oggi una stella brillerà nel cielo ed illuminerà i nostri cuori, portando una luce nell’oscurità della nostra esistenza ed una goccia di speranza nell’oceano della sofferenza, e questa stella si chiamerà Karol.

il rapporto tra papa wojtyla e i giovani