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Una volta di più, dopo il
voto alle regionali del 3 e 4 aprile scorso, la Sicilia si dimostrerà essenziale
per il governo del paese. Fuori dall’isola tutti hanno ormai consapevolezza
che qui si giocherà una partita decisiva e questo ci consegna
una grande responsabilità. Perciò le elezioni catanesi
sono di straordinaria importanza, in quanto costituiscono un test esplicito
sull’orientamento di quei siciliani che in massima parte credettero
cinque anni fa alle promesse di Berlusconi. Voltare anche nell’isola
le spalle al centrodestra, oppure rispedire a Roma 61 deputati su 61,
ascari del Polo, può pesare sul risultato del voto nazionale e
sulle sorti dell’intero paese, determinando la maggioranza che
lo guiderà.
Del tutto parallela è la sfida per il governo della Regione che, è bene
ricordarlo, nel 2001 fu teatro, per il centrosinistra, di un risultato
ancora peggiore di quello nazionale del mese prima.
E tuttavia, in Sicilia, vincere non basterà. Si può governare
e non essere capaci di operare scelte, interpreti e prigionieri di quella
cultura trasversale del consenso a tutti i costi che mantiene in Sicilia
una spesa pubblica gigantesca ed improduttiva, negandole progetti e futuro.
Nessuno, prima del voto, può saper esattamente quanti siano i siciliani
che vogliono un reale cambiamento e quelli in cerca soltanto di un nuovo,
diverso accomodamento; ma negare a priori una possibilità di svolta
individuando candidati alla presidenza amorfi purché votabili da
tutti, sarebbe una rinuncia ed un errore imperdonabile. Costruire un consenso
rassegnato all’egemonia di un centro qualsiasi e coltivare fin d’ora
i trasformismi del caso, non ci dà alcuna speranza. Se il ceto politico
del centrosinistra non dovesse dimostrarsi all’altezza della scommessa,
diciamo fin d’ora che la Puglia non è in un altro emisfero
e che anche in Sicilia il candidato alla presidenza della Regione si può scegliere
attraverso le primarie.
Al momento in cui scriviamo non sappiamo se la pubblicazione di questo
giornale troverà risolta la crisi della amministrazione provinciale
di Siracusa, come ci auguriamo.
Una vicenda alla quale abbiamo preso pochissimo o per nulla parte, perché svoltasi
tutta all’insegna di una pratica politica, di cui altri sono stati
registi, a noi del tutto estranea ed alla quale pertanto nulla avevamo
da apportare.
Ma poiché la crisi siracusana ha assunto, nel suo tentativo di risoluzione,
rilevanza regionale, proprio i massimi responsabili del centrosinistra
siciliano devono trarne spunto decicendo, ora che l'Unione si va a costruire,
regole chiare per il suo funzionamento interno. Affinchéle future
rappresentanze di governo, a tutti i livelli, esprimano maggiormente la
volontà degli elettori e premino la qualità degli uomini
e dei programmi. E sempre meno rappresentino esclusivamente un simbolo,
un gruppo di potere autoreferenziato all'interno di un partito o peggio,
siano frutto del più puro mercenariato.
Senza illuderci che ci siano regole buone a qualcosa, se poi i cittadini
rimarranno indifferenti a tutto.
il prevalere dell’impotenza
e della disgregazione
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