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Ho seguito con rispetto ed interesse
il dibattito sulla nonviolenza, interno alla sinistra, che si è sviluppato
in questi ultimi mesi. Mi sono chiesto subito se questo innamoramento
della nonviolenza da parte di dirigenti di partiti sia segno di coraggio
o di incoscienza.
Adottare la nonviolenza come un modo nuovo di intendere e praticare la
politica, sapendo che questa scelta cambierà prima di tutto se stessi, è un’opzione
che denota un grande coraggio. Al contrario, adottare la nonviolenza in
modo strumentale per essere un po’ più estremisti di altri,
o brandire la nonviolenza come una clava per giudicare e condannare gli
avversari che restano su posizioni moderate e compromissorie, sarebbe solo
una grande incoscienza. A volte, nella vita, coraggio e incoscienza camminano
di pari passo. Nella recente storia politica italiana già due partiti
hanno inserito nei loro statuti fondativi il termine "nonviolenza",
facendone una vera e propria bandiera: il Partito Radicale e la Federazione
dei Verdi, e l’esito finale non è stato all’altezza
delle aspettative iniziali. Il primo, dopo una gloriosa stagione di movimentismo
antimilitarista e di impegno per l’obiezione di coscienza, si è trasformato
più decisamente in partito e ha assunto persino posizioni favorevoli
ad interventi militari ed armati nelle crisi della ex-jugoslavia e dell’Iraq.
I secondi hanno assunto posizioni più vicine al pacifismo generico
che dirette e specifiche iniziative nonviolente e dopo dilanianti contrasti
interni hanno decisamente abbandonato la strada del movimento per assumere
la tradizionale forma partito. Ora anche esponenti del pensiero comunista
guardano alla nonviolenza e di ciò non possiamo che rallegrarci.
Per noi amici della nonviolenza questo è sicuramente un dibattito
politico straordinario. Ce n’è abbastanza per dire che "non
si può più prescindere da un confronto con la nonviolenza".
Penso che il nostro compito sia non solo di seguire con rispetto ed interesse
tale discussione interna alla sinistra, ma anche di fornire strumenti,
materiali, documentazione storica sulla riflessione che la nonviolenza
ha già fatto in Italia a partire da Aldo Capitini fino ad oggi.
Non certo per rivendicare primogeniture, ma per evitare che il dibattito
riparta ogni volta da zero. E soprattutto per far sì che si parli
di nonviolenza a ragion veduta. Se è vero, come è stato detto,
che "la nonviolenza non può essere arrogante nei confronti
di altre storie o di altre culture a meno di contraddire la sua stessa
aspirazione", è anche vero che chi arriva alla nonviolenza
dopo aver percorso altre strade molto diverse o dopo averla addirittura
contrastata, dovrebbe avere un atteggiamento di umiltà e di riconoscenza
verso chi ha tenuto accesa questa fiammella, spesso in solitudine.
Ma quali possono essere le dirette conseguenza di un partito che davvero
adottasse la nonviolenza come principale fonte di ispirazione? Nella mia
vita ho avuto la fortuna di conoscere ed essere amico di Alexander Langer,
che ho sempre considerato il prototipo del politico amico della nonviolenza.
Il suo modo gentile di fare, l’atteggiamento leale nel rapportarsi
con gli avversari, la capacità di agire senza pregiudizi, la trasparenza
nell’uso delle risorse e delle finanze, la capacità di mettere
in comunicazione fra loro realtà diverse, di costruire ponti culturali,
l’attenzione nel valorizzare piccole realtà, me lo hanno fatto
vedere come un vero attuatore della politica capitiniana. Alex avrebbe
voluto che anche il movimento dei Verdi adottasse la nonviolenza come strumento
organizzativo, privilegiando il lavoro educativo dal basso, valorizzando
l’assemblea e il lavoro periferico, e limitando al massimo la nascita
di vertici, per dare il primato alla periferia piuttosto che al centro,
al regno piuttosto che alla corte, al lavoro locale piuttosto che al lavoro
parlamentare. Langer faceva annualmente il rendiconto dettagliato di come
utilizzava lo stipendio di deputato regionale o europeo, che in gran parte
distribuiva a iniziative di base. Per tutte queste sue attitudini è stato
emarginato e perfino osteggiato da chi ha preferito scegliere la scorciatoia
del partito tradizionale, e si è subito dimenticato delle battaglie
contro il finanziamento pubblico dei partiti accettando tutti i privilegi
che la politica concede ai gruppi politici. Un partito che sceglie la nonviolenza
accetta innanzitutto di farsi trasformare dalla nonviolenza. A partire
dalle regole e dai rapporti interni. Un nodo che la sinistra dovrà affrontare,
se si inoltrerà davvero sulla strada della nonviolenza, è quello
movimento/partito. Capitini dovette farci i conti fin dal 1943 quando decise
di non aderire al Partito d’Azione né ad altro partito. Un
rifiuto da collegare alla sua concezione della politica che privilegia
il movimento rispetto al partito, e all’interno del movimento l’individuo
e il gruppo. Capitini non rifiutò la politica, ma scelse un’altra
politica. "I partiti esistono per il potere, per acquistarlo o per
sostenerlo. Da ciò la loro ragion d’essere, e tutti i loro
limiti, il machiavellismo, la disciplina interna, le gelosie, il settarismo,
il patriottismo di partito. La conquista del potere è l’assoluto
per il partito. Il partito è il mezzo e il potere è il fine".
La sua critica ai partiti della sinistra è dura: "Hanno perso
ogni slancio innovativo a favore di un certo politicismo, tatticismo, e
pseudo-realismo machiavellico diseducatore". Invece Capitini, con
il suo movimento liberalsocialista, con la sua idea di lavoro educativo
dal basso, voleva agire per l’orientamento della
coscienza, per mutare l’uomo, per mutare il concetto stesso della
politica. Dice ancora Capitini: "io ero contrario alla trasformazione
del movimento in partito innanzitutto perché il movimento significava
qualche cosa di nuovo, e la capacità di prendere iniziativa più larghe,
di istituire “centri” per un rinnovamento etico-sociale oltre
e più che i partiti, di formare grandi allineamenti di donne, di
giovani...". E
prosegue: È da insistere su questo carattere del movimento, di essere
non un partito e un programma esclusivo, ma un atteggiamento dell’animo,
un aprirsi in una direzione, una certezza e una speranza sempre rinnovantesi...
(...) Il nuovo non sta in un nuovo partito, ma in un orientamento della
coscienza che include in sé anche coloro che lavorano, pur con altra
mentalità, nella stessa direzione... Capitini è anche per
il superamento della democrazia, e conia il termine "omnicrazia",
la realtà di tutti, il potere di tutti: "Noi dobbiamo vedere
la cosa da un punto di vista severe: bisogna fare un lavoro fuori dal potere,
un decentramento del potere, abituare a vedere il potere in tante cose
fuori dal governo, in tante iniziative, atti, posizioni, sentimenti, fondare
una prospettiva diversa". La sua rivoluzione omnicratica mira al deperimento
dello Stato, a partire dal rifiuto assoluto della guerra e dell’esercito.
E questo è
il secondo nodo che i partiti della sinistra, che vogliano interrogarsi
sulla nonviolenza, dovranno affrontare. La posizione nonviolenta è incompatibile
con la preparazione della guerra (da cui ne deriva l’opposizione
ad ogni strumento operativo che la rende possibile: industria bellica,
bilanci militari, eserciti in armi, ecc.). "Io non potrei stare in
un governo che può dichiarare la guerra", diceva Capitini,
lasciando aperta per gli amici della nonviolenza la strada dell’opposizione
o delle amministrazioni degli enti locali. La strada maestra della nonviolenza è quella
del disarmo unilaterale, obiettivo da perseguire insieme a quello della
realizzazione di strutture per la difesa civile e non armata. Il disarmo
va realizzato qui ed ora, senza attendere che siano altri a disarmare per
primi. Questo significa promuovere ad ogni livello (nel lavoro dal basso
e nelle istituzioni) una opposizione integrale alla guerra e alla sua preparazione.
Ed è ancora Capitini a dire: "Noi dobbiamo dire No alla guerra,
ed essere duri come pietre". Storicamente la sinistra si è sempre
infranta sullo scoglio della guerra. L’opzione nonviolenta, se perseguita
fino in fondo, può salvare la sinistra da un altro naufragio.
il
direttore di 'azione nonviolenta' mao valpiana sarà ospite
di agire solidale per un'iniziativa ad avola il 4 giugno
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