l'italia vista dallo spazio

  di domenico loreto  

 

“È bella l'Italia", dice il Presidente della Repubblica guardando dall'oblò dell'aereo che lo porta in visita di stato a Cremona. Siamo a metà del nuovo film di Alessandro D'Alatri, "La Febbre" in uscita nelle sale. Il protagonista della storia è Marco, interpretato da Fabio Volo nuovamente diretto da D'Alatri dopo la convincente prova in "Casomai". D'Alatri è uno dei pochi registi che attualmente continua a voler leggere il paese reale e oggi che molti provano a far passare solo la fìction-paese la cosa torna particolarmente utile e benemerita. Il giudizio sul film lo lascio a persone più competenti così come l'esito sociologico, però mi preme raccontare qualcosa della trama per trarre alcune riflessioni. Dicevamo di Marco che vive e lavora a Cremona, è geometra al Comune. Lo seguiamo nelle sue giornate: di giorno inappuntabile, efficiente impiegato molto apprezzato dai colleghi; nel tempo libero con altri amici cerca di realizzare un suo progetto cioè aprire un locale da ballo. Per la bisogna i ragazzi affittano un capannone e lo ristrutturano ma tutto è legato alla concessioni di alcune autorizzazioni che però non arrivano. Intanto sul lavoro il nostro uomo è bersaglio delle angherie del suo Capo ufficio uomo cinico e invidioso delle capacità da lui dimostrate e forse anche del suo entusiasmo e della sua giovinezza. Non voglio rovinarvi il film se decidete di andarlo a vedere, ma mi premeva arrivare a questo punto della storia. Marco viene mandato al Cimitero (non in quel senso...) il Capo ufficio vuole che conteggi i lumini del comune e scopra chi non ha ancora pagato l'affitto andando personalmente a riscuotere le quote dagli eredi. Il cimitero diventa la sua seconda casa ma non siamo dalle parti di Dylan Dog, siamo alla metafora del film, la morte.
Recentemente Prodi ha detto in un articolo su Repubblica qualcosa che mi ha molto colpito: sotto l'attuale governo ci siamo persi un' intera generazione. Un attimo, non ha detto “un' intera generazione di ragazzi co.co.co, a progetto, a tempo, atipici ect. sta vivendo un momento difficile”, ha detto ce li siamo persi. Metaforicamente sono al Cimitero con Marco. Questi ragazzi non realizzeranno alcun progetto né alcun sogno, sopravvivranno e questo paese non avrà modo di approfittare né della loro intelligenza né del loro entusiasmo. Il Presidente torna in un'altra scena del film: stavolta è sognato da Marco il quale dopo avergli servito una birra alla spina nel suo locale, gli restituisce la sua carta d'identità perché non vuole più essere cittadino di questa Repubblica prima o seconda che sia. Siamo al disfattismo?
No, siamo alla semplice constatazione che la generazione di cui sopra ritenendosi zombie non si sente completamente viva e umana perché si è vivi e umani quando si può avere una casa propria, una famiglia o aprire un locale (autoimprenditorialità, questa brutta parola ha ancora senso?). Adesso pare che il Capo ufficio possa lasciare presto il suo posto ed essere sostituito da altri. Noi auspichiamo che il sostituto faccia in modo di afferrare al volo l'altra generazione.
Mi spiego: nel romanzo di Salinger "II Giovane Holden", il protagonista scappa di nuovo da scuola e passa a salutare la sorellina Phoebe. La ragazzina lo rimprovera e gli promette che il padre l'avrebbe ammazzato per questa fuga. Poi lo incalza perché vuole sapere finalmente se c'è qualcosa che gli piacerebbe veramente fare e lui risponde che il suo sogno è fare l'acchiappatore nella segale (Catcher in the Rye è il titolo originale dell'opera). Phoebe non è affatto contenta della risposta e Holden allora le spiega il suo sogno. Immaginatevi un campo da baseball con migliaia di ragazzi che giocano. Bello, no? Il problema è che tutto intorno c'è un dirupo. Lui allora se ne starà acquattato a seguire la partita ma salterà fuori ad afferrare i ragazzi che rischiano di finire nel dirupo.
O ci vogliamo perdere un'altra generazione?

una generazione chiede di essere salvata