è necessario regolamentare

  di salvatore amato  

 

La legge n. 40/2004 sulla “procreazione medicalmente assistita” pone limiti alla ricerca scientifica? Non credo che sia corretto affrontare il problema in questi termini. La legge n. 40/2004 ha una finalità etica, chiaramente espressa dall’art. 1: assicurare “... i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”. Il raggiungimento di questa finalità pone limiti alle tecniche da utilizzare, ai soggetti ammessi al trattamento e alla sperimentazione scientifica. Non vi è nulla di strano in tutto ciò: la sensibilità per i diritti e la sofferenza degli animali ha imposto limiti alla loro utilizzazione per la sperimentazione, il sentimento di rispetto per i defunti ha imposto limiti all’utilizzazione scientifica dei cadaveri, e così via... In tutti questi casi gli interessi morali sono stati ritenuti prevalenti rispetto agli interessi della scienza, alle speranze dei malati e all’eventuale utilità sociale, eppure nessuno parla di “mostruosità normativa”, “(in)civiltà umane alimentate dal fanatismo religioso”, “insulto all’intelligenza”, come si esprime, ad esempio, Gilberto Corbellini sulla Rivista dei libri (2005-10).
Una società democratica è chiamata continuamente a effettuare scelte tra valori confliggenti. Queste scelte (dalla proprietà privata all’assistenza sanitaria) rispecchiano visioni, culture, sentimenti diversi e sono spesso costruite su maggioranze risicate o precarie, che il tempo modificherà o rinsalderà, perché “l’uomo non è un libro scritto a tavolino”, come ci insegnano i teorici della democrazia. Dando, quindi, per scontato che ogni legge abbia “un costo emotivo” e che la ricerca scientifica non sia un valore assoluto e indiscutibile, cosa vi è nella legge n. 40/2004, di così “mostruoso” e “insultante”?
Le discussioni vertono, soprattutto, sull’art. 13, relativo alla “sperimentazione sugli embrioni”, tuttavia gran parte delle norme che vi troviamo non sono altro che la mera applicazione di principi e direttive della Comunità europea. Il divieto delle pratiche eugenetiche, della commercializzazione e clonazione di embrioni è previsto dall’art. II-63 della Costituzione europea ed era già contemplato dalla Convenzione del Consiglio d'Europa per la protezione dei diritti dell'uomo e della dignità dell'essere umano riguardo all'applicazione della biologia e della medicina. L’art. 18 della Convenzione amplia ulteriormente questa prospettiva, vietando la produzione di embrioni ai fini di ricerca e imponendo tutte le volte in cui la ricerca su embrioni in vitro sia ammessa dalla legge, “di assicurare una protezione adeguata dell’embrione”. Una formula ambigua, se non ipocrita, che tuttavia sembra suggerire ai singoli Stati di garantire le forme di tutela più ampie possibili, anche a costo di porre limiti alle esigenze della scienza. Insomma è la cultura laica ed europea a ritenere che l’embrione non sia solo un grumo di cellule, appena più grande della capocchia di uno spillo.
E’, quindi, assolutamente falso che la legge italiana abbia inventato un fantasma, biologico e giuridico, l’embrione e che, per compiacere il mondo cattolico, gli abbia sacrificato le ragioni della scienza. Resta aperto, invece, il problema di quanto siano plausibili e ragionevoli le scelte effettuate. Il vero problema di questa legge è che, pur condividendone i principi, è difficile accettare incondizionatamente tutte le soluzioni che propone. Per evitare la produzione di embrioni soprannumerari e la riduzione eugenetica o terapeutica, si è creato un rigido sistema meccanicistico di “unico e contemporaneo impianto” di un massimo di tre embrioni, che presenta gravi inconvenienti. Si poteva agire diversamente e lasciare alla discrezionalità del medico la scelta tanto del numero di embrioni da impiantare quanto della valutazione dei rischi nel caso di gravidanze plurime. Tuttavia, diciamocelo chiaramente, non è che in questo settore i medici abbiano sempre brillato per sensibilità etica... E’ pure cruciale la scelta di consentire solo le diagnosi pre-impianto di tipo osservazionale. Anche in questo caso il principio è condivisibile, ma la norma poteva essere formulata meglio. E’ condivisibile il tentativo di evitare le diagnosi preimpianto: si tratta infatti di interventi estremamente pericolosi per l’embrione, perché sono distrutte da una a due cellule su un totale di otto. E’ come se una biopsia venisse praticata sulla metà o su un quarto del corpo del paziente. Poteva, però, adottarsi la soluzione della legge francese che consente queste diagnosi solo eccezionalmente, quando la coppia, in relazione alla propria situazione familiare, ha una forte probabilità di mettere al mondo un figlio malformato.
Un pastrocchio giuridico era, prima dell’intervento delle “Linee guida”, il preteso obbligo di impiantare in ogni caso l’embrione, anche quando venissero evidenziate gravi anomalie irreversibili. La legge usava la formula, cara ai giuristi, “fatto salvo” quanto previsto dalla legge sulla interruzione volontaria della gravidanza. Formula che era stata interpretata da alcuni giudici nel senso che si potesse evitare l’impianto tutte le volte in cui sarebbe stato legittimo abortire. Alcuni... non tutti. Le “Linee guida” se la cavano con un lapidario, “non coercibile”, che parrebbe risolvere il problema. Dinanzi a situazioni così drammatiche non si può lasciare il cittadino in balìa delle alchimie esegetiche.
L’ultimo aspetto che vorrei trattare è l’utilizzazione per la ricerca scientifica degli embrioni “orfani”, da tempo congelati e di cui nessuno chiede ormai l’impianto. Credo che gli sviluppi della ricerca stiano rendendo questo problema meno assillante. Le cellule staminali adulte offrono risultati migliori delle staminali fetali ormai in quasi tutti i campi e soprattutto in quelli delle malattie neurovegetative. Certo, utilizzare le staminali adulte impone una tecnologia più complessa e, quindi, costi maggiori. Vale la pena di affrontare questi costi? Anche la riduzione dell’inquinamento aumenta i costi della produzione industriale e delle autovetture, eppure non ci poniamo questa domanda. Si sarebbe, comunque, potuta adottare una soluzione di compromesso: prevedere, ad esempio, secondo un recente orientamento della comunità europea, l’istituzione un’autorithy che autorizzi le ricerche più serie e promettenti. Si potrebbe anche interpretare l’obbligo di conservare gli embrioni fino alla “estinzione”, come dicono “Linee guida” in senso lato, ritenendo “estinti” tutti gli embrioni non più impiantabili.
Si potrebbe... ma il problema di fondo delle polemiche di questi giorni resta: è legittimo porre l’embrione tra le scelte di valore di una società democratica? Recentemente Habermas, in uno dei suoi libri più belli (Il futuro della natura umana, tr. it. Einaudi, 2002), ha posto questo problema in maniera estremamente efficace, sostenendo che il pensiero liberale non può accettare una genetica liberale: una genetica regolata integralmente dalla legge della domanda e dell’offerta, dai desideri dei genitori, dalle capacità manipolative della scienza. Proprio in una società integralmente pervasa dalla logica del mercato è necessario trovare un residuo inviolabile che si sottragga all’ottica dell’utile e dello scambio: a maggior ragione, se questo residuo sta all’origine stessa dell’identità umana ed è quindi il fondamento ideale della libertà. Ecco l’importanza di sottolineare la funzione simbolica che la tutela degli embrioni umani riveste per rappresentare idealmente tutti coloro che “non possono difendere se stessi né argomentare in prima persona”. La legge n. 40/2004 ha cercato di farlo: poteva farlo meglio, poteva farlo diversamente. Credo sia, invece, pericoloso, per il futuro della democrazia e della stessa scienza, pretendere che non dovesse farlo.

salvatore amato è docente di filosofia del diritto e teoria del diritto presso la facoltà di giurisprudenza dell'università di catania, ed è membro del comitato nazionale di bioetica