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Presto servizio di volontariato
presso il Centro antiviolenza Le Nereidi (tel. 0931.492752 -61366 - 492383)
del quale sono anche cofondatrice e vicepresidente. Il Centro, com'è ormai
noto, offre sostegno e aiuto (legale, psicologico e sociale) alle donne
sole o con figli che subiscono violenze e abusi. Siamo infatti specializzate
in quella che viene definita e identificata come 'violenza di genere'.
Come docente, tuttavia, conosco molto bene anche un altro genere di violenza,
quella che si subisce dalla scuola come istituzione e nella scuola come
luogo fisico organizzato. Si tratta di un tipo di violenza dai molteplici
aspetti che ho sperimentato tutti, sia come alunna che come docente,
una violenza insidiosa, 'normale', 'conformista', non sempre riconoscibile
e largamente negata.
La conosco sin dalle scuole elementari quando, credendo di offrirmi il
meglio, i miei genitori mi mandarono dalle suore. Fu un impatto tremendo.
Per prima cosa mi colpì l'emarginazione e il disprezzo inflitti
ai bambini poveri i quali erano sempre confinati negli ultimi banchi, destinati
a portare le orecchie d'asino, ad essere messi alla gogna, a prendere bacchettate
sulle mani e finire dietro la lavagna. Le orfanelle, poi, che in teoria
venivano ospitate 'per carità cristiana' (!) erano le più maltrattate
in assoluto.
Non possedevano scarpe, portavano gli zoccoli di legno sia d'estate che
d'inverno, avevano un solo vestito freddo e liso, e mentre la tavola delle
suore era sempre bene apparecchiata e imbandita di ogni bendidio, le orfanelle
ricevevano a stento una scodella di minestra sul tavolaccio. Queste scene
di violenza esercitata da persone che predicavano l'amore per il prossimo,
il rispetto e la bontà, e poi, di fatto, avevano questa terribile
crudeltà mentale, mi suscitavano una tale indignazione, che, nonostante
fossi una bambina, non riuscivo a sopportarla e così chiesi ai miei
genitori di togliermi da quella scuola. Fui subito accontentata e passai
alla scuola pubblica. Lo so, anche nelle scuole pubbliche i bambini venivano
discriminati sulla base del loro status sociale e i cosiddetti 'asini'
venivano picchiati, ma rispetto agli istituti religiosi, la scuola pubblica
era un mondo di gran lunga più umano, aperto e tollerante. Ancora
oggi le cose stanno più o meno così come le ho descritte
fin qui.
Personalmente se non sono mai stata picchiata e mortificata è perché il
mio rendimento scolastico era eccellente e mi facevo rispettare. Tuttavia
subivo di rimando, cioè a livello psicologico, la violenza che veniva
inflitta a tanti altri bambini come me che avevano il solo torto di essere
poveri e di avere madri e soprattutto padri che chiedevano essi stessi
agli insegnanti di essere 'rigorosi' con i loro figli, cioè di umiliarli
e di picchiarli liberamente 'per il loro bene'!
Anche al ginnasio e al liceo classico, cioè là dove si insegnano
i sani principi dell'umanesimo e della democrazia, i docenti, con ben poche
eccezioni, esercitavano la discriminazione sociale e l'istigazione alla
competizione e al turpe costume della delazione che puniva la lealtà e
premiava le 'spie'. Per non parlare della corruzione dilagante grazie alla
quale c'era gente che la promozione se la poteva 'comprare'. Quando arrivò il
'68, fui attivissima in quel movimento perché si poneva un obiettivo
per me assolutamente irrinunciabile e fondamentale: il dialogo. Quel dialogo
cui mi aveva educata mio padre, persona straordinariamente progressista.
Quel dialogo che avrebbe reso più faticoso ma più degno il
lavoro degli educatori. Certo, i risultati non furono quelli che ci aspettavamo
ma qualcosa abbiamo seminato e se non altro, oggi i ragazzi non possono
più subire punizioni corporali. In quegli anni io frequentavo l'università,
luogo psicologicamente violento anche questo. Ricordo, per esempio, le
file interminabili per prenotare gli esami per poi dover tornare più e
più volte con il cuore in gola nella speranza e nell'incertezza
di essere esaminata. Questo è un tipico esempio di 'normalità'
della violenza giacché arriva proprio da un' istituzione preposta
ad educare le nuove generazioni a ripudiare la violenza e non ad accettare
supinamente trattamenti che provocano angoscia, insicurezza e a volte demotivazione.
Non a caso, in Italia consegue la laurea soltanto il 30% degli studenti
universitari! Insomma, a differenza dell'istituzione militare che assolve
apertamente il compito di addestrare i giovani alla violenza, la scuola
nasconde accuratamente e ipocritamente la sua carica di violenza sotto
la coltre della bonarietà e del perbenismo. E quel torrente di ingiustizia
e sopraffazione che ha sempre rovesciato sugli alunni, adesso che, grazie
alle battaglie del '68, gli alunni si sono in qualche modo 'emancipati',
lo riversa su noi docenti che siamo diventati i parafulmini della società.
In pratica, infatti, ci viene chiesto di prevenire e combattere tutti mali
della società usando lo strumento dell'educazione come fosse una
bacchetta magica. Di questo passo, presto dovremo sostituire la famiglia
e lo stato intero. Non c'è da stupirsi, dunque, se ormai facciamo
fatica a mantenere il nostro personale equilibrio psicologico, perché delle
due l'una: o corriamo il rischio di essere investiti da un delirio di onnipotenza
oppure veniamo colti da profonda depressione…ed è esattamente
quello che accade più spesso e sempre più spesso a molti
di noi.Schiacciati dalle aspettative abnormi della società e nello
stesso tempo economicamente maltrattati, la scuola italiana pretende dai
docenti prestazioni di altissimo livello in cambio di uno stipendio da
pezzenti. Ed è così che alcuni hanno finito per demotivarsi,
altri stanno crollando sotto un frustrante senso di impotenza. E se questa
non è violenza, qualcuno ci dica che cos'è!
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