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È sufficiente un’esperienza
pomeridiana di doposcuola di un anonimo gruppo di volontari a mettere
sotto la lente d’ingrandimento tutti i limiti della scuola pubblica
(quanto meno quelli che ne penalizzano l’utenza). È sufficiente
un gruppo di volenterosi alle prese con ragazzini “difficili” per
mostrarci che “il Re è nudo!”
Andiamo per ordine.
Siamo ad Avola, in un quartiere di periferia, dai casermoni verdi un po’ “sgarrupati”,
le famigerate Case Popolari, con una grande piazza dove si tiene il mercato
quindicinale. Da ottobre un gruppo eterogeneo di persone, che si è coagulato
attorno a quattro insegnanti, ha cominciato ad aiutare i ragazzini del
quartiere a fare i compiti. Una parrocchia ha messo a disposizione una
stanza, dieci banchi e una lavagna, all’interno di un oratorio, dove
opera da tempo anche un’associazione che si occupa di riabilitazione
di ragazzi diversamente abili.
Piano piano, lentamente, il gruppo di volontari si è allargato;
a dicembre si sono aggregati alcuni scout e, infine, sono arrivate due
ragazze del Servizio Civile. Circa venti persone operano ormai costantemente
coprendo, a turno, cinque pomeriggi su sette. Dopo i compiti, due volte
a settimana, si organizzano giochi strutturati, a squadre, che hanno l’obiettivo
di abituarli al rispetto delle regole, con un approccio di puro divertimento,
e non di competizione sfrenata e prevaricazione. La strada insegna loro
sin da piccoli a sopravvivere tirando fuori le unghie, usando spesso l’aggressione
come unico canale di comunicazione, come unico approccio con l’altro.
Non è il Cep di Palermo, o il San Cristoforo di Catania, ma la grande
piazza della fiera è comunque una potenziale agenzia per l’impiego
a cielo aperto, a disposizione della malavita locale.
Niente di nuovo sotto il sole, purtroppo!
Gli studenti che sono transitati dall’auletta studio in questi sei
mesi sono una trentina, di età compresa tra i sei ed i sedici anni,
ma non tutti hanno la costanza di frequentare quotidianamente. Molti hanno
già ripetuto almeno due volte un anno scolastico, spesso con il
risultato che, dopo la bocciatura, sono diventati più arroganti,
hanno cominciato ad assumere atteggiamenti da bullo, e non hanno avuto
giovamento nel rendimento scolastico.
Non si vuole entrare nella polemica né fare dietrologia, ma sono
fatti tangibili!
Tra i ragazzini, una decina sono quelli assidui e desiderosi di andare
a scuola con i compiti fatti, fatti bene. Gli altri, sporadici, saltuari,
combattuti tra “il vado e non vado, li faccio o non li faccio, li
faccio ma non tutti”, si fa una gran fatica ad averli tra i banchi.
Non è un caso che i primi sono alunni di scuola elementare, i secondi,
ragazzini prevalentemente di scuola media, quasi tutti ripetenti.
Si può provare a dare un’interpretazione di questo fenomeno,
che vede l’interesse verso la scuola inversamente proporzionale agli
anni di studio alle spalle. Più grandi sono, più la odiano.
Ci si deve in ogni caso chiedere il perché ragazzini nati in questo
quartiere hanno un’alta percentuale di insuccesso scolastico. Non
si può non vedere che, molto raramente, chi viene dai bassifondi,
riesce a frequentare con successo un liceo.
Si possono trovare tante giustificazioni, dal contesto in cui vivono, all’ambiente
familiare degradato: casi di alcolismo, di madri giovanissime che la mattina
non sentono la sveglia, di padri violenti. Ma queste giustificazioni sono
sufficienti a dare un alibi all’Istituzione scolastica quando non
assolve il ruolo che le ha dato la Costituzione: “La scuola è aperta
a tutti. … I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno
diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”?
E come si concilia con il fatto che, tanto per fare un esempio, in alcune
scuole medie, anche ad Avola, nei corsi di bilinguismo entrano solo i figli
di papà, quelli che verranno travasati, in blocco, nei licei?
Le classi ghetto esistono, e gli insegnanti che ci lavorano sono spesso
ai limiti del burn-out. Gli alunni, invece, si appiattiscono e non riconoscono
l’Istituzione. Al massimo legittimano qualche insegnante, che riesce
a conquistare la loro fiducia.
Quello che non si vuole capire è, che, alla fine, tutta la comunità cittadina
paga un prezzo sociale molto alto alla ghettizzazione delle fasce deboli.
Alunni che a 8-10 anni sono trattati come piccoli delinquentelli, si convincono
di esserlo, e poi finiscono per diventarlo realmente. Eppure, al doposcuola,
dove non ci sono registri, note e brutti voti, ragazzi che a scuola non
godono di alcuna fiducia, se chiamati a dare una mano, mettono da parte
i loro compiti per aiutare i più piccoli, ricevendo anche enormi
gratificazioni.
Una persona, rinata a nuova vita, dopo un passato legato alla tossicodipendenza,
avendo saputo di questa esperienza, ha confidato: “se quando avevo
tredici anni, avessi avuto la possibilità di frequentare un centro
parrocchiale come questo, la mia vita sarebbe stata diversa”.
È
difficile sapere come sarebbe andata realmente, se un doposcuola o un oratorio
siano sufficienti a cambiare il corso di una storia, di una vita. Ma non
conosciamo altre vie, altre strade, per poter costruire una città migliore.
un
gruppo di volontari e un centro parrochiale aiutano i ragazzi di
un quartiere a rischio di avola a costruire un futuro migliore
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