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Cinque anni dall'uccisione di Massimo
D'Antona, sembra ie-ri. Se c'è motivo di parlarne quasi ogni giorno
vuol dire che, rispetto a quanto accadde il 20 maggio 1999, siamo appena
convalescenti. Olga, a ciglio asciutto, ha sempre in testa quel mattino.
Ma gli amici e i colleghi parlamentari non sono mai riusciti a sa-pere
più di quel poco che decideva di raccontare. Mi è suc-cesso
di pensare a un verso di Emily Dickinson: «Silenzio, che urli e
non ti odo». Olga, se le parli di Massimo, dà questa impressione.
Poi Giuseppe Giulietti le ha detto: «Per il quin-to anno perché non
pubblichi una raccolta dei tuoi scritti?». E Walter Veltroni: «Perché non
aggiungere un racconto in for-ma di intervista?». L'idea è quella
di un libro che accosta, senza poterle comporre, la storia privata di
una vita invasa da un lutto inconcepibile alla testimonianza civile che
quel lutto ha imposto.
Cinque anni fa, nel giorno dell'uccisione di Massimo, si era rifatta viva
la voce sciagurata del sangue, sulla scia di quello a lungo preteso dalle
Br. Ci fu un soprassalto di inda-gini, congetture, interpellanze, tutto
il paese s'interrogava sulla continuità del terrorismo, cercandone
l'identificazione ideologica, il codice culturale e linguistico, la struttura
ope-rativa, e trarne un segno che rivelasse una possibile soprav-vivenza
del brigatismo rosso. Avvezzi a interpretare e capire una materia che la
nuova strategia eversiva rendeva ancora più mercuriale e imprendibile,
si dovette attendere che fosse il suo agire a precisarne la natura. Mi
ero dedicato a un'inchiesta intitolata «La notte della Repubblica»,
seguendo prima le avvisaglie, poi l'esplosione, quindi il riflusso, della «stella
a cinque punte» e mi sembra-va una storia conclusa. Poi, dalla sua
ricomparsa - sebbene i sintomi ne dessero ancora un'immagine imprecisa
e contrad-dittoria - emerse un'identità che andava a collocare il
delitto D'Antona in una reale reviviscenza. Era in atto il grande sforzo
di connettere i bisogni sociali con l'esigenza della so-stenibilità,
una parola uscita dai teoremi degli «studiosi del lavoro» che
mediavano tra i grandi soggetti della comples-sità sociale. E quanto
più ci si inoltrava sul terreno della com-posizione dei contrasti,
introducendo criteri economici e po-litici capaci di rendere compatibili
le mediazioni all'interno della «flessibilità» e della «concertazione»,
al primo sentore di una possibile, relativa pace sociale irruppe il tragico «no» pronunciato,
con sei colpi di pistola, da una rivoluzione an-cora una volta senza popolo,
sciaguratamente decisa a repli-care una lotta senza destino. Ricordo quei
giorni, attraversati dall'odore, così pareva, la-sciato dagli spari
che avevano abbattuto uno dei grandi esper-ti dello Stato in materia di
diritto del lavoro, artefice di una cul-tura aggiornata dallo studio e
dall'esperienza, cioè nel vivo dei problemi. Fu allora, in quel
lampo, che dietro l'omicidio di D'Antona apparve una trama destinata a
durare almeno fino alla morte di Marco Biagi e al conflitto a fuoco sul
treno della Lioce. Dall'incertezza rinnovatasi nel paese vedemmo trarsi,
e insieme confondersi nella comunità, la figura di una donna minuta,
apparentemente fragile, eppure forte per educazione e cultura: Olga D'Antona,
straziata e ferma erede del delitto. L'origine di queste pagine si colloca
nell'emozione e nei la-sciti di quel mattino. Ecco perché, cinque
anni dopo, è parso naturale che si volesse pubblicare una sorta
di diario, risve-gliato da una sequela di domande, e corredato dagli inter-venti
tenuti da Olga D'Antona in occasioni pubbliche, in par-lamento e sui giornali.
Olga, che nel frattempo mi aveva dato la sua amicizia, do-po tanto ragionare
si era lasciata condurre con la leggerezza suggerita da un sentimento di
solidarietà anche personale, oltre che civile, fino a dire di sé,
come in fondo a una vita, che cosa significava e significa l'improvviso
trovarsi senza un bene così grande, così raro, così perduto.
il
prologo del libro scritto da sergio zavoli con olga d'antona
«Comunicare
l'un l'altro, scambiarsi informazioni è natura; tener conto
delle informazioni che ci vengono date è cultura»
(J. W. von Goethe) |
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