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Gazzetta Ufficiale Regione Siciliana,
venerdì 30 luglio 2004 - n. 32
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Con decreto n. 16 del 22 marzo 2004 dell'Assessore per l'industria, registrato
all'Agenzia delle entrate, ufficio di Palermo 2 al n. 5422 del 29 giugno
2004, è stato accordato alla Panther Resources Corporation, con
sede legale negli U.S.A., Houston - Texas 77024 - 31 Stillforest e sede
di rappresentanza in Palermo, presso lo studio legale dell'avv. N. Piazza,
via Libertà n. 39, il permesso di ricerca per idrocarburi liquidi
e gassosi convenzionalmente denominato "Fiume Tellaro" ricadente
nei territori dei comuni di Caltagirone, Grammichele, Licodia Eubea, Mazzarrone
e Vizzini (prov. di Catania), Chiaramonte Gulfi, Comiso, Giarratana, Modica,
Monterosso Almo e Ragusa (prov. di Ragusa); Avola, Buscemi, Noto e Rosolini
(prov. di Siracusa), dell'estensione di Km2 746,37, per una durata di anni
6 dalla data di pubblicazione del presente estratto".
Un amico mi dice di non capire bene il perché della contrarietà alle
trivellazioni per la ricerca di idrocarburi nel Val di Noto. “Siamo
forse contrari al progresso?”, chiede stupito.
L’attuale sindaco di Noto, favorevole alle trivellazioni purché non
tocchino Vendicari, Noto Antica e l’area della villa romana sul
Tellaro, agli inizi degli anni ’70, quando era consigliere provinciale,
fu tra i tanti sostenitori dell’installazione della raffineria
Isab a Vendicari. Sempre in nome del progresso, immagino.
Un altro amico, profondo conoscitore della normativa ambientale, raccomanda
di evitare di relegare l’opposizione alle trivellazioni nella contrapposizione,
di opinioni e non di fatti, tra chi pensa che siano un male e chi no.
Non è così, dice, che si sconfigge il progetto “Eureka” della
Panther Resources che, sicuramente, metterà in campo decine di
esperti e docenti universitari per sostenere la bontà di quanto
vogliono fare. Bisogna, insiste, dimostrare una semplice verità: è stata
violata la legge.
Sono d’accordo con lui pur restando affezionato al confronto tra
le opinioni. Il ricorso alla giustizia, in questi casi, è irrinunciabile
ma, per quanto io sia ottimista e fiducioso verso la Magistratura, temo
sempre di non trovare un giudice a Berlino.
Mi accorgo, invece, che non è facile spiegare al primo amico – benché con
lui credo di condividere un’idea del “progresso” molto
distante e diversa dai canoni “sviluppisti” – che non
siamo per nulla contrari al progresso ma che le trivellazioni, in Val
di Noto come in altre aree siciliane, sono incompatibili con la tutela
del territorio e con il “modello di sviluppo” che le popolazioni
locali – tra mille incertezze e contraddizioni – stanno cercando
di attuare. Vorrei riuscire a rendere evidente, a me ed agli altri, che
non si tratta soltanto dell’impatto che produrrebbe il bucherellare
qui e là il territorio alla ricerca dei giacimenti o di quello
determinato da impianti di stoccaggio, pipelines e di quant’altro
necessario in caso di rinvenimento degli idrocarburi. Anche ammettendo
che gli impatti siano minimi – il che in questo caso non è dato
sapere ed è più che lecito ipotizzare il peggio, visto
che non è stata effettuata alcuna valutazione di impatto ambientale
né una valutazione d’incidenza sugli habitat naturali soggetti
a tutela – la realizzazione di un’opera non può prescindere
dal contesto economico e sociale nel quale essa s’inserisce e dall’atteggiamento
con cui le popolazioni locali accolgono o rigettano l’opera.
Non voglio tirare in ballo o esaltare i temi delle scelte condivise,
del “quale federalismo”, della democrazia partecipata o dell’autodeterminazione
ma mi pare chiaro che in troppe questioni, ed anche in questa delle trivellazioni,
la comunità locale non ha avuto alcuna possibilità di esprimere
il suo punto di vista, di difendere le peculiarità della propria
economia, di avere accordata udienza alle sue ragioni.
È
legittimo che le popolazioni interessate scelgano di rinunciare ad un
sistema industriale che, pur fornendo qualche temporaneo beneficio occupazionale,
pone però pesanti vincoli sul territorio, ne altera la vocazione
naturale e pregiudica il disegno che la comunità intende perseguire?
Non è forse positivo che una comunità, consapevolmente,
voglia mantenere e migliorare la sua qualità di vita, in senso
lato, oltre che una dimensione del lavoro e dei rapporti sociali, che,
a ragion veduta, ritiene più ricca e soddisfacente di quanto possa
offrire l’industria petrolifera? Io credo di sì, e spero
nessuno pensi che ciò implichi un rifiuto del “progresso” ed
un ritorno all’antico, riassumibile nella trita banalità della
candela e del carretto.
Lungi da me, però, la sottovalutazione delle condizioni di debolezza
contrattuale di chi cerca disperatamente lavoro ed il peso che queste
condizioni hanno nel determinare i comportamenti dell’intera società:
dalle nostre parti il ricatto occupazionale prospera e vive di rendita.
Né sopravvaluto il ruolo della società civile o, tantomeno,
dei politici amministratori: troppo spesso la superficialità,
il lasciarsi guidare dall’interesse di parte ed i fulminei cambi
d’opinione sono i soli elementi su cui quest’ultimi basano
la loro azione di governo. Noi cittadini, individualmente, ci portiamo
dietro la responsabilità di avere scelto quei politici per ragioni
più o meno nobili e, collettivamente, di non aver saputo costruire
alternative ad un sistema dove il ricatto occupazionale limita le libertà.
La gente del Val di Noto cerca ora di liberarsi dal ricatto e rivendica
le libertà. “Fuori i petrolieri dal Val di Noto”,
hanno gridato a Messina il 12 marzo alla manifestazione di Legambiente
contro il ponte sullo Stretto. Quelli di Augusta aggiungevano: “No
al mega-inceneritore”. È un’unica battaglia, è anche
la nostra.
siamo
forse contrari al progresso?
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