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La ricostruzione storica degli avvenimenti
del nostro passato, recente o meno recente, è divenuta negli ultimi
anni sempre più un argomento di dibattito, confronto e scontro
politico. In queste settimane è stato il tema delle “Foibe” a
tenere banco nelle polemiche politiche, anche in concomitanza della celebrazione,
il 10 febbraio, della “Giornata del ricordo”, istituita dal
Parlamento italiano per ricordare quei tragici eventi, e dell’uscita
sugli schermi televisivi di una fiction : “Il Cuore nel pozzo” di
Alberto Negrin che prende spunto da quegli avvenimenti.
Su tali avvenimenti cadde un troppo lungo silenzio negli anni seguenti
la fine della II guerra mondiale. Silenzio “gridato” da tutti,
perché comodo a tutti. Ora che le ragioni di quel silenzio, la guerra
fredda e lo scontro ideologico internazionale ma anche interno all’Italia,
non ci sono più, se ne torna finalmente a parlare. E divampano le
polemiche. Così come si ripresenta il tentativo di uso strumentale
del passato, che sta diventando sempre più una prassi normale nel
dibattito politico, sostenuto da un sistema di comunicazione-spettacolo
che sa fare bene il suo lavoro: spettacolarizzare tutto, anche le tragedie,
anche la storia. E nella comunicazione-spettacolo passa una cosa sola:
confusione. Così, invece di quella “memoria condivisa” che
si dice di voler costruire, si finisce con il creare una “memoria
confusa”. Una memoria in cui tutto è indistinto e incomprensibile.
I due modi in cui la politica ha utilizzato e utilizza le Foibe, rimuovendole
o parlandone strumentalmente, rispondono, infatti, a una voluta incapacità di
distinguere e comprendere.
E tuttavia distinguere e comprendere sono due caratteristiche fondamentale
della storia. Perché la storia ha proprio questo compito: capire
e spiegare il passato. Non giustificare. Il compito di capire e spiegare,
che è della storia, è molto diverso da quello che deve assumersi
e svolgere la politica: costruire il futuro. E’ proprio sul futuro
che la politica, i politici, dovrebbero contrapporsi. Tra il passato della
storia e il futuro della politica c’è il presente della vita.
E’ questo presente che dobbiamo, invece, giudicare. Per vivere, per
fare le scelte che dobbiamo fare momento per momento, dobbiamo avere un
giudizio su di noi. Per esprimere questo giudizio ci serve il passato per
capire chi siamo e ci serve il futuro per capire cosa vogliamo essere.
Quando giudichiamo, sia che ci occupiamo in apparenza del passato, sia
che ci occupiamo in apparenza del futuro, è sempre del presente
e di noi che stiamo parlando. Il giudizio che esprimiamo sul passato è il
giudizio che esprimiamo su di noi. Il giudizio sulla storia è sempre
un giudizio su di noi. La rimozione del passato o l’uso strumentale
del passato esprimono un giudizio su chi rimuove e strumentalizza, non
sono un giudizio sul passato. Per capirci: se siamo (vale a dire il giudizio
che diamo oggi su di noi) per la libertà e la democrazia, allora
per noi non è la stessa cosa lottare da partigiani contro una dittatura
e arruolarsi tra le fila dell’esercito di quella dittatura. Poi sarà compito
della storia capire perché alcuni divennero partigiani e alcuni
si arruolarono.
il
ricordo tra responsabilità e strumentalizzazione |
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