le foibe

  di domenico cacopardo  

 

La ricostruzione storica degli avvenimenti del nostro passato, recente o meno recente, è divenuta negli ultimi anni sempre più un argomento di dibattito, confronto e scontro politico. In queste settimane è stato il tema delle “Foibe” a tenere banco nelle polemiche politiche, anche in concomitanza della celebrazione, il 10 febbraio, della “Giornata del ricordo”, istituita dal Parlamento italiano per ricordare quei tragici eventi, e dell’uscita sugli schermi televisivi di una fiction : “Il Cuore nel pozzo” di Alberto Negrin che prende spunto da quegli avvenimenti.
Su tali avvenimenti cadde un troppo lungo silenzio negli anni seguenti la fine della II guerra mondiale. Silenzio “gridato” da tutti, perché comodo a tutti. Ora che le ragioni di quel silenzio, la guerra fredda e lo scontro ideologico internazionale ma anche interno all’Italia, non ci sono più, se ne torna finalmente a parlare. E divampano le polemiche. Così come si ripresenta il tentativo di uso strumentale del passato, che sta diventando sempre più una prassi normale nel dibattito politico, sostenuto da un sistema di comunicazione-spettacolo che sa fare bene il suo lavoro: spettacolarizzare tutto, anche le tragedie, anche la storia. E nella comunicazione-spettacolo passa una cosa sola: confusione. Così, invece di quella “memoria condivisa” che si dice di voler costruire, si finisce con il creare una “memoria confusa”. Una memoria in cui tutto è indistinto e incomprensibile. I due modi in cui la politica ha utilizzato e utilizza le Foibe, rimuovendole o parlandone strumentalmente, rispondono, infatti, a una voluta incapacità di distinguere e comprendere.
E tuttavia distinguere e comprendere sono due caratteristiche fondamentale della storia. Perché la storia ha proprio questo compito: capire e spiegare il passato. Non giustificare. Il compito di capire e spiegare, che è della storia, è molto diverso da quello che deve assumersi e svolgere la politica: costruire il futuro. E’ proprio sul futuro che la politica, i politici, dovrebbero contrapporsi. Tra il passato della storia e il futuro della politica c’è il presente della vita. E’ questo presente che dobbiamo, invece, giudicare. Per vivere, per fare le scelte che dobbiamo fare momento per momento, dobbiamo avere un giudizio su di noi. Per esprimere questo giudizio ci serve il passato per capire chi siamo e ci serve il futuro per capire cosa vogliamo essere. Quando giudichiamo, sia che ci occupiamo in apparenza del passato, sia che ci occupiamo in apparenza del futuro, è sempre del presente e di noi che stiamo parlando. Il giudizio che esprimiamo sul passato è il giudizio che esprimiamo su di noi. Il giudizio sulla storia è sempre un giudizio su di noi. La rimozione del passato o l’uso strumentale del passato esprimono un giudizio su chi rimuove e strumentalizza, non sono un giudizio sul passato. Per capirci: se siamo (vale a dire il giudizio che diamo oggi su di noi) per la libertà e la democrazia, allora per noi non è la stessa cosa lottare da partigiani contro una dittatura e arruolarsi tra le fila dell’esercito di quella dittatura. Poi sarà compito della storia capire perché alcuni divennero partigiani e alcuni si arruolarono.

il ricordo tra responsabilità e strumentalizzazione