l’intero ed i frantumi

  di emanuela di bella  

 

In una cultura che predilige l’efficienza si afferma la superiorità di ciò che è intero, “integro”, e perciò funzionante, utile.
Questo è vero riguardo a qualcosa, un oggetto, uno strumento o una macchina che funzioni solo quando è integra, cioè nessuna parte è mancante, difettosa o rotta.
Ma se pensiamo alle case che abitiamo, all’essere umano, al nostro corpo, alla vita, alle relazioni con gli altri esseri umani, le cose cambiano: cos’è veramente integro? Qual è il rapporto tra integralità e funzionalità, tra utilità e valore?
Cosa, nel tempo, rimane intero?
Il corpo umano continua a funzionare e a vivere anche senza un dito, una gamba, un rene, un polmone o metà fegato. E affrontando i problemi delle funzioni vitali, se si supera la gabbia del dolore che ti chiude al mondo, si vive un cambiamento del modo di fare, di pensare, di essere:
pur sentendosi in parte mutilati, pur sentendo l’importanza e la sofferenza di quella parte mancante ci sentiamo ancora interamente uomini.
E’ la nostra anima che ci percepisce umani, anche se malati, sofferenti o a pezzi.
Anche quando perdiamo qualcuno che fa parte di noi, della nostra vita: un figlio, un amico, una sorella, un compagno, un genitore.
L’essere umano è straordinariamente adatto alla sopravvivenza.
La via a cui è chiamato è più forte di ogni altro evento mortifero in cui s’imbatte. Anzi, spesso, questo è occasione di cambiamento, di crescita, di fortificazione, di purificazione.
Niente può veramente distruggere l’essere umano: la vita lo modella, lo trasfigura ma non l’annienta.
Con questa certezza viviamo. Chi più, chi meno.
Guardiamo alla tragedia del maremoto nell’oceano Indiano, e ai piccoli maremoti delle nostre piccole vite individuali. E’ la stessa cosa. L’umanità è una realtà sofferente. Solo così s’impara la grande lezione della vita: imparando a ricomporre i pezzi, ad osservarli ad uno, a riconoscere l’unicità e la bellezza di ogni singola forma.
D’altra parte, chi ha detto che una grande lastra di vetro blu, blu cobalto, il più prezioso, sia più bella di una vetrata composta da pezzi di vetro bianco, giallo o verde, più poveri, certo, ma nel
loro insieme, più significativi?
Chi, guardando una finestra comune, potrebbe trovare più affascinante il so vetro trasparente, lindo e immacolato, rispetto ad una qualsiasi vetrata policroma, foss’anche con un vetro lineato o mancante? Forse, anche per questi segni del tempo essa è affascinante, perché ci racconta una storia, un episodio, il tempo che passa.
Mi chiedo sa dai pezzi della vetrata commemorativa della Questura, spezzata dal vento di novembre, rinascerà un’altra vetrata. Sicuramente ancora più importante, perché ancora più espressiva dei valori che voleva significare, per chi crede che ciò che si vede ha più valore di ciò
che si dice.
D’altra parte, erano “pezzi” prima, sono pezzi adesso: possono essere ricomposti ancora in un nuovo insieme.
Raccogliere i pezzi e ricomporli, in fondo, è il lavoro della mia vita. Da sempre, quando passeggio in una spiaggia mi piace di più raccogliere il frammento di conchiglia, spesso misterioso e irriconoscibile, perché lavorato dal mare e dal tempo, che la conchiglia intera.
Bisogna amare il lavorìo del tempo, della vita, e ringraziare per ciò in cui ci trasformano, anche se tale trasformazione passa attraverso la frantumazione.
Solo chi ha paura della morte vuole fermare la vita.
Niente rimane a lungo intero, ma possiamo imparare a scorgere la bellezza anche in un frammento che ci parla di ciò che è stato, che parla al nostro cuore di fragilità, di forza, di resistenza, di fiducia e di bellezza dell’esistere.

l'etica del frammento