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In una cultura che predilige l’efficienza
si afferma la superiorità di ciò che è intero, “integro”,
e perciò funzionante, utile.
Questo è vero riguardo a qualcosa, un oggetto, uno strumento o una
macchina che funzioni solo quando è integra, cioè nessuna
parte è mancante, difettosa o rotta.
Ma se pensiamo alle case che abitiamo, all’essere umano, al nostro
corpo, alla vita, alle relazioni con gli altri esseri umani, le cose cambiano:
cos’è veramente integro? Qual è il rapporto tra integralità e
funzionalità, tra utilità e valore?
Cosa, nel tempo, rimane intero?
Il corpo umano continua a funzionare e a vivere anche senza un dito, una
gamba, un rene, un polmone o metà fegato. E affrontando i problemi
delle funzioni vitali, se si supera la gabbia del dolore che ti chiude
al mondo, si vive un cambiamento del modo di fare, di pensare, di essere:
pur sentendosi in parte mutilati, pur sentendo l’importanza e la
sofferenza di quella parte mancante ci sentiamo ancora interamente uomini.
E’ la nostra anima che ci percepisce umani, anche se malati, sofferenti
o a pezzi.
Anche quando perdiamo qualcuno che fa parte di noi, della nostra vita:
un figlio, un amico, una sorella, un compagno, un genitore.
L’essere umano è straordinariamente adatto alla sopravvivenza.
La via a cui è chiamato è più forte di ogni altro
evento mortifero in cui s’imbatte. Anzi, spesso, questo è occasione
di cambiamento, di crescita, di fortificazione, di purificazione.
Niente può veramente distruggere l’essere umano: la vita lo
modella, lo trasfigura ma non l’annienta.
Con questa certezza viviamo. Chi più, chi meno.
Guardiamo alla tragedia del maremoto nell’oceano Indiano, e ai piccoli
maremoti delle nostre piccole vite individuali. E’ la stessa cosa.
L’umanità è una realtà sofferente. Solo così s’impara
la grande lezione della vita: imparando a ricomporre i pezzi, ad osservarli
ad uno, a riconoscere l’unicità e la bellezza di ogni singola
forma.
D’altra parte, chi ha detto che una grande lastra di vetro blu, blu
cobalto, il più prezioso, sia più bella di una vetrata composta
da pezzi di vetro bianco, giallo o verde, più poveri, certo, ma
nel
loro insieme, più significativi?
Chi, guardando una finestra comune, potrebbe trovare più affascinante
il so vetro trasparente, lindo e immacolato, rispetto ad una qualsiasi
vetrata policroma, foss’anche con un vetro lineato o mancante? Forse,
anche per questi segni del tempo essa è affascinante, perché ci
racconta una storia, un episodio, il tempo che passa.
Mi chiedo sa dai pezzi della vetrata commemorativa della Questura, spezzata
dal vento di novembre, rinascerà un’altra vetrata. Sicuramente
ancora più importante, perché ancora più espressiva
dei valori che voleva significare, per chi crede che ciò che si
vede ha più valore di ciò
che si dice.
D’altra parte, erano “pezzi” prima, sono pezzi adesso:
possono essere ricomposti ancora in un nuovo insieme.
Raccogliere i pezzi e ricomporli, in fondo, è il lavoro della mia
vita. Da sempre, quando passeggio in una spiaggia mi piace di più raccogliere
il frammento di conchiglia, spesso misterioso e irriconoscibile, perché lavorato
dal mare e dal tempo, che la conchiglia intera.
Bisogna amare il lavorìo del tempo, della vita, e ringraziare per
ciò in cui ci trasformano, anche se tale trasformazione passa attraverso
la frantumazione.
Solo chi ha paura della morte vuole fermare la vita.
Niente rimane a lungo intero, ma possiamo imparare a scorgere la bellezza
anche in un frammento che ci parla di ciò che è stato, che
parla al nostro cuore di fragilità, di forza, di resistenza, di
fiducia e di bellezza dell’esistere.
l'etica
del frammento |
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