guarda come siamo ridotti

  di carmelo sgandurra  

 

Il titolo dell’opera potrebbe fare pensare all’ennesimo trattato di archeologia, in realtà “L’orecchio di Dionisio” (di don Roberto Sardelli, 2004 Iride edizioni – gruppo Rubettino. € 12.00) si rivela un “romanzo di formazione”, la storia di Martino, giovane della provincia del sud, che decide di percorrere la strada del seminario alla luce del rinnovamento conciliare. Sceglie di stare con gli oppressi vivendo la sua missione tra prostitute e diseredati di una baraccopoli alla periferia di Roma in un percorso non privo di ostacoli posti dalle sue stesse gerarchie.
Si tratta di un romanzo scritto con uno stile “asciutto, sorvegliato, a volte quasi scolasticamente sorvegliato” recita nella prefazione Tullio De Mauro. Potrebbe essere un romanzo scontato, ma la trama si intreccia troppo spesso con le vicende biografiche dell’autore e colpisce perché della sua vita non racconta necessariamente i fatti, ma gli umori, le passioni, le crisi, le scelte fondamentali. E così don Roberto fa rivivere in Martino tutte le tribolazioni che lo hanno portato a diventare un prete scomodo, dalla “carriera” in discesa libera, verso il basso, verso gli ultimi, abbandonato alla solitudine dai suoi stessi formatori: “avevano paura di chi come me, di sua iniziativa scende. Loro sono più tranquilli quando uno di noi decide di salire”. La parrocchia di Roberto-Martino sarà il Borghetto, una baraccopoli alla periferia di Roma, dove il fascismo aveva trasferito i diseredati del centro storico, dove transitavano gli immigrati in attesa di trovare un alloggio, ma da dove non tutti riuscivano ad andare via per una casa popolare. In questa Korogocho nostrana l’autore, negli anni ’60, emulo di Don Milani, aprì una scuola popolare. Molti insegnanti ricorderanno ancora quella esperienza ed il testo che la raccontò “Scuola 725: non tacere.”
Nelle baracche dove don Martino svolgerà la sua missione vive Rita costretta a vendere il suo corpo sin da bambina: “Nessuno di noi, né prete, né vescovo, né papa, ha più dignità di te”. È solo l’ultima di una galleria di personaggi che incrociano la vita del protagonista, icone di una società divisa tra oppressori e oppressi. Nella prima parte del romanzo, sono le lucciole, il vento, gli uccelli, simboli di una civiltà contadina che è stata fagocitata, a raccontare al giovane protagonista le storie del passato. Incontriamo il vecchio parroco di campagna che, lontano dai dibattiti, lontano dalle accademie ha comunque chiaro un problema: “abbiamo costruito nei secoli una piramide, non una comunità” ed una certezza: “perché si resta nella chiesa? È la nostra casa, in un’altra casa, prima o dopo, si riproporrebbero le stesse contraddizioni.” C’è la vecchia nonna, la Roccia, la saggezza popolare. Eleuterio, dalle idee sovversive, che viene costretto a bere l’olio di ricino. Nella seconda parte, quella in cui la vocazione di Martino si fa concreta con la scelta del seminario (probabilmente il Capranica di Roma), ci sono i personaggi del presente. C’è l’amico di sempre, il laico che frena la sua esuberanza, e lo invita alla prudenza: “I seminari sono come l’Orecchio di Dionisio: tutto converge in alto, verso un punto…l’orecchio di Dionisio più va in alto più si restringe.” Non manca il self made man, che immaginiamo muoversi con disinvoltura tra i salotti della politica e della curia romana: “La chiesa ci ha insegnato che la carriera porta nobiltà, benessere, sicurezza, trono, potere, ordine, obbedienza. La carriera è come una cinghia di trasmissione che va dalla nobiltà all’obbedienza.”
Esemplare è la descrizione dei quattro stereotipi del seminarista: quello dedito alla carriera, e quello che pensa solo allo studio, colui che non trova nella chiesa nulla da cambiare, ed infine lo smarrito, l’incerto, che comunque, nel dubbio, va a riportare tutte le chiacchiere di corridoio al Grande Orecchio. Ma cosa avranno poi di così scandaloso da riferire? “si è incontrato con un prete-operaio… ha letto libri su cui pesano sospetti da parte del Sant’Uffizio… parla apertamente di rompere il catenaccio della morale per far venir fuori la proposta liberatrice di Gesù…è arrivato a dire che il primo compito del prete è quello di uscire dalla sacrestia e di testimoniare la sua fede là dove gli uomini lavorano e lottano per il diritto e la dignità…. è andato a trovare quel Don Milani.”
È chiaro che il racconto, la narrazione è solo un pretesto. Scrive De Mauro: “Leggendo ti prende per quello che dice, non per come lo dice.” E don Roberto ha molto da dire, nella solitudine dei tanti profeti rivalutati sempre troppo tardi parla, e parla alle nostre coscienze sopite.
“Padre, scendi dal cielo, se ci sei, scendi! – canta tra le baracche - Troppe solitudini, troppe angosce, troppi privilegi di pochi, troppe miserie di molti. Guarda come siamo ridotti! Dacci una mano, sporcati con noi i piedi, cammina nel nostro fango. Tocca la nostra carne. Guarda come siamo ridotti".
Il racconto si avvia alla conclusione in un finale orwelliano, che non vogliamo comunque svelare. Rimane l’amaro in bocca; ed una domanda dalla risposta purtroppo scontata: e io, che a parole ho scelto da che parte stare, faccio abbastanza per costruire una società più giusta?

un libro racconta il grido degli oppressi attraverso le parole di un prete nelle favelas romane