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Vivere in pianura ha tanti vantaggi.
Ad esempio non si sperimenta la fatica delle salite, né si teme
il freddo delle cime nevose e la terra è più disponibile
a lasciarsi coltivare.
Pazienza se è facile che vi ristagni la nebbia o che l’inquinamento
atmosferico sia sempre lì a intossicarti per cui bisogna bloccare
talvolta il traffico o perlomeno viaggiare a targhe alterne.
In pianura sono belle le grandi autostrade diritte; niente tornanti.
Non è necessario che si cambi continuamente marcia.
Si gioca poco con il freno e l’acceleratore.
Però si rischiano i colpi di sonno.
Io non lo so se sono un animale di pianura. Forse si, spero di no.
Fatto sta che quando dalle montagne scende una folata di vento che rimescola
l’aria e la rende frizzantina, oppure quando si organizza una gita
ad alta quota, è come se gli ormoni dello spirito si rimettono a
ballare e prepotentemente esigono di riorganizzarsi e slanciarsi per strade
impervie e non del tutto controllabili. E’ come se un “richiamo
dal profondo” ti urla che devi rimetterti all’opera per realizzare
quella che Paulo Coelho chiama “la Leggenda Personale”.
Signori, Tiziano Terzani è una folata di aria frizzantina. La sua
testimonianza viene dalle alte quote dell’umano. Ed ecco allora che
entrando dagli occhi e dalle orecchie, ha ridestato i miei ormoni e rivitalizzato
parole pulite. Le parole ad esempio di Ernest Bloch, scritte nel suo libro “Il
filo rosso della bibbia”, o quelle di Hebert Marcuse (ad es. in “L’uomo
a una dimensione”), o ancora le parole di Martin Buber in “Il
cammino dell’uomo” o di Arturo Paoli.
Diciamo la verità, quanta polvere, quanto inquinamento subculturale
e quanto nichilismo hanno sotterrato in pianura questi pensatori rendendo
l’orizzonte civile un chiaroscuro dove le identità si dissolvono,
i pensieri evaporano in volute di fumo, la consapevolezza viene distorta.
Mi si permetta qualche piccola spiegazione.
Prendo allora il libro “Il filo rosso della bibbia” di E. Bloch.
Vi si parla di questo anelito di libertà che sorge dentro l’impero,
dentro l’Egitto dei faraoni e porta un insieme di individui a diventare
un popolo che cammina verso la terra promessa. Una terra che profuma di
libertà, di vita. Talmente diversa dalla schiavitù d’Egitto
da essere descritta come terra “dove scorre latte e miele”.
Certo, in Egitto carne e cipolle erano garantite, mentre quella terra è oltre
un deserto tutto da affrontare giorno per giorno, senza sicurezze; da conquistare
in mezzo ai pericoli e senza la certezza infine di raggiungerla davvero.
Ma ne vale la pena !
Tutta la bibbia è attraversata da questa ansia di liberazione. Il
Dio della bibbia è del tutto coinvolto nella storia del suo popolo.
Egli ha fatto una scelta di campo e si oppone a quel faraone (e a tutti
i faraoni) che osano imporre le loro leggi di oppressione.
L’autore biblico non appare come un cronista distaccato che registra
avvenimenti, né è uno storico che desidera tramandare i suoi
annali. Egli parla dall’interno della vita di quella gente, ne registra
i respiri, i sospiri, le miserie le esaltazioni, i tradimenti, le conquiste.
Suscita riflessione, esige una personale valutazione, invita a prendere
posizione. Ed è così che la piccola storia di qualche migliaio
di ex schiavi in Egitto diventa paradigma di storie di liberazione che
attraversano i secoli.
Nella bibbia c’è una parola che è chiave di lettura
di tutto ed è fondamentale: PASQUA. In termini laici potremmo forse
tradurla con UTOPIA. Cioè passaggio. Un passaggio “oltre”.
Al di là dell’impero, al di là di una vita narcotizzata
dagli inquinamenti di pianura. Oltre il mar Rosso, simbolo di ostacoli
insormontabili che condannano a morte tutte le visioni di una realtà dove
può esistere, se non altro, un po’ di giustizia e di pace
e di felicità in più.
Quando leggevo queste cose vi confesso che mi sentivo leggero come una
nuvoletta e il vento degli ideali mi spingeva lontano. Poi…il freddo
che a tutt’oggi stringe il mondo e provoca bufere di violenza a livello
planetario, crisi di fiducia, assenza di concetti, blocchi della speranza,
contorcimenti su se stessi, questo freddo mi precipitò come pioggia
in pianura e mi sentii una pozzanghera di solitudine circondata da altre
pozzanghere piene di parole buttate lì alla rinfusa.
Testimoni come Terzani hanno il potere di riscaldare queste pozzanghere,
farle evaporare e riportarle in alto.
Ti dicono che non ti sei sbagliato.
Il suo giornalismo, che è racconto di uomini ad altri uomini, che è trasmissione
di umano vissuto ad altri umani, con lo scopo di favorire la riflessione
e la discussione in vista di una presa di posizione; questo giornalismo è dialogo
libero tra chi comprende di avere delle responsabilità, pur piccolissime,
sulle sorti di questo pianeta.
Ed è un giornalismo libero, che non si svende ad alcun centro di
potere e dice le cose come stanno.
Questo mi ricorda Hebert Marcuse.
Questo autore…….tanto…fuori moda, aveva la capacità di
raccontare con semplicità le tecniche di manipolazione utilizzate
dai centri di potere per costruire una società funzionale ai loro
scopi, cioè ai loro profitti.
E si tratta di tecniche, oggi sicuramente perfezionate, che ti danno l’illusione
della libertà mentre ormai ti hanno ridotto a un mero prodotto destinato
a consumati nell’adempimento del tuo …unico dovere : consumare!
Un uomo in definitiva, direbbe Marcuse, a una dimensione. Educato all’obbedienza
ai bisogni indotti, liberato dalla fatica del pensare, tranquillizzato
nella morbidezza della sua poltrona avendo intorno tutti i mezzi per comunicare
virtualmente con il mondo intero. Un uomo semplicemente espropriato del
suo passato e del suo futuro. Del tutto ininfluente politicamente. Ammesso
solo a partecipare alle liturgie del potere (cortei, manifestazioni, scioperi,
sbandierate) che hanno lo scopo di liberare i gas di scarico che sennò si
accumulerebbero pericolosamente.
Mi domando se c’è oggi da qualcuna delle parti cultural -
politiche nostrane una voce che con credibilità analizzi queste
cose e proponga percorsi concreti alternativi. O se invece sotto l’ombrellone
americano siamo definitivamente tutti condannati a vivere nell’ombra
rinfrescante del disimpegno, con accanto una coca cola e a sfogliare le
pagine della “politica enigmistica”.
Tiziano Terzani alla fine del suo percorso di vita è approdato alla
semplicità. Alla giocosità della vita. Alla fine ha intrapreso
un suo ultimo viaggio durato circa otto anni. Un viaggio che Roger Schulze
di Taizè avrebbe definito: alle sorgenti dell’essere. Ed è pervenuto
a quella antica qualità umana che è la capacità di “amare
di esistere”, di stupirsi, di commuoversi per le molteplici manifestazioni
della vita. Ed ha compreso il semplicissimo anelito di ogni cosa: voler
essere, nello spazio e nel tempo che è concesso.
La vita? Giri di giostra. Gratuità.
La società? Un mettersi insieme (tutti) e fondere le rispettive
prospettive riuscendo così a vedere la realtà in modo un
po’ più completo.
La civiltà? Uno sforzo continuo di metter fuori il positivo di sé e
di tenere a bada quel cane che c’è in ciascuno di noi e che
invece qualche altro (vedi Oriana Fallaci) vorrebbe sguinzagliare contro
gli altri.
Un’ultima cosa, fra le tante che mi piacerebbe accennare: Tiziano
Terzani mi ricorda com’è strano il Dio in cui credo. E come
se ne infischi davvero delle nostre gabbie concettuali e religiose!
Infatti Egli traluce moltissimo in Tiziano che di sicuro non si può dire
che fosse un cristiano praticante.
La sua semplicità nel dire cose tanto vere e profonde infatti mi
ha ricordato la semplicità disarmante delle parabole di Gesù che
eppure esprimeva…le verità di Dio!
La sua capacità di chiamare le cose con il loro nome mi ha ricordato
la tranquilla fierezza di Gesù che anche al cospetto del potere
politico impersonato da Ponzio Pilato, dichiarò la sua identità,
la sua verità indisponibile a svendersi o a piegarsi. L’ironia
cristallina e la giocosità di Terzani mi hanno ricordato la stranezza
di quel Gesù che amava stare con i bambini additandoli addirittura
come maestri di vita!
L’apertura di Terzani, che da impiegato prima e poi da cronista di
guerra è diventato testimone di pace riuscendo a comprendere l’interrelazione
profonda delle sorti dei popoli, mi ha ricordato Gesù che da uomo
di Nazaret prima e in seguito predicatore tra gli israeliti, poi ha lanciato
il suo sguardo al mondo intero e agli uomini di ogni tempo.
Terzani, che alla fine diventa il “senza nome” come approdo
di fusione con la vita intera, mi ha ricordato Gesù che amava identificarsi
sempre come “figlio dell’uomo”. Uomo cioè e basta,
quale approdo di una scelta che, appunto, si chiama incarnazione.
E tutto questo mi sembra una lezione molto importante che da laici viene
anche impartita al mondo delle religioni.
Diceva Terzani:”Se davanti hai due strade, una che ti porta in pianura
e l’altra che ti porta in montagna, scegli quella che sale e stai
tranquillo che non ti sbagli.”
Mannaggia quanto è vero !
Spero di non perdere mai il mio zaino e i miei scarponi anche se a volte
me li ritrovo impolverati di polvere di pianura.
riflessioni sul messaggio di pace di tiziano terzani |
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