la vita in pianura

  di padre carlo d'antoni  

 

Vivere in pianura ha tanti vantaggi. Ad esempio non si sperimenta la fatica delle salite, né si teme il freddo delle cime nevose e la terra è più disponibile a lasciarsi coltivare.
Pazienza se è facile che vi ristagni la nebbia o che l’inquinamento atmosferico sia sempre lì a intossicarti per cui bisogna bloccare talvolta il traffico o perlomeno viaggiare a targhe alterne.
In pianura sono belle le grandi autostrade diritte; niente tornanti.
Non è necessario che si cambi continuamente marcia.
Si gioca poco con il freno e l’acceleratore.
Però si rischiano i colpi di sonno.
Io non lo so se sono un animale di pianura. Forse si, spero di no.
Fatto sta che quando dalle montagne scende una folata di vento che rimescola l’aria e la rende frizzantina, oppure quando si organizza una gita ad alta quota, è come se gli ormoni dello spirito si rimettono a ballare e prepotentemente esigono di riorganizzarsi e slanciarsi per strade impervie e non del tutto controllabili. E’ come se un “richiamo dal profondo” ti urla che devi rimetterti all’opera per realizzare quella che Paulo Coelho chiama “la Leggenda Personale”.
Signori, Tiziano Terzani è una folata di aria frizzantina. La sua testimonianza viene dalle alte quote dell’umano. Ed ecco allora che entrando dagli occhi e dalle orecchie, ha ridestato i miei ormoni e rivitalizzato parole pulite. Le parole ad esempio di Ernest Bloch, scritte nel suo libro “Il filo rosso della bibbia”, o quelle di Hebert Marcuse (ad es. in “L’uomo a una dimensione”), o ancora le parole di Martin Buber in “Il cammino dell’uomo” o di Arturo Paoli.
Diciamo la verità, quanta polvere, quanto inquinamento subculturale e quanto nichilismo hanno sotterrato in pianura questi pensatori rendendo l’orizzonte civile un chiaroscuro dove le identità si dissolvono, i pensieri evaporano in volute di fumo, la consapevolezza viene distorta.
Mi si permetta qualche piccola spiegazione.
Prendo allora il libro “Il filo rosso della bibbia” di E. Bloch.
Vi si parla di questo anelito di libertà che sorge dentro l’impero, dentro l’Egitto dei faraoni e porta un insieme di individui a diventare un popolo che cammina verso la terra promessa. Una terra che profuma di libertà, di vita. Talmente diversa dalla schiavitù d’Egitto da essere descritta come terra “dove scorre latte e miele”. Certo, in Egitto carne e cipolle erano garantite, mentre quella terra è oltre un deserto tutto da affrontare giorno per giorno, senza sicurezze; da conquistare in mezzo ai pericoli e senza la certezza infine di raggiungerla davvero.
Ma ne vale la pena !
Tutta la bibbia è attraversata da questa ansia di liberazione. Il Dio della bibbia è del tutto coinvolto nella storia del suo popolo. Egli ha fatto una scelta di campo e si oppone a quel faraone (e a tutti i faraoni) che osano imporre le loro leggi di oppressione.
L’autore biblico non appare come un cronista distaccato che registra avvenimenti, né è uno storico che desidera tramandare i suoi annali. Egli parla dall’interno della vita di quella gente, ne registra i respiri, i sospiri, le miserie le esaltazioni, i tradimenti, le conquiste. Suscita riflessione, esige una personale valutazione, invita a prendere posizione. Ed è così che la piccola storia di qualche migliaio di ex schiavi in Egitto diventa paradigma di storie di liberazione che attraversano i secoli.
Nella bibbia c’è una parola che è chiave di lettura di tutto ed è fondamentale: PASQUA. In termini laici potremmo forse tradurla con UTOPIA. Cioè passaggio. Un passaggio “oltre”. Al di là dell’impero, al di là di una vita narcotizzata dagli inquinamenti di pianura. Oltre il mar Rosso, simbolo di ostacoli insormontabili che condannano a morte tutte le visioni di una realtà dove può esistere, se non altro, un po’ di giustizia e di pace e di felicità in più.
Quando leggevo queste cose vi confesso che mi sentivo leggero come una nuvoletta e il vento degli ideali mi spingeva lontano. Poi…il freddo che a tutt’oggi stringe il mondo e provoca bufere di violenza a livello planetario, crisi di fiducia, assenza di concetti, blocchi della speranza, contorcimenti su se stessi, questo freddo mi precipitò come pioggia in pianura e mi sentii una pozzanghera di solitudine circondata da altre pozzanghere piene di parole buttate lì alla rinfusa.
Testimoni come Terzani hanno il potere di riscaldare queste pozzanghere, farle evaporare e riportarle in alto.
Ti dicono che non ti sei sbagliato.
Il suo giornalismo, che è racconto di uomini ad altri uomini, che è trasmissione di umano vissuto ad altri umani, con lo scopo di favorire la riflessione e la discussione in vista di una presa di posizione; questo giornalismo è dialogo libero tra chi comprende di avere delle responsabilità, pur piccolissime, sulle sorti di questo pianeta.
Ed è un giornalismo libero, che non si svende ad alcun centro di potere e dice le cose come stanno.
Questo mi ricorda Hebert Marcuse.
Questo autore…….tanto…fuori moda, aveva la capacità di raccontare con semplicità le tecniche di manipolazione utilizzate dai centri di potere per costruire una società funzionale ai loro scopi, cioè ai loro profitti.
E si tratta di tecniche, oggi sicuramente perfezionate, che ti danno l’illusione della libertà mentre ormai ti hanno ridotto a un mero prodotto destinato a consumati nell’adempimento del tuo …unico dovere : consumare! Un uomo in definitiva, direbbe Marcuse, a una dimensione. Educato all’obbedienza ai bisogni indotti, liberato dalla fatica del pensare, tranquillizzato nella morbidezza della sua poltrona avendo intorno tutti i mezzi per comunicare virtualmente con il mondo intero. Un uomo semplicemente espropriato del suo passato e del suo futuro. Del tutto ininfluente politicamente. Ammesso solo a partecipare alle liturgie del potere (cortei, manifestazioni, scioperi, sbandierate) che hanno lo scopo di liberare i gas di scarico che sennò si accumulerebbero pericolosamente.
Mi domando se c’è oggi da qualcuna delle parti cultural - politiche nostrane una voce che con credibilità analizzi queste cose e proponga percorsi concreti alternativi. O se invece sotto l’ombrellone americano siamo definitivamente tutti condannati a vivere nell’ombra rinfrescante del disimpegno, con accanto una coca cola e a sfogliare le pagine della “politica enigmistica”.
Tiziano Terzani alla fine del suo percorso di vita è approdato alla semplicità. Alla giocosità della vita. Alla fine ha intrapreso un suo ultimo viaggio durato circa otto anni. Un viaggio che Roger Schulze di Taizè avrebbe definito: alle sorgenti dell’essere. Ed è pervenuto a quella antica qualità umana che è la capacità di “amare di esistere”, di stupirsi, di commuoversi per le molteplici manifestazioni della vita. Ed ha compreso il semplicissimo anelito di ogni cosa: voler essere, nello spazio e nel tempo che è concesso.
La vita? Giri di giostra. Gratuità.
La società? Un mettersi insieme (tutti) e fondere le rispettive prospettive riuscendo così a vedere la realtà in modo un po’ più completo.
La civiltà? Uno sforzo continuo di metter fuori il positivo di sé e di tenere a bada quel cane che c’è in ciascuno di noi e che invece qualche altro (vedi Oriana Fallaci) vorrebbe sguinzagliare contro gli altri.
Un’ultima cosa, fra le tante che mi piacerebbe accennare: Tiziano Terzani mi ricorda com’è strano il Dio in cui credo. E come se ne infischi davvero delle nostre gabbie concettuali e religiose!
Infatti Egli traluce moltissimo in Tiziano che di sicuro non si può dire che fosse un cristiano praticante.
La sua semplicità nel dire cose tanto vere e profonde infatti mi ha ricordato la semplicità disarmante delle parabole di Gesù che eppure esprimeva…le verità di Dio!
La sua capacità di chiamare le cose con il loro nome mi ha ricordato la tranquilla fierezza di Gesù che anche al cospetto del potere politico impersonato da Ponzio Pilato, dichiarò la sua identità, la sua verità indisponibile a svendersi o a piegarsi. L’ironia cristallina e la giocosità di Terzani mi hanno ricordato la stranezza di quel Gesù che amava stare con i bambini additandoli addirittura come maestri di vita!
L’apertura di Terzani, che da impiegato prima e poi da cronista di guerra è diventato testimone di pace riuscendo a comprendere l’interrelazione profonda delle sorti dei popoli, mi ha ricordato Gesù che da uomo di Nazaret prima e in seguito predicatore tra gli israeliti, poi ha lanciato il suo sguardo al mondo intero e agli uomini di ogni tempo.
Terzani, che alla fine diventa il “senza nome” come approdo di fusione con la vita intera, mi ha ricordato Gesù che amava identificarsi sempre come “figlio dell’uomo”. Uomo cioè e basta, quale approdo di una scelta che, appunto, si chiama incarnazione.
E tutto questo mi sembra una lezione molto importante che da laici viene anche impartita al mondo delle religioni.
Diceva Terzani:”Se davanti hai due strade, una che ti porta in pianura e l’altra che ti porta in montagna, scegli quella che sale e stai tranquillo che non ti sbagli.”
Mannaggia quanto è vero !
Spero di non perdere mai il mio zaino e i miei scarponi anche se a volte me li ritrovo impolverati di polvere di pianura.

riflessioni sul messaggio di pace di tiziano terzani