i fantasmi di portopalo:
la solidarietà e la legalità

  di salvatore borgh  

 

I fantasmi di Portopalo è un libro d’inchiesta giornalistica di Giovanni Maria Bellu che parla di un’immensa tragedia avvenuta la notte del 25 dicembre 1996, al largo della costa di Portopalo di Capo Passero. In quella tragica vicenda persero la vita 283 persone di origine asiatica, pakistani, indiani e dello Sri Lanka.
Nel libro del giornalista di Repubblica possiamo leggere quelle che sono state le vicissitudini di questi poveri clandestini. Tutti molto giovani, hanno affrontato lunghi viaggi dai loro paesi d’origine per approdare sulle coste egiziane, dalle quali è iniziata la loro odissea nel mediterraneo. Obiettivo: l’Italia e da essa tutta l’Europa, per ricongiungersi ai familiari e cercare di sfuggire alla povertà e alla fame dei loro paesi. La prima cosa che mi ha colpito è stata la loro età, la maggior parte di essi avevano al massimo 20 anni. Inoltre, a differenza di quanto normalmente si immagini, erano dotati di culture scolastiche superiori, a volte anche universitarie. La conferma deriva dalla descrizione di come vengono scelti i candidati alla carica di “clandestini”. Poiché il viaggio verso la realizzazione dei propri sogni è costoso e impegnativo, viene attuata una selezione all’interno della propria comunità e il prescelto gode di una colletta di tutti gli abitanti di un paese. In sostanza chi affronterà le peripezie e le fatiche del viaggio è l’uomo migliore di quella famiglia o di quel paese, il più in gamba, il più sano, il più giovane, il più istruito. In queste circostanze, sono partite e partono le speranze e i desideri di un popolo.
Quando penso a loro mi viene in mente mio nonno. Che come tanti altri siciliani non partì quand’era ragazzino, ma quando, uomo già fatto e con responsabilità familiari, doveva guadagnarsi il pane per sè e i suoi cari. E si recò in America a lavorare come operaio. Ecco quindi che si evidenziano tante differenze tra quel fenomeno di emigrazione e quello che vediamo oggi scorrerci sotto gli occhi. La prima è data dal modo diverso di viaggiare, i primi viaggiarono in nave, anche se non in prima classe, ma con la dignità di chi è comunque un passeggero, i secondi in una barca con, a disposizione, meno di 1 metro quadro a testa e le angherie e umiliazioni di chi si vede considerato poco più di bestiame. Mio nonno viaggiò per 15 giorni, Anpalagan Ganeshu, così si chiamava il ragazzo sfortunato protagonista del libro di Bellu, e i suoi compagni di sventura vissero all’interno della Yoan, la nave negriera, per 5 mesi. Non è semplice e neppure corretto, paragonare le due condizioni, ma si rende necessaria una riflessione più attenta su di esse. Allora bisogna ammettere che nell’Europa di oggi, molto diversa dall’America degli anni 20 o degli anni 50, lo straniero è rifiutato e considerato ipocritamente un fastidio, pur se utilizzato dalle nostre economie, con buona pace dei proclami di solidarietà e accoglienza che continuamente vengono sventolati.
Ecco cosa viene fuori dal libro di Bellu sulla più grande tragedia del mare nel mediterraneo, dalla seconda guerra ad oggi. E il comportamento agghiacciante dei pescatori portopalesi, che, per paura di essere bloccati nel lavoro dalle cosiddette autorità, rigettano in mare i cadaveri dei naufraghi che si impigliano nelle reti, aggiunge un’ombra ancora più cupa sulla vicenda.
In un mondo così globalizzato, anche se si riesce a diffondere l’istruzione, non si riescono a distribuire le risorse economiche e produttive, bisogna emigrare e verificare di essere considerati meno che rifiuti del mare. Non voglio entrare nel merito delle scelte dei pescatori portopalesi in quanto esse nascono anche da esperienze assurde quali quella vissuta dal capitano di un peschereccio imputato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina perché decise di accogliere a bordo circa 150 naufraghi in balia del mare. La questione è articolata e, anche se nel complesso se ne può dare un giudizio negativo, non bisognerebbe calcare troppo la mano su soggetti molto influenzabili da fattori esterni.
L’altro aspetto che, decisamente, balza fuori dalle pagine del libro è l’impressione di decadimento del senso di legalità che pervade tutti i fatti narrati.
Quando si legge che nella caserma dei carabinieri giace un fascicolo per il rinvenimento nelle vie di Portopalo di un cranio, e a questo non seguono indagini sulla ricerca del legittimo proprietario, quando si ascolta un pescatore raccontare di aver anche lui, come tutti i pescatori e marinari del posto e, si suppone, anche la capitaneria di porto, ascoltato un SoS via radio, e non aver fatto scattare operazioni di soccorso, quando si legge nel libro che si, le autorità della guardia costiera, avevano avuto notizia delle voci che descrivevano la pesca dei naufraghi morti, ma, poiché nessuno faceva denuncia scritta non potevano procedere, ecco, quando si leggono tutte queste cose si ha la sensazione che la parola legalità sia un termine vuoto.
E in questa Sicilia, continuamente sotto scacco per non riuscire ad alzare completamente la testa, verificare che il sentimento di legalità è meno di un insieme di caratteri alfabetici, rende sempre più difficile la nostra capacità di resistenza.

la tragedia della notte del 25 dicembre 1996, al largo della costa di Portopalo di Capo Passero