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Le sfide, le scommesse che attendono
il nostro partito sono importanti, sono alte e sono avvincenti. Sapere
interpretare i bisogni e le attese della società, tornare a governare
i processi di trasformazione della realtà sapendovi dare risposte
convincenti, è oggi il nostro traguardo, sapendo che in un mondo
profondamente complesso, permeato da incertezze, tensioni e squilibri
fino a qualche tempo fa visibili solo a pochi, la sinistra ha ancora
un suo ruolo insostituibile solo se saprà reinventarsi ma non
svendersi.
Certo che «da soli non ce la faremo». Ma non ce la faremo nemmeno
inseguendo contraddittoriamente alleanze privilegiate con coloro dai quali
ci separano oceani, come ha fatto ieri il segretario uscente ironizzando
sul «bel Francesco» e sulle sue infelici sortite a proposito
di socialdemocrazia ed egualitarismo e nel contempo spiegando la bontà del
metterci su casa insieme. Parlando cioè di un’operazione tattica
che posso comprendere ma che parla il linguaggio delle segreterie politiche
e non quello delle persone, della gente. La quale aspetta da tutti noi
parole chiare e vede che in comune non abbiamo nemmeno parole certe. Da
soli non ce la faremo ma per farcela abbiamo bisogno di tutti, dentro e
fuori dai partiti.
Ma ancora, non basterà unirci meccanicamente ad altri senza impegnarci
in una profonda, originale rielaborazione culturale e politica dei nostri
valori, da coniugare al presente, e delle nostre proposte ed iniziative
politiche.
Non è questa la sede per discutere approfonditamente delle questioni
importanti che riguardano il nostro territorio, il campo cioè della
nostra azione politica. Ma può essere la sede per accogliere o meno
la proposta, che faccio, di stabilire una serie di assisi programmatiche
su temi specifici di vitale importanza e su cui dobbiamo tornare ad esprimere
un profilo politico: l’università, il termovalorizzatore di
Augusta, i villaggi turistici, il futuro industriale, le crisi dell’agricoltura,
la sanità. Solo alcuni esempi, temi urgenti sui quali sono talvolta
intervenute isolatamente le unità di base, i rappresentanti eletti,
ma non il partito nella sua interezza, non la nostra federazione. C’è mai
stato un raccordo fra partito ed eletti? Una “linea” su qualcosa?
Il congresso provinciale di un partito come il nostro deve tuttavia guardare
avanti, non indietro, e riflettere sulle opportunità di cui dispone
per affrontare le sfide che lo aspettano.
Servirà, io credo, un partito che nel governo degli enti pubblici,
Provincia in testa, non sacrifichi le ragioni del proprio progetto ad un
malinteso senso dell’alleanza, che spesso si traduce nella ricerca
di un equilibrio a tutti i costi, fino all’esercizio frequente della
pratica lottizzatoria. Una pratica indifferente all’obiettivo ed
alla qualità, che si giustifica solo nelle logiche dei gruppi dirigenti
dei partiti (il più delle volte totalmente autoreferenziati) ma
che nuoce alle ragioni di una politica “utile” e, quel che è peggio,
ci fa apparire “tutti uguali”. Certo che «dobbiamo esercitare
un ruolo coalizionale», ma noi chiediamo che il nostro partito spenda
tutto il suo riconosciuto peso all’interno del centrosinistra non
già per essere il centro della più bassa mediazione politica
poiché necessaria alla sopravvivenza, ma della più alta spinta
al rinnovamento in quanto essenziale per il nostro futuro.
Sappiamo bene che ciò può richiedere decisioni difficili
ma tanto più collegialmente tali scelte si assumeranno e meno difficili
esse saranno. Basta con le scelte fatte senza parlarne con nessuno se queste
si riflettono sulla vita del partito. Se dobbiamo cambiare, e dobbiamo
cambiare, serve invece il contributo di tutti e dunque rispetto, riconoscimento
del ruolo e della dignità altrui da parte di ognuno. Serve pervenire
al nostro interno ad una maggiore coesione, dove ognuno esprima la propria
diversa opinione, con passione, con fermezza, ma lo faccia riconoscendosi
in un solo partito che è questo ed è di tutti, non della
maggioranza né della minoranza.
Coesione, tuttavia, non vuol dire uniformità. Noi non abbiamo bisogno
di acritici unanimismi o, peggio, di rinunciatari silenzi sol perché la
polemica è sconveniente, perché non si deve apparire divisi
e quindi è meglio fingere che parlare. Le differenze sono ricchezza,
se sappiamo farne uso. Le minoranze sono preziose se le maggioranze sanno
volare alto ed il partito deve dare spazio a tutte le sue voci. Non deve
ripetersi che l’espressione del 60% del partito lo consideri tutto
suo e lo gestisca come se ne rappresentasse il 100%.
Tutti devono concorrervi. Innanzitutto nelle decisioni importanti, che
non devono più tagliare fuori gli organismi deputati, collegiali,
democraticamente rappresentativi del partito. Poi nelle stesse rappresentanze,
non escluse le cariche del cosiddetto sottogoverno, fin qui destinate a
pochi, sempre quelli. Invece devono prendervi parte tutti, e da subito.
Noi in questo partito abbiamo dimostrato di non essere, e non vogliamo
più essere trattati, come clandestini a bordo.
Che non siamo clandestini a bordo di questo partito credo lo abbiamo dimostrato
definitivamente in occasione delle ultime elezioni comunali e pretendiamo
che ci venga riconosciuto. Non si è vinto per tante ragioni, compresi
tutti i limiti del candidato sindaco (che era un uomo di questo partito:
ma di questo il segretario uscente, che pure ha parlato di tutto, non ha
ritenuto di dire una sola parola). Ma una cosa è certa, che poteva
rimanere dov’era ringraziando per l’invito ed invece si è messo
in gioco in condizioni difficilissime, se non proibitive, perché il
partito glielo ha chiesto. E invece, per tutta risposta, in occasione della
formazione della platea congressuale, i compagni della Pio La Torre, a
causa di un mero inciampo formale, si sono sentiti dire che non potevano
partecipare al congresso. Dopo essersi spesi per la campagna elettorale,
come tantissimi altri compagni in città, dopo aver coinvolto centinaia
di persone per una battaglia di progetti e di valori, non potevano rappresentare
niente e nessuno, nemmeno loro stessi. Perchè, ancorché richiesto
espressamente e per iscritto, non erano entrati in possesso di quel certo
cartoncino plastificato, e tutto il resto non contava nulla. Problemi superabilissimi
sono diventati il pretesto per un incredibile tentativo di eliminazione.
Problemi sui quali, alla fine, ha fatto giustizia il partito nazionale,
al quale quei compagni sono stati costretti a rivolgersi, riconoscendo
in larghissima parte quel diritto al voto negato in sede locale.
Caro futuro segretario, cose di questo genere non devono succedere mai
più e siamo certi che con te non succederanno e che ti farai fino
in fondo carico del monito del Consiglio Nazionale dei Garanti che in quella
occasione ha auspicato, riporto testualmente, “il celere ripristino
della agibilità democratica e l’osservanza delle disposizioni
regolamentari nella Federazione di Siracusa (...) e la celebrazione di
un congresso che introduca correttivi democratici e di garanzia nella vita
del partito.” Di questo congresso.
Sono parole importanti, non solo perché segnano un passato che vogliamo
lasciarci alle spalle, ma perché indicano i punti essenziali su
cui ricostruire il partito che abbiamo davanti. Possiamo finalmente voltare
pagina, archiviare quella che in molti consideriamo, io per primo, una
gestione politicamente inadeguata e culturalmente arretrata della nostra
federazione (e molto da dire ci sarebbe sui risultati conseguiti). Noi
oggi siamo lieti di lasciarci alle spalle questo passato e fiduciosi per
il futuro che può aprire al partito la guida di un nuovo segretario.
Una gestione unitaria dentro tutti gli organismi, segreteria compresa,
veramente partecipata, in un partito ripristinato nella sua agibilità democratica, è ciò che
chiediamo e per cui mettiamo a disposizione il nostro impegno.
uno
stralcio dell'intervento dell'on. de benedictis al congresso ds della
federazione di siracusa |
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