da soli non ce la faremo

  di roberto de benedictis  

 

Le sfide, le scommesse che attendono il nostro partito sono importanti, sono alte e sono avvincenti. Sapere interpretare i bisogni e le attese della società, tornare a governare i processi di trasformazione della realtà sapendovi dare risposte convincenti, è oggi il nostro traguardo, sapendo che in un mondo profondamente complesso, permeato da incertezze, tensioni e squilibri fino a qualche tempo fa visibili solo a pochi, la sinistra ha ancora un suo ruolo insostituibile solo se saprà reinventarsi ma non svendersi.
Certo che «da soli non ce la faremo». Ma non ce la faremo nemmeno inseguendo contraddittoriamente alleanze privilegiate con coloro dai quali ci separano oceani, come ha fatto ieri il segretario uscente ironizzando sul «bel Francesco» e sulle sue infelici sortite a proposito di socialdemocrazia ed egualitarismo e nel contempo spiegando la bontà del metterci su casa insieme. Parlando cioè di un’operazione tattica che posso comprendere ma che parla il linguaggio delle segreterie politiche e non quello delle persone, della gente. La quale aspetta da tutti noi parole chiare e vede che in comune non abbiamo nemmeno parole certe. Da soli non ce la faremo ma per farcela abbiamo bisogno di tutti, dentro e fuori dai partiti.
Ma ancora, non basterà unirci meccanicamente ad altri senza impegnarci in una profonda, originale rielaborazione culturale e politica dei nostri valori, da coniugare al presente, e delle nostre proposte ed iniziative politiche.
Non è questa la sede per discutere approfonditamente delle questioni importanti che riguardano il nostro territorio, il campo cioè della nostra azione politica. Ma può essere la sede per accogliere o meno la proposta, che faccio, di stabilire una serie di assisi programmatiche su temi specifici di vitale importanza e su cui dobbiamo tornare ad esprimere un profilo politico: l’università, il termovalorizzatore di Augusta, i villaggi turistici, il futuro industriale, le crisi dell’agricoltura, la sanità. Solo alcuni esempi, temi urgenti sui quali sono talvolta intervenute isolatamente le unità di base, i rappresentanti eletti, ma non il partito nella sua interezza, non la nostra federazione. C’è mai stato un raccordo fra partito ed eletti? Una “linea” su qualcosa?
Il congresso provinciale di un partito come il nostro deve tuttavia guardare avanti, non indietro, e riflettere sulle opportunità di cui dispone per affrontare le sfide che lo aspettano.
Servirà, io credo, un partito che nel governo degli enti pubblici, Provincia in testa, non sacrifichi le ragioni del proprio progetto ad un malinteso senso dell’alleanza, che spesso si traduce nella ricerca di un equilibrio a tutti i costi, fino all’esercizio frequente della pratica lottizzatoria. Una pratica indifferente all’obiettivo ed alla qualità, che si giustifica solo nelle logiche dei gruppi dirigenti dei partiti (il più delle volte totalmente autoreferenziati) ma che nuoce alle ragioni di una politica “utile” e, quel che è peggio, ci fa apparire “tutti uguali”. Certo che «dobbiamo esercitare un ruolo coalizionale», ma noi chiediamo che il nostro partito spenda tutto il suo riconosciuto peso all’interno del centrosinistra non già per essere il centro della più bassa mediazione politica poiché necessaria alla sopravvivenza, ma della più alta spinta al rinnovamento in quanto essenziale per il nostro futuro.
Sappiamo bene che ciò può richiedere decisioni difficili ma tanto più collegialmente tali scelte si assumeranno e meno difficili esse saranno. Basta con le scelte fatte senza parlarne con nessuno se queste si riflettono sulla vita del partito. Se dobbiamo cambiare, e dobbiamo cambiare, serve invece il contributo di tutti e dunque rispetto, riconoscimento del ruolo e della dignità altrui da parte di ognuno. Serve pervenire al nostro interno ad una maggiore coesione, dove ognuno esprima la propria diversa opinione, con passione, con fermezza, ma lo faccia riconoscendosi in un solo partito che è questo ed è di tutti, non della maggioranza né della minoranza.
Coesione, tuttavia, non vuol dire uniformità. Noi non abbiamo bisogno di acritici unanimismi o, peggio, di rinunciatari silenzi sol perché la polemica è sconveniente, perché non si deve apparire divisi e quindi è meglio fingere che parlare. Le differenze sono ricchezza, se sappiamo farne uso. Le minoranze sono preziose se le maggioranze sanno volare alto ed il partito deve dare spazio a tutte le sue voci. Non deve ripetersi che l’espressione del 60% del partito lo consideri tutto suo e lo gestisca come se ne rappresentasse il 100%.
Tutti devono concorrervi. Innanzitutto nelle decisioni importanti, che non devono più tagliare fuori gli organismi deputati, collegiali, democraticamente rappresentativi del partito. Poi nelle stesse rappresentanze, non escluse le cariche del cosiddetto sottogoverno, fin qui destinate a pochi, sempre quelli. Invece devono prendervi parte tutti, e da subito. Noi in questo partito abbiamo dimostrato di non essere, e non vogliamo più essere trattati, come clandestini a bordo.
Che non siamo clandestini a bordo di questo partito credo lo abbiamo dimostrato definitivamente in occasione delle ultime elezioni comunali e pretendiamo che ci venga riconosciuto. Non si è vinto per tante ragioni, compresi tutti i limiti del candidato sindaco (che era un uomo di questo partito: ma di questo il segretario uscente, che pure ha parlato di tutto, non ha ritenuto di dire una sola parola). Ma una cosa è certa, che poteva rimanere dov’era ringraziando per l’invito ed invece si è messo in gioco in condizioni difficilissime, se non proibitive, perché il partito glielo ha chiesto. E invece, per tutta risposta, in occasione della formazione della platea congressuale, i compagni della Pio La Torre, a causa di un mero inciampo formale, si sono sentiti dire che non potevano partecipare al congresso. Dopo essersi spesi per la campagna elettorale, come tantissimi altri compagni in città, dopo aver coinvolto centinaia di persone per una battaglia di progetti e di valori, non potevano rappresentare niente e nessuno, nemmeno loro stessi. Perchè, ancorché richiesto espressamente e per iscritto, non erano entrati in possesso di quel certo cartoncino plastificato, e tutto il resto non contava nulla. Problemi superabilissimi sono diventati il pretesto per un incredibile tentativo di eliminazione. Problemi sui quali, alla fine, ha fatto giustizia il partito nazionale, al quale quei compagni sono stati costretti a rivolgersi, riconoscendo in larghissima parte quel diritto al voto negato in sede locale.
Caro futuro segretario, cose di questo genere non devono succedere mai più e siamo certi che con te non succederanno e che ti farai fino in fondo carico del monito del Consiglio Nazionale dei Garanti che in quella occasione ha auspicato, riporto testualmente, “il celere ripristino della agibilità democratica e l’osservanza delle disposizioni regolamentari nella Federazione di Siracusa (...) e la celebrazione di un congresso che introduca correttivi democratici e di garanzia nella vita del partito.” Di questo congresso.
Sono parole importanti, non solo perché segnano un passato che vogliamo lasciarci alle spalle, ma perché indicano i punti essenziali su cui ricostruire il partito che abbiamo davanti. Possiamo finalmente voltare pagina, archiviare quella che in molti consideriamo, io per primo, una gestione politicamente inadeguata e culturalmente arretrata della nostra federazione (e molto da dire ci sarebbe sui risultati conseguiti). Noi oggi siamo lieti di lasciarci alle spalle questo passato e fiduciosi per il futuro che può aprire al partito la guida di un nuovo segretario. Una gestione unitaria dentro tutti gli organismi, segreteria compresa, veramente partecipata, in un partito ripristinato nella sua agibilità democratica, è ciò che chiediamo e per cui mettiamo a disposizione il nostro impegno.

uno stralcio dell'intervento dell'on. de benedictis al congresso ds della federazione di siracusa