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L’immagine dell’anatra
zoppa, al dunque, ha funzionato. Se l’obiettivo del convegno di
Agire solidale sull’economia siracusana, era quello di richiamare
l’attenzione sulle difficoltà del momento, il grido d’allarme
ha dato i risultati sperati. Alcuni tra i più autorevoli esponenti
della vita economica e sociale, come il presidente dell’Assindustria
Ivan Lo Bello, il segretario della Camera del lavoro Pippo Zappulla o
il presidente della Camera di Commercio Ugo Colajanni, hanno convenuto
che mai come oggi l’economia siracusana si trova a un tornante
così difficile da superare.
Certo sarebbe stato molto più gratificante parlare di “aquila
che vola sempre più in alto” o comunque presentare scenari
un po’ più rose. Ma non avremmo reso un buon servizio alla
causa. Questa sorta di berlusconismo strisciante, secondo cui il messaggio
o è ottimistico o va tenuto nel cassetto, e che ha Siracusa ha molti
seguaci, non mi convince. Il rischio di declino si evita discutendo come
prevenirlo, non ignorandolo.
E’ dal 1998 che l’economia siracusana denuncia una preoccupante
involuzione. I numeri parlano chiaro. La crescita del reddito si è praticamente
arrestata: misurata a prezzi correnti, è stata pari a poco più di
un quarto di quella del resto del paese. Tra il 1998 e il 2002 in Italia
l’occupazione è aumentata di un milione e 200 mila unità,
a Siracusa sono andati perduti 3.300 posti di lavoro.
Una traumatica battuta d’arresto che al convegno è stata spiegata
soprattutto con il vistoso rallentamento dell’industria. Si può discutere
se all’origine dello scivolone c’è la minore produzione
delle grandi imprese (come ritiene Zappulla) o la caduta d’efficienza
dell’indotto (come pensa il presidente Lo Bello). Ma sta di fatto,
e su questo il convegno è stato unanime, che se si ferma l’industria,
l’intera economia siracusana finisce a binario morto. Perché viene
meno l’unica locomotiva di cui essa al momento dispone.
Per dare la misura di quanto pesi l’industria nel caso di Siracusa
vorrei richiamare l’attenzione su due primati spesso sottovalutati:
la nostra provincia concorre per il 55% alle esportazioni industriali della
Sicilia; il 60 % delle merci imbarcate e sbarcate in Sicilia fanno capo
ai porti di Augusta e di Santa Panagia, che sono un po’ la banchina
nord e la banchina sud della zona industriale. Senza il tanto vituperato
polo petrolchimico queste performance (che creano in ogni caso ricchezza
e lavoro) non sarebbero state possibili. Nel breve-medio periodo è difficile
immaginare un settore che possa surrogare la centralità dell’industria.
Il tanto sbandierato ruolo del turismo, su cui periodicamente si esercita
una parte non trascurabile della nostra classe dirigente, è per
ora solo una favola metropolitana. Lo ha detto come meglio non si poteva
l’on. Roberto De Benedictis, e quanti sono intervenuti hanno convenuto
con lui. Perché il turismo siracusano è ancora poca cosa:
rappresenta, appena il 7-8% del turismo siciliano, che a sua volta è sottodimensionato
rispetto a quello nazionale. E perché ci vuole una buona dose di
provincialismo per immaginare che una realtà come Siracusa possa
vivere di solo turismo. In Italia non c’è provincia che ci
riesce. L’unica eccezione è Rimini. Ma turisticamente parlando
Rimini è un altro pianeta, dal quale il Siracusa dista anni luce
per strutture e cultura dell’accoglienza.
Le statistiche presentate al convegno di Agire solidale (pur essendo state
diffuse dall’Istat solo alla fine di novembre) si fermano al 2002.
E non incorporano, quindi, tre avvenimenti, l’uno più dirompente
dell’altro, che si sono verificati successivamente nella nostra provincia:
la decisione dell’Eni di fermare la linea del Clorosoda; la caduta
verticale dei prezzi dei prodotti ortofrutticoli; l’arrivo di Auchan,
dopo quello di Emmezeta, nella grande distribuzione. Si tratta di tre mazzate
destinate a lasciare un segno profondo negli equilibri economici. La fermata
del Clorosoda accentua la caduta del reddito e dell’occupazione nell’industria.
Il tracollo dei prezzi agricoli mette in discussione nicchie che ritenevamo
inattaccabili (si pensi ai pomodorini di Pachino). Gli ipermercati distruggeranno
più posti di lavoro di quanti ne creeranno. E fra qualche anno,
quando si saranno sbarazzati del tutto dalla concorrenza del commercio
locale, ci imporranno anche i prezzi che vorranno.
Mi si consenta a proposito dell’effetto Auchan, una piccola chiosa
aggiuntiva. Lungi da me l’idea di disconoscere il ruolo modernizzatore
della grande distribuzione. Ma attenzione al potere che si sta concentrando
nelle sue mani. Oggi chiunque di noi trova al supermercato sotto casa la
pasta, l’olio o la caponatina delle nostre piccole industrie locali.
Ma cercherà invano gli stessi prodotti negli scaffali delle grandi
multinazionali della distribuzione. E non perché hanno un approccio
coloniale al territorio. Ma perché dovrebbero mettere in discussione
il principale pilastro su cui fondano il loro vantaggio competitivo: la
centralizzazione degli acquisti da parte della casa madre, che a volte
si trova a migliaia e migliaia di chilometri di distanza. Risultato: molto
spesso il loro arrivo non solo mette in crisi i commercianti del luogo,
ma manda in malora anche tanti piccoli produttori che lavoravano per il
mercato locale.
Ma torniamo al convegno. Il dibattito ha appena sfiorato la riflessione
sul che fare. Né poteva essere diversamente, perché è molto
complicato individuare una ricetta minimamente efficace. Tutte le idee
che erano state messe a punto ai tempi del dibattito sul patto territoriale
risultano, con il senno del poi, un po’ usurate. E’ giusto
a sottolineare che Siracusa non può continuare a dipendere dalla
chimica e che bisogna scommettere sulla diversificazione industriale e
sulla valorizzazione delle risorse locali.
Ma come? La programmazione negoziata, su cui si era tanto puntato, non
ha dato finora i risultati sperati. A Siracusa abbiamo sperimentato patti
territoriali di tutti i tipi, proprio negli anni a cavallo tra la fine
e l’inizio del secolo. Ma il loro impatto è stato modesto
se non nullo: non hanno impedito che l’economia vivesse la sua fase
più nera o comunque non ne hanno limitato a sufficienza gli effetti
negativi. C’è sicuramente un problema di migliore allocazione
delle risorse disponibili. Ma forse c’è anche un problema
di strumenti e di strategie.
Certo, alla luce delle considerazioni prima svolte, è propedeutico
che i sindacati portino a casa un buon accordo di programma sulla chimica.
La salvaguardia della zona industriale è la prima, decisiva mossa
per riaprire la partita. Ma è urgente aprire un grande dibattito
per schiarirsi le idee anche sulle mosse successive. La politica dello
struzzo non giova a nessuno. E tanto meno alla sinistra.
il
convegno sull'economia siracusana
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