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Di Felicia Impastato, la madre di
Peppino, ci resterà - più d’ogni altra lezione civile
- il ricordo della sua dignità.
Cioè del modo in cui conservò e testimoniò il proprio
dolore. Senza mai una lacrima.
Conservando intatta la propria attesa per una giustizia che impiegò venticinque
anni a manifestarsi. Un quarto di secolo vissuto in quel salottino a pian
terreno, fra centrini ricamati e foto di Peppino in bianco e nero, a cento
passi esatti dalle persiane sbarrate di casa Badalamenti. Raccontarla in
un film, quella breve, oscena distanza, in fondo è stato facile.
Riepilogarla ogni giorno, per un quarto di secolo, senza mai cedere alla
stanchezza della vita, ad un benefico oblio, è stata una grande
lezione di vita.
Perché Felicia Impastato avrebbe avuto molti buoni motivi per arrendersi.
Era rimasta a vivere nel suo paese, sotto lo sguardo lungo e vischioso
di chi le aveva ammazzato il figlio. Era sola, il marito morto, la famiglia
stupita e rancorosa per la silenziosa determinazione di quella donna. C’era
un altro figlio, Giovanni, da proteggere. Chiunque al posto suo avrebbe
scelto di smussare i ricordi e di tacere. Lei no. Fu sola a Cinisi, e fu
sola in un paese aristocraticamente distratto, capace di cordoglio di Stato
solo per i morti di prima classe, quelli in divisa, i “servitori
dello stato”. Suo figlio Peppino era uno che stava sulle scatole
pure da morto, figuriamoci… L’ordine dei giornalisti, la corporazione
più chiusa e cupa dopo l’Opus Dei, per vent’anni rifiutò a
Peppino un riconoscimento, sia pure tardivo, del suo mestiere: “Che
c’entra Impastato con il giornalismo? – dicevano - E poi non
aveva pagato nemmeno le tasse per avere il tesserino…”. Ci
fu perfino un ministro degli interni, Gava, che una volta ricevette la
madre, la ascoltò con un sorriso in tralice e infine le spiegò che
suo figlio, signora cara, è stato ammazzato, se ne deve fare una
ragione, ma perché insiste a prendersela con la mafia? Che c’entra
la mafia? Che c’entra Badalamenti?
Fosse stato solo un problema di mafia, e un’attesa di future epifanie
giudiziarie, non sarebbe stata così dura.
Ma la madre di Peppino non si è piegata nemmeno di fronte alla nostra
sciatta abitudine, di fronte ad un Paese che si affidava ai Gava e agli
Andreotti, di fronte a tanta gente perbene che aveva preso gusto a piangere
i generali, ma non si curava affatto dei soldati semplici.
A costoro, e a ciascuno di noi, Felicia Impastato ha insegnato il dovere
civile della memoria.
E di questo, più d’ogni altra cosa, oggi le siamo grati.
dopo
aver atteso per 24 anni giustizia per il figlio peppino, ucciso dalla
mafia, è morta felicia impastato
«Amavo
mio figlio perché era in pericolo,
perché era dalla
parte giusta»
(Felicia Bartolotta Impastato) |
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