capitale sociale e sviluppo locale

  di domenico cacopardo  

 

Se, come ci insegnano economisti e sociologi, tre sono gli elementi da tenere in conto quando si discute di sviluppo di un territorio: 1)il capitale fisico (gli strumenti materiali che aumentano la produttività); 2) il capitale umano (istruzione e abilità degli individui); 3) il capitale sociale (regole connesse di reciprocità, fiducia); allora quando si cerca di individuare un ambito specifico o primario di intervento della politica e dell’amministrazione pubblica per favorire la crescita economica e la qualità della vita in ambito locale, forse è sul terzo elemento che bisognerebbe porre massima attenzione. Perché è proprio su quel fattore che è possibile un proficuo intervento da parte della classe dirigente politica e dell’amministrazione locale al fine di contribuire allo sviluppo, non essendo, e non dovendo essere, compito del pubblico l’intervento diretto nei processi economici.
La politica, specie nel mezzogiorno, forse si è interrogata poco su questo; preferendo spesso interpretare in altro modo, magari come intervento diretto di distribuzione assistenziale di risorse, il suo ruolo in ambito economico e di programmi di sviluppo. E’ proprio nel sostenere e favorire lo sviluppo di capitale sociale che la politica dovrebbe intervenire come suo ambito specifico.
“ Il capitale sociale si può considerare come l’insieme delle relazioni sociali di cui un soggetto individuale (per esempio un imprenditore o un lavoratore) dispone in un determinato momento. Attraverso il capitale di relazione si rendono disponibili risorse cognitive, come le informazioni, o normative, come la fiducia, che permettono agli attori di realizzare obiettivi che non sarebbero altrimenti raggiungibili, o lo sarebbero a costi molto più alti.” (C. Trigilia) In cosa consiste concretamente questo capitale sociale? Per esempio: basso tasso di criminalità, efficienti servizi pubblici, buona amministrazione, facilità di accesso alle informazioni, reti di aiuto reciproco, associazionismo, qualità della vita, strutture adeguate di formazione e istruzione, bassa evasione fiscale, chiarezza delle norme e dei regolamenti, fiducia, infrastrutture materiali e immateriali adeguate.
Per ognuno di questi punti si potrebbe stilare un nutrito programma politico. Un programma che permetterebbe alla politica di “emanciparsi” in modo da diventare effettivamente strumento per “affrontare problemi collettivi”, smettendola di costruire modelli di comportamento politico e amministrativo che rispondono ad una concezione di “Stato patrimoniale”(M.Weber): vale a dire una macchina amministrativa che invece di funzionare secondo modelli unici e regolari per tutti, è strutturata secondo rapporti di dipendenza personale, in modo da annullare la fiducia dei cittadini e utilizzare le risorse pubbliche secondo schemi legati a rapporti particolaristici e di reciproca dipendenza (scambio). Da questo punto di vista è fondamentale proseguire e rafforzare nel nostro territorio il processo di modernizzazione della politica, in grado di far funzionare in modo più efficace la macchina amministrativa e impiegare meglio le risorse. Dobbiamo tuttavia avere la consapevolezza che la modernizzazione della politica passa anche attraverso la modernizzazione della società civile: cosa chiedo io cittadino alla politica? Una mobilitazione dal basso, attraverso un forte senso civico capace di attivare le risorse umane e sociali disponibili o di crearne di nuove, costringerebbe la politica ad una mobilitazione dall’alto.
“ Una politica intelligente può aiutare questi processi se riesce ad influire efficacemente sulle capacità di cooperazione tra gli attori locali e se quindi non riduce il problema dello sviluppo economico a una mera questione di costi”(C.Trigilia).

alla ricerca di una politica intelligente