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Se, come ci insegnano economisti
e sociologi, tre sono gli elementi da tenere in conto quando si discute
di sviluppo di un territorio: 1)il capitale fisico (gli strumenti materiali
che aumentano la produttività); 2) il capitale umano (istruzione
e abilità degli individui); 3) il capitale sociale (regole connesse
di reciprocità, fiducia); allora quando si cerca di individuare
un ambito specifico o primario di intervento della politica e dell’amministrazione
pubblica per favorire la crescita economica e la qualità della
vita in ambito locale, forse è sul terzo elemento che bisognerebbe
porre massima attenzione. Perché è proprio su quel fattore
che è possibile un proficuo intervento da parte della classe dirigente
politica e dell’amministrazione locale al fine di contribuire allo
sviluppo, non essendo, e non dovendo essere, compito del pubblico l’intervento
diretto nei processi economici.
La politica, specie nel mezzogiorno, forse si è interrogata poco
su questo; preferendo spesso interpretare in altro modo, magari come intervento
diretto di distribuzione assistenziale di risorse, il suo ruolo in ambito
economico e di programmi di sviluppo. E’ proprio nel sostenere e
favorire lo sviluppo di capitale sociale che la politica dovrebbe intervenire
come suo ambito specifico.
“
Il capitale sociale si può considerare come l’insieme delle
relazioni sociali di cui un soggetto individuale (per esempio un imprenditore
o un lavoratore) dispone in un determinato momento. Attraverso il capitale
di relazione si rendono disponibili risorse cognitive, come le informazioni,
o normative, come la fiducia, che permettono agli attori di realizzare
obiettivi che non sarebbero altrimenti raggiungibili, o lo sarebbero a
costi molto più alti.” (C. Trigilia) In cosa consiste concretamente
questo capitale sociale? Per esempio: basso tasso di criminalità,
efficienti servizi pubblici, buona amministrazione, facilità di
accesso alle informazioni, reti di aiuto reciproco, associazionismo, qualità della
vita, strutture adeguate di formazione e istruzione, bassa evasione fiscale,
chiarezza delle norme e dei regolamenti, fiducia, infrastrutture materiali
e immateriali adeguate.
Per ognuno di questi punti si potrebbe stilare un nutrito programma politico.
Un programma che permetterebbe alla politica di “emanciparsi” in
modo da diventare effettivamente strumento per “affrontare problemi
collettivi”, smettendola di costruire modelli di comportamento politico
e amministrativo che rispondono ad una concezione di “Stato patrimoniale”(M.Weber):
vale a dire una macchina amministrativa che invece di funzionare secondo
modelli unici e regolari per tutti, è strutturata secondo rapporti
di dipendenza personale, in modo da annullare la fiducia dei cittadini
e utilizzare le risorse pubbliche secondo schemi legati a rapporti particolaristici
e di reciproca dipendenza (scambio). Da questo punto di vista è fondamentale
proseguire e rafforzare nel nostro territorio il processo di modernizzazione
della politica, in grado di far funzionare in modo più efficace
la macchina amministrativa e impiegare meglio le risorse. Dobbiamo tuttavia
avere la consapevolezza che la modernizzazione della politica passa anche
attraverso la modernizzazione della società civile: cosa chiedo
io cittadino alla politica? Una mobilitazione dal basso, attraverso un
forte senso civico capace di attivare le risorse umane e sociali disponibili
o di crearne di nuove, costringerebbe la politica ad una mobilitazione
dall’alto.
“
Una politica intelligente può aiutare questi processi se riesce
ad influire efficacemente sulle capacità di cooperazione tra gli
attori locali e se quindi non riduce il problema dello sviluppo economico
a una mera questione di costi”(C.Trigilia).
alla
ricerca di una politica intelligente
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