avviso ai naviganti

  di francesco ortisi  

 

Nulla sappiamo del viaggio e della sua durata.
A quale porto approderemo o se sarà naufragio.
Gettati sul ponte della nave, ci muoviamo fra stive saloni alloggiamenti,
mentre fuori il mare muta il suo umore.
Dappertutto c’è gente che sputa l’anima.
Ci guardiamo, dubitando che tra noi ci sia qualcuno che possa dirsi buon marinaio.
Non c’è capitano che sappia darci risposta se, inquieti, lo interroghiamo sulla rotta.
A ben guardarlo, non è più che un passeggero con berretto e mostrine, anche lui.
Battuto dal mare cigola il legno della nave.
Come un lamento incrina l’incerto silenzio della notte.
Tacito è in noi il timore che la carena ceda all’urto dell’onda.
Come può tanta fragilità durare allo sforzo? Resistere ai flutti?
O sarà il lento corrodere di sale e d’acque ad aprire un varco e da lì sprofondare?
Cala il vento e il mare s’acquieta.
La luce ci stana.
Ci riversiamo a prua nel calore di un sole che slarga gli animi.
Sono in tanti di vedetta, aggrappati alle griselle sugli alberi, sperando in un segno che dica Terra.
L’onda prodiera si richiude a poppa senza lasciare traccia del nostro cammino sul mare.

Approdare.
Tutto di noi si tende in questo spasimo.
Intorno è solo un vago contorno di forme.
E’ altrove il nostro sguardo. A un orizzonte che fugge ogni giorno senza nome.
E se fosse qui la meta?
Dentro le paratie di questo bastimento alla deriva;
nell’azzurro che cede al verde di alghe al fondo;
nell’odore acre di gòmene bagnate di sale e sudore;
nel refolo buffo che scherza alla sera.
Se nei volti dei nostri compagni fosse voce il tremolìo delle ciglia e il solco che riga le labbra,
se placasse la sete, il succo del frutto che ogni giorno si dona?

Il paesaggio intorno muta.
Non è mai, mai, uguale a se stesso.
Fosse anche per un granello di polvere svolazzante,
per la luce lentamente declinante o risorgente del giorno.
Il paesaggio muta e noi in lui.
Non opporti adesso al vento che alle spalle ti sospinge.
Inutili i tuoi tentativi d’ancoraggio. Non c’è roccia al fondo.
Il dolore è questa resistenza feroce e sconfitta di chi non s’abbandona.

Lascia che il vento increspi l’onda in superficie.
Sopra la profonda distesa
è un prodigio
questo nostro navigare.