|
|
Ore 8 ospedale di Emergency a Kabul:
come tutte le mattine in Pronto Soccorso il personale del turno notturno
fa il resoconto al personale, nazionale ed internazionale, che prende
servizio per ilturno diurno, circa i ricoveri delle 24 ore precedenti: “mine
injury, bullet injury, shell injury, knife injury...” lesione da
mina, da pallottola, da scheggia, da coltello...” e quindi ferite
profonde, fratture gravissime, ustioni piu’ o meno estese... Qualcuno
di questi casi e’ noto al personale internazionale che era di reperibilita’ notturna
ed e’ stato chiamato d’urgenza ad amputare arti, aprire un
cranio, un torace, un addome, a ricucire brandelli di carne, a ridurre
fratture... Il termine inglese “injury” stavolta rende meglio
della traduzione italiana, dal latino “iniuria”, ingiustizia,
negazione di un diritto. Il diritto alla vita, alla salute, all’integrita’ corporea,
alla felicita’, alla realizzazione di se’.
Subito dopo cominciano gli interventi chirurgici programmati, le visite
e le medicazioni: terapia intensiva, reparto bambini, reparto donne, reparto
uomini. Entriamo nel reparto bambini: ci accoglie un pianto diverso da
quello di tutti gli altri: non e’ il pianto del bambino spaventato
perche’ e’ solo in un ambiente sconosciuto, o del bambino che
ha paura del dolore; e’ un pianto continuo, lamentoso, senza lacrime
ne’ moccolo al naso.
Chi piange e’ Alim: in cartella e’ scritto pietosamente “B.
A. K. A.” amputazione bilaterale sopra al ginocchio cui si aggiunge
l’amputazione di entrambi i testicoli. Alim ha 12 anni, stava raccogliendo
legna per il fuoco, una mina nascosta fra sassi ed erba l’ha reso
per sempre vittima di una guerra ufficialmente finita da mesi. Durante
la giornata Alim e’ uno dei tanti bambini ricoverati, con il suo
pigiamino colorato uguale a quello di tutti gli altri esce in giardino,
ha imparato a manovrare da solo la carrozzina, osserva il via-vai del personale,
sorride, chiede a tutti una penna in regalo, fa da fratello maggiore ai
piu’ piccoli. Ma al mattino, quando medici e infermieri scoprono
per le medicazioni i due monconi rimasti delle sue gambe non ce la fa,
non puo’ sopportare cio’ che gli e’ successo e il suo
pianto ci strazia il cuore. Impossibile da rendere a parole: un pianto “esistenziale”,
da dentro, dal profondo piu’ profondo. La nostra pena si tramuta
in rabbia: quale mostro, nel nostro mondo “civilizzato” puo’ aver
pensato, disegnato, prodotto, sparso meticolosamente questi maledetti oggetti,
spesso camuffati da giocattoli o sassi per tradire per sempre generazioni
che aspirano alla pace, alla ricostruzione, alla felicita’.
Come quello strano oggetto che in un venerdi’ di vacanza trovarono
a terra i tre cuginetti Hussain 9 anni, Qwais 7 anni e Quawi di 9. Hussain
l’ha preso in mano e adesso quella mano non ce l’ha piu’,
ha lesioni addominali che hanno imposto un intervento di resezione intestinale
e conseguente colostomia, Quawi ha ferite multiple da schegge su tutto
il corpo, Qwais ha una lesione agli occhi, piange, si rigira inquieto nel
suo lettino, tiene gli occhi ostinatamente chiusi, non vuole ascoltare
o parlare con nessuno. Solo il padre riesce dolcemente a comunicare con
lui, a farlo rilassare, mangiare, lavarsi. Nel giorno della dimissione
Emergency regala loro vestiti e sandali nuovi; i loro sono andati distrutti
con l’esplosione ed erano gli unici che avevano... Hussain e Quawi
salutano e sorridono. Qwais no, lo shock e’ ancora troppo grande
per lui. Spesso devo rammentare a me stessa che a loro e’ andata
ancora bene, tanti altri prima e dopo di loro non sono sopravvissuti...
Ascolto piangendo una vecchia canzone di De Andre’: “Se verra’ la
guerra ... chi ci salvera’? “...Sian grandi o sian piccini
li distruggera’... “
i
bambini e la crudeltà della guerra
|
|