il pianto di alim

  di claudia perelli  

 

Ore 8 ospedale di Emergency a Kabul: come tutte le mattine in Pronto Soccorso il personale del turno notturno fa il resoconto al personale, nazionale ed internazionale, che prende servizio per ilturno diurno, circa i ricoveri delle 24 ore precedenti: “mine injury, bullet injury, shell injury, knife injury...” lesione da mina, da pallottola, da scheggia, da coltello...” e quindi ferite profonde, fratture gravissime, ustioni piu’ o meno estese... Qualcuno di questi casi e’ noto al personale internazionale che era di reperibilita’ notturna ed e’ stato chiamato d’urgenza ad amputare arti, aprire un cranio, un torace, un addome, a ricucire brandelli di carne, a ridurre fratture... Il termine inglese “injury” stavolta rende meglio della traduzione italiana, dal latino “iniuria”, ingiustizia, negazione di un diritto. Il diritto alla vita, alla salute, all’integrita’ corporea, alla felicita’, alla realizzazione di se’.
Subito dopo cominciano gli interventi chirurgici programmati, le visite e le medicazioni: terapia intensiva, reparto bambini, reparto donne, reparto uomini. Entriamo nel reparto bambini: ci accoglie un pianto diverso da quello di tutti gli altri: non e’ il pianto del bambino spaventato perche’ e’ solo in un ambiente sconosciuto, o del bambino che ha paura del dolore; e’ un pianto continuo, lamentoso, senza lacrime ne’ moccolo al naso.
Chi piange e’ Alim: in cartella e’ scritto pietosamente “B. A. K. A.” amputazione bilaterale sopra al ginocchio cui si aggiunge l’amputazione di entrambi i testicoli. Alim ha 12 anni, stava raccogliendo legna per il fuoco, una mina nascosta fra sassi ed erba l’ha reso per sempre vittima di una guerra ufficialmente finita da mesi. Durante la giornata Alim e’ uno dei tanti bambini ricoverati, con il suo pigiamino colorato uguale a quello di tutti gli altri esce in giardino, ha imparato a manovrare da solo la carrozzina, osserva il via-vai del personale, sorride, chiede a tutti una penna in regalo, fa da fratello maggiore ai piu’ piccoli. Ma al mattino, quando medici e infermieri scoprono per le medicazioni i due monconi rimasti delle sue gambe non ce la fa, non puo’ sopportare cio’ che gli e’ successo e il suo pianto ci strazia il cuore. Impossibile da rendere a parole: un pianto “esistenziale”, da dentro, dal profondo piu’ profondo. La nostra pena si tramuta in rabbia: quale mostro, nel nostro mondo “civilizzato” puo’ aver pensato, disegnato, prodotto, sparso meticolosamente questi maledetti oggetti, spesso camuffati da giocattoli o sassi per tradire per sempre generazioni che aspirano alla pace, alla ricostruzione, alla felicita’.
Come quello strano oggetto che in un venerdi’ di vacanza trovarono a terra i tre cuginetti Hussain 9 anni, Qwais 7 anni e Quawi di 9. Hussain l’ha preso in mano e adesso quella mano non ce l’ha piu’, ha lesioni addominali che hanno imposto un intervento di resezione intestinale e conseguente colostomia, Quawi ha ferite multiple da schegge su tutto il corpo, Qwais ha una lesione agli occhi, piange, si rigira inquieto nel suo lettino, tiene gli occhi ostinatamente chiusi, non vuole ascoltare o parlare con nessuno. Solo il padre riesce dolcemente a comunicare con lui, a farlo rilassare, mangiare, lavarsi. Nel giorno della dimissione Emergency regala loro vestiti e sandali nuovi; i loro sono andati distrutti con l’esplosione ed erano gli unici che avevano... Hussain e Quawi salutano e sorridono. Qwais no, lo shock e’ ancora troppo grande per lui. Spesso devo rammentare a me stessa che a loro e’ andata ancora bene, tanti altri prima e dopo di loro non sono sopravvissuti...
Ascolto piangendo una vecchia canzone di De Andre’: “Se verra’ la guerra ... chi ci salvera’? “...Sian grandi o sian piccini li distruggera’... “

i bambini e la crudeltà della guerra