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Il dibattito sul pacifismo in Italia è quanto
mai attuale, e le polemiche di fine estate non hanno fatto bene a nessuno.
Penso sia utile un contributo andando alle origini del Movimento Nonviolento,
che, nel '900, è nato attorno alla figura di Aldo Capitini.
Tutta la sua vita è caratterizzata dall'essere (apparentemente)
fuori posto. Piergiorgio Giacchè, che ha curato "Opposizione
e Liberazione" (Edizioni L'ancora del Mediterraneo, Perugia 2003),
un collage di scritti del filosofo perugino, lo descrive come "un
nonviolento che attraversa il periodo della Resistenza armata, un vegetariano
che vive epoche di generale indigenza e peggio poi di ritrovato benessere,
un movimentista irriducibile che partecipa al momento di rifondazione dei
partiti, un attivista che rifiuta la candidatura elettorale, un politico
che non manca di denunciare i rischi e i limiti della politica in quanto
tale, un religioso che non è cattolico, che non ha confessione o
chiesa".
Si forma culturalmente e politicamente durante il Fascismo, antifascista,
ma distante dall'idea della lotta armata. Irrompe nel mondo clandestino
dell'opposizione con le idee di Gandhi promuovendo la pratica della non
collaborazione, del boicottaggio. Anche il vegetarianismo può essere
utile alla sua causa. Egli sosteneva che "esitando davanti all'uccisione
degli animali, gli italiani - che Mussolini stava portando alla guerra
- esitassero ancor di più davanti all'uccisione di esseri umani".
Aveva visto giusto, prova ne è l'allontanamento dalla Normale di
Pisa, ad opera di Gentile, perché, mangiando alla mensa con gli
studenti, era di scandalo con la sua novità. Era certo del fatto
che il Fascismo ed il Nazismo avrebbero potuto essere facilmente fermati
sul nascere da una popolazione preparata e consapevole. E riteneva la Chiesa
di Roma particolarmente responsabile: "Se avesse voluto - scriverà un
giorno - avrebbe fatto cadere, dispiegando una ferma non collaborazione,
il fascismo in una settimana. Invece aveva dato aiuti continui". Di
idee socialiste, prese le distanze dai partiti, anche da quelli di sinistra,
che ritenevano la violenza l'unica via verso la Liberazione. Per questo
motivo, un protagonista di primo piano dell'antifascismo come lui, non
ebbe alcun ruolo nel CNL e alla Costituente. Rimase ancorato saldamente
all'idea di una stagione liberal-socialista che sintetizzasse il meglio
dei due sistemi "per evitare ciò che poi avvenne: la restaurazione,
che fu il dramma degli anni 1944-48". Ricominciò dai movimenti
e dall'associazionismo, non in contrapposizione ai partiti, ma come "aggiunta" ad
essi. Nei COS (Centri di Orientamento Sociale) vide dei luoghi di libera
discussione, di incontro tra tutti i cittadini, per preparare l'avvento
della Omnicrazia, il Potere di tutti, che è anche il titolo di uno
dei suoi scritti. In esso teorizza "il rifiuto della guerra e della
sua preparazione militare, industriale, psicologica […] per trasformare
la società." Per realizzarla è necessario "spingere
a costruire dappertutto forme di controllo dal basso; orientare e alimentare
questo controllo con idee e iniziative contrarie al capitalismo, al colonialismo,
all'imperialismo".
Il metodo lo avevano dato Gandhi e Luther King che, con la lotta popolare
non violenta, lo sciopero, il boicottaggio avevano dimostrato che è possibile
trasformare la società, e mettere i governanti sotto il controllo
dei cittadini.
Un impegno, quello di Capitini, totale, che si è sviluppato in tutte
le direzioni, cercando sempre il dialogo e l'incontro con tutti, anche
i più lontani. Ha fondato il Centro Internazionale per la Nonviolenza,
La Società Vegetariana Italiana, La Consulta Italiana per la Pace,
il Movimento Nonviolento, la rivista Azione Nonviolenta che si pubblica
ancora oggi. È ricordato da molti come il promotore della "Marcia
per la Pace e la fratellanza dei Popoli" Perugia-Assisi. Una Marcia
che da oltre 40 anni ormai raccoglie adesioni da tutta Italia per dire
un netto No alla soluzione armata delle controversie tra Stati, e che ha
unito milioni di cittadini prima ancora dei loro partiti, e delle loro
chiese. Non è vissuto invano, se Bobbio ha scritto che, grazie a
Capitini, "la nonviolenza non è più un sogno da visionari,
un'illusione da spiriti deboli, un'evasione dalla realtà, ma è un
ideale da perseguire senza illusioni, con tenacia, con serietà".
"
Uno che non si chiamava mai fuori" secondo Marco Revelli, eppure la
sua vita è stata caratterizzata dalla solitudine (mai dall'isolamento),
un destino che ha condiviso con i La Pira, i Mazzolari, i Milani, i più grandi
profeti della Pace del nostro tempo. Ma probabilmente lui non se ne preoccupava,
perché, come soleva dire, "un non violento ha sempre qualche
cosa da fare".
non
si può pretendere di tramutare la violenza con la violenza
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