figlia del nostro tempo

  di maria luce alfieri  

 

La depressione è figlia del nostro tempo, di una cultura del "benessere" che mortifica la voglia di vivere, di una società dove il "presentismo", il "tutto subito qui e ora" ha soppiantato l'attesa, ogni forma di progettualità, ogni slancio per un futuro inteso anche come realizzazione di ideali e che ha "ucciso" oltre gli ideali anche la capacità di sognare.
La depressione al giorno d'oggi si va sempre più diffondendo tra le giovani generazioni, i giovani, infatti, e soprattutto gli adolescenti, non sono ancora in possesso di strumenti adatti a difendersi dal senso di vuoto, di nullità, di mancanza di significati tipico della cultura del benessere.
Nella società dei consumi non esistono certezze, non esistono assoluti, i confini sono molto più sfumati, tutto può essere giusto e sbagliato nello stesso tempo, l'identità diventa sempre più incerta e problematica; elemento fondamentale è la perdita di soggettività, di autodeterminazione, di responsabilizzazione.
Il giovane al giorno d'oggi si trova a dover gestire la propria esistenza senza "padri", senza i supporti tradizionali dei legami di parentela, etnici, di classe; non può più contare su figure genitoriali autorevoli, i genitore, infatti hanno fatto di tutto per trasformarsi in "amici" dei figli privandoli così di importanti punti di riferimento.
Se è vero, quindi, che la giovinezza è un periodo di turbamenti emotivi, di instabilità di valori e di identità, non è tanto e solo un disagio intrinseco alla condizione giovanile in quanto tale, ma espressione di un disagio più ampio che investe l'intera società. Una società che ha relegato i giovani in un ruolo passivo, di deresponsabilizzazione, privandoli anche della possibilità di sognare.
Viviamo in una società che offre alternative complesse senza offrire nel contempo gli strumenti adatti per selezionare, scegliere, filtrare. I giovani fanno fatica a far fronte alle mille sollecitazioni e opportunità apparenti a cui corrispondono poche opportunità concrete, fanno fatica a reggere la difficoltà insita in una società incerta,
frammentata e allo stesso tempo bersagliante e ipersollecitante. Una causa di malessere è proprio l'abbondanza delle possibili scelte. Tutto ciò crea loro disorientamento, angoscia, insicurezza, disagio; disagio che può divenire patologico a secondo delle risorse personali dell'individuo e delle opportunità che incontrerà nel suo percorso evolutivo.
Il meccanismo della "rimozione della complessità" diviene allora una risposta di difesa per l'adolescente. Il giovane per recuperare un minimo di capacità di controllo sul reale si chiude in se stesso, restringe la propria attenzione alla sfera del privato distaccandosi da ogni stimolo esterno.
La comunicazione è diventata oggigiorno sempre più pseudocomunicazione, una comunicazione muta in cui le parole sono in realtà vuote, fanno solo rumore e non comunicano nulla (il silenzio invece non è mai muto) e dove non c'è posto per l'ascolto. L'era delle comunicazioni di massa ha fatto marcire la comunicazione tra le persone. I media istituiscono "una comunicazione senza risposta", pongono gli adolescenti in un ruolo di consumatori passivi, atrofizzano il gusto della conversazione, del dialogo, infrangono la vita di relazione, isolando sempre più. Anche l'uso indiscriminato del computer finisce per essere un consumo di messaggi passivo e solitario, si consumano messaggi e non si parla più.
Si assiste poi ad un continuo crescere di linguaggi settoriali, questa proliferazione sembra essere il segno tangibile della crescita di incomunicabilità sociale: si parlano tanti linguaggi diversi e non ci si comprende più.
Tutto ciò non può che creare un senso di solitudine, una sofferenza interiore, una sensazione di "non esserci" che si fa sentire soprattutto a contatto con gli altri: Solitudine intesa, quindi, non come distacco dagli altri, non come impossibilità concreta di avere relazioni, ma come sentirsi soli tra gli altri. Non è quindi un caso se i casi di depressione tra i giovani sono in aumento e così anche i suicidi e i tentativi di suicidio e ogni comportamento che provochi dipendenze patologiche, né tutto ciò è da imputarsi a cause strettamente psicologiche.
II suicidio, gesto estremo in cui sfocia spesso la depressione giovanile, è un gesto paradossalmente legato all'amore e nello stesso tempo alla paura per la vita, alla voglia di “esserci”, di essere ascoltati, di essere protagonisti della propria esistenza.
Quali possono essere i rimedi? Non è facile per noi adulti trovare risposte alle domande inespresse dei giovani, offrire soluzioni ai loro problemi, nè possiamo pretendere, in una società incerta e complessa, di riuscire a dare certezze ai giovani, di saper indicare la strada giusta fra le tante strade impervie che si offrono al loro cammino. Ma qualcosa noi adulti possiamo fare: insegniamo loro "a camminare" (sceglieranno poi loro la strada migliore per sé), non suggeriamogli soluzioni non richieste a problemi ancora non definiti, quelli che hanno trovato risposte troppo pronte hanno imparato più lentamente; insegniamo loro ad essere fedeli a se stessi, autentici e veri, sempre più persone e meno personaggi; trasmettiamo loro l'entusiasmo di stare al gioco della vita, il gusto per l'esserci, per il proprio essere al mondo e nel mondo, la capacità di riuscire ancora a stupirsi e di credere nei sogni; insegniamogli a costruire, a costruire affetti, amore, amicizia, tenerezza, qualcosa che non si compera, qualcosa su cui poter contare.
Viviamo in una società fatta di domande più che di risposte, non troviamo alle domande di domani risposte di ieri.

in una sociatà senza certezze e senza ideali, la depressione si diffonde sopratutto tra i giovani e gli adolescenti