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Quando mi chiedono di descrivere
la realta' delle donne osservata in Afganistan durante la mia permanenza
un anno fa, credo sia utile distinguere tra la realtà di Kabul,
la grande città internazionale in vorticoso cambiamento, e quella
del resto del paese, in particolare i poverissimi villaggi dove ho operato,
dove Emergency ha aperto alcuni ambulatori di base e dove i giornalisti
stranieri non arrivano.
Credo che il modo migliore per rispondere a quella domanda sia raccontare
alcune microstorie, piccoli episodi che meglio di altri illuminano la realtà più generale.
Cominciamo da un significativo punto di osservazione: la prigione di Shebergan,
una specie di fortezza nel deserto, torrido d'estate e gelido d'inverno,
al confine con il Turkmenistan a due ore di auto dalla più famosa
città di Mazar i Sharif.
Una grande area è dedicata alle prigioniere donne, spesso insieme
ai loro bambini. C'è S., vedova da tempo, ha con sè due figlie
di 12 e 9 anni e un neonato, è questa gravidanza che l'ha condotta
in prigione...
C'è J., avrà più o meno 20 anni (l'anagrafe in Afganistan è un'opinione).
Entra in prigione perchè ha rifiutato di sposare l'uomo che la sua
famiglia ha scelto per lei. Con quest'uomo la famiglia ha stretto un contratto
anche economico e probabilmente J. vale molto perchè giovane e molto
bella. Il mancato rispetto del contratto merita la punizione e la pressione
psicologica della prigione. Forse ancora le è andata bene, se penso
invece ai casi di alcune donne ricoverate all'ospedale di Kabul per gravissime
ferite da coltello o arma da fuoco... Eppure non esiste più il regime
dei talebani, ora ci sono gli occidentali... , che avevano promesso di
liberare le donne...
J. ha gli occhi tristi che guardano nel vuoto, dice che non le occorre
nulla di ciò che Emergency puo' fornirle (materiale per l'igiene,
medicine etc.), non vuole parlare, se ne resta isolata dalle altre... Mi
dicono che è innamorata di un altro.
J. dopo tre giorni di prigione viene liberata: il nostro medico afgano
mi conferma cio' che avevo immaginato: ha accettato di sposare l'uomo che
non ama; ha dovuto scegliere tra due prigioni.... Mi domando quale sarà il
suo futuro: la depressione fra la donne afgane è una piaga sociale
diffusissima, di cui si parla troppo poco.
Non se ne parla perchè queste donne non le vede nessuno, sono chiuse
in casa, nella zona a loro dedicata, fin dall'inizio della pubertà,
al riparo da sguardi indiscreti. Per uscire a fare spese o per altre incombenze,
indossano il burqa, alcune per scelta (l'ingegnera che lavorava in prigione),
altre per condizionamento culturale (le giovani ginecologhe e infermiere
degli ambulatori di base di Emergency), altre ancora per tradizione (le
più anziane) o per imposizione (la giovanissima moglie del medico
che lavorava per noi).
In quanto donna occidentale, ho accesso sia ai salotti degli uomini, che
ai cortili e alle stanze delle donne: si beve il tè insieme, mi
mostrano i bambini, la conversazione langue: non conoscono certo l'inglese
e spesso neppure il Dari, la lingua ufficiale afgana, ma solo la lingua
della loro etnia, l'Uzbeco o il Turkmeno.
A Kabul, invece, per strada più della metà delle donne non
indossa il burqa, e questo numero cresce di giorno in giorno, soprattutto
tra le più giovani.
Molte lavorano, fianco a fianco con gli uomini come nell'ospedale di Emergency.
Eppure in mensa spontaneamente i due gruppi siedono ancora separati, le
donne nei tavoli in fondo alla sala.
A noi, in ospedale, viene spontaneo chiederci perchè un'anestesista
di solito molto brava e apprezzata, nelle situazioni di grave emergenza,
quando tutti si affollano sul paziente, si tira indietro e non fa quello
che ci si aspetterebbe da lei; i colleghi afgani ci spiegano che le donne
sono state educate ad evitare il contatto fisico con i maschi e nelle situazioni
di emergenza ciò potrebbe accadere (e accade) inavvertitamente.
Ecco perchè M. si ritraeva con delicatezza... e pensare che lo staff
internazionale stava per formulare una valutazione negativa nei suoi confronti.
Come sempre l'ignoranza della cultura altrui può generare errori
e pregiudizi: invece credo che M., come tante altre che ho incontrato,
sia una grande donna, che sfida la tradizione, svolge un lavoro di alto
livello, per cui ha studiato a lungo, prende decisioni, può essere
autonoma anche economicamente; lei forse, (insieme alla dottoressa Z.,
chirurga, e a L., infermiera, etc...) se potranno vivere in pace, riusciranno
a dimostrare il loro valore e a modificare se vorranno, come è successo
a noi, quei condizionamenti culturali che sono ancora di ostacolo alla
loro completa realizzazione.
la
realtà afgana raccontata da una donna che ci ha vissuto per
quasi un anno
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