essere donna in afganistan

  di claudia perelli  

 

Quando mi chiedono di descrivere la realta' delle donne osservata in Afganistan durante la mia permanenza un anno fa, credo sia utile distinguere tra la realtà di Kabul, la grande città internazionale in vorticoso cambiamento, e quella del resto del paese, in particolare i poverissimi villaggi dove ho operato, dove Emergency ha aperto alcuni ambulatori di base e dove i giornalisti stranieri non arrivano.
Credo che il modo migliore per rispondere a quella domanda sia raccontare alcune microstorie, piccoli episodi che meglio di altri illuminano la realtà più generale.
Cominciamo da un significativo punto di osservazione: la prigione di Shebergan, una specie di fortezza nel deserto, torrido d'estate e gelido d'inverno, al confine con il Turkmenistan a due ore di auto dalla più famosa città di Mazar i Sharif.
Una grande area è dedicata alle prigioniere donne, spesso insieme ai loro bambini. C'è S., vedova da tempo, ha con sè due figlie di 12 e 9 anni e un neonato, è questa gravidanza che l'ha condotta in prigione...
C'è J., avrà più o meno 20 anni (l'anagrafe in Afganistan è un'opinione).
Entra in prigione perchè ha rifiutato di sposare l'uomo che la sua famiglia ha scelto per lei. Con quest'uomo la famiglia ha stretto un contratto anche economico e probabilmente J. vale molto perchè giovane e molto bella. Il mancato rispetto del contratto merita la punizione e la pressione psicologica della prigione. Forse ancora le è andata bene, se penso invece ai casi di alcune donne ricoverate all'ospedale di Kabul per gravissime ferite da coltello o arma da fuoco... Eppure non esiste più il regime dei talebani, ora ci sono gli occidentali... , che avevano promesso di liberare le donne...
J. ha gli occhi tristi che guardano nel vuoto, dice che non le occorre nulla di ciò che Emergency puo' fornirle (materiale per l'igiene, medicine etc.), non vuole parlare, se ne resta isolata dalle altre... Mi dicono che è innamorata di un altro.
J. dopo tre giorni di prigione viene liberata: il nostro medico afgano mi conferma cio' che avevo immaginato: ha accettato di sposare l'uomo che non ama; ha dovuto scegliere tra due prigioni.... Mi domando quale sarà il suo futuro: la depressione fra la donne afgane è una piaga sociale diffusissima, di cui si parla troppo poco.
Non se ne parla perchè queste donne non le vede nessuno, sono chiuse in casa, nella zona a loro dedicata, fin dall'inizio della pubertà, al riparo da sguardi indiscreti. Per uscire a fare spese o per altre incombenze, indossano il burqa, alcune per scelta (l'ingegnera che lavorava in prigione), altre per condizionamento culturale (le giovani ginecologhe e infermiere degli ambulatori di base di Emergency), altre ancora per tradizione (le più anziane) o per imposizione (la giovanissima moglie del medico che lavorava per noi).
In quanto donna occidentale, ho accesso sia ai salotti degli uomini, che ai cortili e alle stanze delle donne: si beve il tè insieme, mi mostrano i bambini, la conversazione langue: non conoscono certo l'inglese e spesso neppure il Dari, la lingua ufficiale afgana, ma solo la lingua della loro etnia, l'Uzbeco o il Turkmeno.
A Kabul, invece, per strada più della metà delle donne non indossa il burqa, e questo numero cresce di giorno in giorno, soprattutto tra le più giovani.
Molte lavorano, fianco a fianco con gli uomini come nell'ospedale di Emergency. Eppure in mensa spontaneamente i due gruppi siedono ancora separati, le donne nei tavoli in fondo alla sala.
A noi, in ospedale, viene spontaneo chiederci perchè un'anestesista di solito molto brava e apprezzata, nelle situazioni di grave emergenza, quando tutti si affollano sul paziente, si tira indietro e non fa quello che ci si aspetterebbe da lei; i colleghi afgani ci spiegano che le donne sono state educate ad evitare il contatto fisico con i maschi e nelle situazioni di emergenza ciò potrebbe accadere (e accade) inavvertitamente. Ecco perchè M. si ritraeva con delicatezza... e pensare che lo staff internazionale stava per formulare una valutazione negativa nei suoi confronti.
Come sempre l'ignoranza della cultura altrui può generare errori e pregiudizi: invece credo che M., come tante altre che ho incontrato, sia una grande donna, che sfida la tradizione, svolge un lavoro di alto livello, per cui ha studiato a lungo, prende decisioni, può essere autonoma anche economicamente; lei forse, (insieme alla dottoressa Z., chirurga, e a L., infermiera, etc...) se potranno vivere in pace, riusciranno a dimostrare il loro valore e a modificare se vorranno, come è successo a noi, quei condizionamenti culturali che sono ancora di ostacolo alla loro completa realizzazione.

la realtà afgana raccontata da una donna che ci ha vissuto per quasi un anno