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Davvero una brutta storia di politici
e imprenditori collusi con la mafia e di mafiosi che si arricchiscono
a spese dei cittadini. Eppure il rinvio a giudizio del presidente della
Regione siciliana Salvatore Cuffaro da parte della Procura della repubblica
di Palermo non ha prodotto reazioni di rilievo nel mondo politico siciliano,
e neppure in quello italiano. Come se tutto fosse normale o quasi.
Il fatto che ci siano, negli atti del processo richiesto dal pubblico ministero,
confessioni aperte e circonstanziate, con forti riscontri giudiziari, da
parte di alcuni degli imputati (17 in tutto, politici dell’Udc e
medici siciliani) che raccontano gli appalti sanitari addomesticati per
favorire personaggi mafiosi di tutto rispetto come il boss di Brancaccio,
Giuseppe Guttadauro, e mostrano la particolare attenzione del presidente
Cuffaro per le indagini aperte su personaggi della politica regionale sulla
base di indiscrezioni romane comunicate immediatamente a Cosa Nostra, non
fa più impressione.
I giornali ne parlano, quando lo fanno, in una pagina interna e, se si
escludono i soliti due o tre noti, la cronaca è scarsa e avara di
informazioni, come se si parlasse di un fatto di routine, abituale nell’Italia
del ventunesimo secolo. Ma quel che succede a Palermo e in Sicilia non è un
affare che riguarda soltanto la grande isola e che il coinvolgimento in
prima persona del presidente e di altri politici minori che fanno parte
della maggioranza di centro-destra al governo costituisce il segno evidente
che non viviamo in un paese normale.
Certo, per esprimere un giudizio definitivo sul comportamento del presidente
Cuffaro e dei suoi compagni di partito è necessario aspettare la
pronuncia dei giudici e che vale fino a quel momento la presunzione di
innocenza che esiste nel nostro ordinamento costituzionale.
Non c’è allarme insomma nell’opinione pubblica italiana.
I mezzi di comunicazione non vogliono o non possono informare adeguatamente
i propri lettori e spettatori perché il partito del presidente Cuffaro
fa parte della maggioranza parlamentare e di governo, probabilmente nel
previsto rimpasto qualcuno dei seguaci di quel partito diventerà ministro
del secondo governo Berlusconi e non è dunque il caso di insistere
e di mettere in allarme gli italiani.
Eppure i segni, nella società italiana, che Cosa Nostra, liquidata
ormai da alcuni anni la strategia terroristica di Totò Riina, è saldamente
nelle mani dell’inafferrabile Bernardo Provenzano e che questi l’ha
riportata allo stato consueto dell’associazione che vive sommersa
e combina affari fruttuosi dove è possibile, sono chiari ed evidenti.
Il procuratore di Palermo, Pietro Grasso, ha parlato di «mafia invisibile» e
la definizione in questo momento si attaglia perfettamente sia a Cosa Nostra
che si mostra il meno possibile e non attacca più frontalmente il «cuore
dello Stato» sia a quei politici che abbondano soprattutto nell’attuale
maggioranza parlamentare e che con la mafia vogliono convivere e farci
affari di molti milioni di euro.
Eppure le grandi tragedie di un sessantennio repubblicano hanno dimostrato,
con la forza delle lezioni del passato, che la repressione giudiziaria,
peraltro necessaria, non avrà mai ragione da sola di un’associazione
criminale come quella mafiosa capace di vivere negli interstizi di potere
e di approfittare in maniera parassitaria degli interessi locali e del
bisogno di profitto in un’economia malata e incapace di effettivo
sviluppo.
Ma perché Cosa Nostra sia sconfitta una volta per tutte, oggi è importante
recuperare il senso della responsabilità politica. Ci sono, poi,
alcuni punti, che qui riassumo assai schematicamente, che devono essere
affrontati per combattere Cosa nostra. Primo: selezionare la classe dirigente
senza aspettare l'esito dell'azione giudiziaria. In questo senso, l’invito
a Cuffaro a dimettersi sarebbe dovuto venire dalla sua stessa parte politica,
in particolare, e da tutta la politica trasversalmente per rispetto alle
istituzioni che rappresenta e sulle quali getta un’ombra nefasta.
Secondo: formare un grande progetto di legalità e di sviluppo. Terzo:
organizzare una lotta alla mafia integrata. Cioè, su più livelli,
piano territoriale e piano internazionale, ma anche in grado di unire azione
repressiva e azione preventiva. Solo così si può sciogliere
il nodo tra mafia e politica.
il
capogruppo ds nella commissione parlamentare antimafia interviene
sulla vicenda giudiziaria in cui è coinvolto il presidente
cuffaro
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