| Lentini:
paradigma di una destra incapace e di un ulivo senza leadership
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Lentini vive uno dei periodi più
bui della sua storia.
Non conosce i momenti di aggregazione tipici delle altre piazze della
provincia. Non contiene attrazioni per i nostri giovani, che, invece,
sono presenti in altri centri vicini. L'olezzo che travolge l'occasionale
visitatore (chi ci abita non se ne accorge forse più), i fabbricati
urbani senza intonaco, l'urbanistica di alcuni quartieri che sembra essere
stata disegnata da un folle in preda ad una profonda crisi depressiva,
la grave crisi occupazionale che nel settore agrumicolo conosce uno stadio
forse senza ritorno, il centro storico abbandonato senza una identità,
scuole lasciate in balia di balordi che ne fanno ripetuto scempio…
Tutto ciò e tanti altri esempi addolorano chi ci abita e angosciano
chi la visita.
Senza dire della politica. Otto anni e mezzo di governo di centro sinistra,
con Turi Raiti ininterrottamente Sindaco in carica, non sono bastati ad
arginare la travolgente vittoria del centro destra.
Il degrado è la "qualità" che meglio definisce
e rappresenta, appunto, la politica. Si pensi che la condizione perché
un rappresentante di Forza Italia diventi vice Presidente del Consiglio
Comunale è quella di consegnare le sue dimissioni in bianco ad
un capocorrente prima di accettare la carica.
E tuttavia nemmeno questo triste evento riesce a ricompattare l'opposizione
di centro sinistra attorno ad unico sussulto di dignità politica,
che anche attraverso azioni clamorose rappresenti l'indegnità della
classe politica di centro destra a governare la città. Nemmeno
il tema della sfiducia al Sindaco, da giorni fatta aleggiare dall'UDC,
produce tra i partiti dell'opposizione la felice sinergia che tale opportunità
offerta in un piatto d'argento avrebbe dovuto determinare
Ad un gruppo dirigente del centro destra ora rampante e spregiudicato,
ora perfetto interprete della vecchia e rinomata scuola democristiana,
fa da contraltare, per esempio, un gruppo dirigente dei DS che sembra
non essere scalfito da un susseguirsi inesorabile di batoste elettorali.
Solo dopo mesi di colpevole ed ingiustificata inerzia si è riusciti
ad eleggere il segretario, a maggioranza e non all'unanimità come
qualcuno ha riferito alla stampa, ed in assenza di pezzi significativi
del partito. E in un clima attraversato da personalismi laceranti, dove
c'è stato spazio anche per reazioni scomposte indirizzate ad intimidire
chi si ostinava a ricordare che solo la discontinuità con il passato
avrebbe potuto rinvigorire la speranza della ripresa di una proficua attività
politica. Sembra non esserci spazio nell'agire politico per un agire solidale.
Sembra non essere più lecito amare ma solo odiare. Sembra per sempre
abbandonata la prerogativa di rappresentare le ragioni di coloro che soffrono.
Lo scontro politico si fa aspro e personalistico e tende a soffocare ogni
tentativo di rinnovamento che correrebbe il rischio di defenestrare i
monarchi della politica. Ciò accade sia a destra che al centro
che a sinistra. Anzi addirittura l'unica vera sinergia che si registra
tra le forze politiche è proprio quella trasversale di uccidere
ogni tentativo di cambiamento.
Non c'è speranza? Sì, non c'è speranza, se pensiamo
di cambiare la politica riproponendo l'idea di un cammino fatto di mediazioni
al più basso livello possibile. E ancora se rinunciamo al diritto-dovere
di denunciare metodi e comportamenti che stridono con i valori che la
sinistra dovrebbe rappresentare e che invece anche nel mondo della sinistra
hanno radici profonde. La speranza può smettere di essere una utopia
allorchè a partire dal nostro agire politico rappresentiamo una
dignità e un disinteresse che attragga alla politica quella nuova
soggettività che la sente estranea.
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