questa città deve cambiare

  di virgilio gionfriddo  

Lentini: paradigma di una destra incapace e di un ulivo senza leadership

Lentini vive uno dei periodi più bui della sua storia.
Non conosce i momenti di aggregazione tipici delle altre piazze della provincia. Non contiene attrazioni per i nostri giovani, che, invece, sono presenti in altri centri vicini. L'olezzo che travolge l'occasionale visitatore (chi ci abita non se ne accorge forse più), i fabbricati urbani senza intonaco, l'urbanistica di alcuni quartieri che sembra essere stata disegnata da un folle in preda ad una profonda crisi depressiva, la grave crisi occupazionale che nel settore agrumicolo conosce uno stadio forse senza ritorno, il centro storico abbandonato senza una identità, scuole lasciate in balia di balordi che ne fanno ripetuto scempio… Tutto ciò e tanti altri esempi addolorano chi ci abita e angosciano chi la visita.
Senza dire della politica. Otto anni e mezzo di governo di centro sinistra, con Turi Raiti ininterrottamente Sindaco in carica, non sono bastati ad arginare la travolgente vittoria del centro destra.
Il degrado è la "qualità" che meglio definisce e rappresenta, appunto, la politica. Si pensi che la condizione perché un rappresentante di Forza Italia diventi vice Presidente del Consiglio Comunale è quella di consegnare le sue dimissioni in bianco ad un capocorrente prima di accettare la carica.
E tuttavia nemmeno questo triste evento riesce a ricompattare l'opposizione di centro sinistra attorno ad unico sussulto di dignità politica, che anche attraverso azioni clamorose rappresenti l'indegnità della classe politica di centro destra a governare la città. Nemmeno il tema della sfiducia al Sindaco, da giorni fatta aleggiare dall'UDC, produce tra i partiti dell'opposizione la felice sinergia che tale opportunità offerta in un piatto d'argento avrebbe dovuto determinare
Ad un gruppo dirigente del centro destra ora rampante e spregiudicato, ora perfetto interprete della vecchia e rinomata scuola democristiana, fa da contraltare, per esempio, un gruppo dirigente dei DS che sembra non essere scalfito da un susseguirsi inesorabile di batoste elettorali. Solo dopo mesi di colpevole ed ingiustificata inerzia si è riusciti ad eleggere il segretario, a maggioranza e non all'unanimità come qualcuno ha riferito alla stampa, ed in assenza di pezzi significativi del partito. E in un clima attraversato da personalismi laceranti, dove c'è stato spazio anche per reazioni scomposte indirizzate ad intimidire chi si ostinava a ricordare che solo la discontinuità con il passato avrebbe potuto rinvigorire la speranza della ripresa di una proficua attività politica. Sembra non esserci spazio nell'agire politico per un agire solidale.
Sembra non essere più lecito amare ma solo odiare. Sembra per sempre abbandonata la prerogativa di rappresentare le ragioni di coloro che soffrono. Lo scontro politico si fa aspro e personalistico e tende a soffocare ogni tentativo di rinnovamento che correrebbe il rischio di defenestrare i monarchi della politica. Ciò accade sia a destra che al centro che a sinistra. Anzi addirittura l'unica vera sinergia che si registra tra le forze politiche è proprio quella trasversale di uccidere ogni tentativo di cambiamento.
Non c'è speranza? Sì, non c'è speranza, se pensiamo di cambiare la politica riproponendo l'idea di un cammino fatto di mediazioni al più basso livello possibile. E ancora se rinunciamo al diritto-dovere di denunciare metodi e comportamenti che stridono con i valori che la sinistra dovrebbe rappresentare e che invece anche nel mondo della sinistra hanno radici profonde. La speranza può smettere di essere una utopia allorchè a partire dal nostro agire politico rappresentiamo una dignità e un disinteresse che attragga alla politica quella nuova soggettività che la sente estranea.