missione in Iraq

  di antonio rotondo  

il senatore Rotondo, al ritorno dalla missione parlamentare in Iraq, racconta la sua esperienza

Nei giorni tra il 2 ed il 6 Dicembre scorsi ho partecipato alla missione in Iraq di una delegazione di 8 parlamentari italiani e 15 rappresentanti di organizzazioni non governative e della società civile. Scopo della missione era quello di testimoniare la contrarietà di gran parte del popolo italiano, com' è anche emerso da un recente sondaggio, ad una possibile guerra in Iraq, ma anche quello di approfondire le conoscenze delle attuali condizioni di vita del popolo iracheno dopo 12 anni d'embargo.
Il nostro programma di lavoro ci ha portato ad incontrare il Presidente del Parlamento iracheno; i Presidenti delle Commissioni parlamentari di esteri, sanità ed ambiente, lavoro ed affari sociali, della religione e del culto; gli Ispettori delle Nazioni Unite nelle persone del portavoce e del direttore del centro operativo; la locale Chiesa Caldea, nella persona del Vescovo; le Agenzie delle Nazioni Unite, rappresentate dai direttori dell' UNICEF, UNDP ed il coordinatore del Programma " Oil for foods"; le ONG internazionali e le organizzazioni umanitarie attive in loco; il Consigliere italiano a Baghdad. Abbiamo inoltre visitato l'ospedale pediatrico di Baghdad, soffermandoci principalmente nel reparto oncologico; la facoltà di Scienze politiche dell'Università della capitale irachena, e una scuola elementare di una zona depressa della città di Baghdad.
Durante gli incontri abbiamo affrontato le più varie tematiche relativamente alle condizioni di vita dei cittadini iracheni a seguito dell'embargo, ma anche le possibili conseguenze umanitarie di un eventuale conflitto armato.
Oggi gli iracheni vivono una situazione disastrosa: il reddito pro capite giornaliero è meno di un dollaro; è previsto un approvvigionamento alimentare attraverso delle razioni mensili- fra l'altro modeste - garantite solo dal 1997 dal programma ONU " oil for foods". Questo programma consiste nella possibilità di cedere quote di petrolio iracheno, a prezzo imposto, in cambio di alimenti, farmaci e pochi altri generi di prima necessità.
Particolarmente grave è la condizione dei bambini sia dal punto di vista igienico-sanitario che di quello sociale. La mortalità infantile nei primi 5 anni di vita ha raggiunto nel 2001 la percentuale di 131 per 1000, mentre nel 1990, prima della guerra del golfo e del conseguente embargo, era del 56 per mille. Le cause di morte di bambini sono principalmente le affezioni gastroenteriche nel periodo estivo, e quelle respiratorie in inverno. Una percentuale così alta di morti è legata alle pessime condizioni igieniche (a causa della mancanza di energia elettrica non funzionano più i depuratori e l'acqua potabile scarseggia), alla mancanza di farmaci, al pessimo stato in cui è ridotto il sistema sanitario ed alla malnutrizione di cui è affetto il 28% della popolazione irachena (dati UNICEF).
Anche la scolarizzazione risente della grave crisi in cui versa l'Iraq; l'analfabetismo, in un paese che era fra i più evoluti fra quelli in via di sviluppo, si è più che triplicato in questi anni.
L'integralismo islamico, fenomeno praticamente sconosciuto in quella nazione dieci anni fa, sta prendendo sempre più piede, favorito dal tentativo del regime di Saddam di trovare alleanze in altri paesi islamici: è sempre più frequente incontrare per le strade di Baghdad donne col velo, da qualche anno le scuole di 1° grado sono suddivise per sesso.
Abbiamo altresì interloquito in maniera critica con le autorità irachene in tema di disarmo, di reale e trasparente collaborazione con gli ispettori delle Nazioni Unite che operano in territorio iracheno ai sensi delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 687 e 1441, e di avvio di processi di democratizzazione del paese, nell'affermazione e nel rispetto dei fondamentali diritti umani.
Quanto abbiamo potuto ascoltare ed osservare ha confermato in tutti noi la coscienza della natura odiosa di un regime, quello di Saddam Hussein, che opprime il suo popolo, ma anche la convinzione che occorra, ora più che mai, lavorare per una composizione politica della crisi irachena. Bisogna muoversi nel quadro dei principi che regolano il diritto internazionale e che la comunità internazionale, con i suoi organi di rappresentanza istituzionale, si adoperi per scongiurare una guerra che avrebbe pesantissime ripercussioni sulla popolazione civile, che destabilizzerebbe un'intera area del mondo, facendo, peraltro, arretrare qualsiasi speranza di rinascita democratica.
Occorre inoltre garantire e sostenere l'azione degli Ispettori internazionali, affinché possano svolgere appieno e senza qualsiasi condizionamento il loro mandato.
Sarebbe utile, quindi, che l'Iraq senta concentrato su di sè l'interesse di un'opinione pubblica internazionale non pregiudizialmente ostile, oggetto insieme di attenzione e pressione diplomatica.