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senatore Rotondo, al ritorno dalla missione parlamentare in Iraq, racconta
la sua esperienza
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Nei giorni tra il 2 ed il 6 Dicembre
scorsi ho partecipato alla missione in Iraq di una delegazione di 8 parlamentari
italiani e 15 rappresentanti di organizzazioni non governative e della
società civile. Scopo della missione era quello di testimoniare
la contrarietà di gran parte del popolo italiano, com' è
anche emerso da un recente sondaggio, ad una possibile guerra in Iraq,
ma anche quello di approfondire le conoscenze delle attuali condizioni
di vita del popolo iracheno dopo 12 anni d'embargo.
Il nostro programma di lavoro ci ha portato ad incontrare il Presidente
del Parlamento iracheno; i Presidenti delle Commissioni parlamentari di
esteri, sanità ed ambiente, lavoro ed affari sociali, della religione
e del culto; gli Ispettori delle Nazioni Unite nelle persone del portavoce
e del direttore del centro operativo; la locale Chiesa Caldea, nella persona
del Vescovo; le Agenzie delle Nazioni Unite, rappresentate dai direttori
dell' UNICEF, UNDP ed il coordinatore del Programma " Oil for foods";
le ONG internazionali e le organizzazioni umanitarie attive in loco; il
Consigliere italiano a Baghdad. Abbiamo inoltre visitato l'ospedale pediatrico
di Baghdad, soffermandoci principalmente nel reparto oncologico; la facoltà
di Scienze politiche dell'Università della capitale irachena, e
una scuola elementare di una zona depressa della città di Baghdad.
Durante gli incontri abbiamo affrontato le più varie tematiche
relativamente alle condizioni di vita dei cittadini iracheni a seguito
dell'embargo, ma anche le possibili conseguenze umanitarie di un eventuale
conflitto armato.
Oggi gli iracheni vivono una situazione disastrosa: il reddito pro capite
giornaliero è meno di un dollaro; è previsto un approvvigionamento
alimentare attraverso delle razioni mensili- fra l'altro modeste - garantite
solo dal 1997 dal programma ONU " oil for foods". Questo programma
consiste nella possibilità di cedere quote di petrolio iracheno,
a prezzo imposto, in cambio di alimenti, farmaci e pochi altri generi
di prima necessità.
Particolarmente grave è la condizione dei bambini sia dal punto
di vista igienico-sanitario che di quello sociale. La mortalità
infantile nei primi 5 anni di vita ha raggiunto nel 2001 la percentuale
di 131 per 1000, mentre nel 1990, prima della guerra del golfo e del conseguente
embargo, era del 56 per mille. Le cause di morte di bambini sono principalmente
le affezioni gastroenteriche nel periodo estivo, e quelle respiratorie
in inverno. Una percentuale così alta di morti è legata
alle pessime condizioni igieniche (a causa della mancanza di energia elettrica
non funzionano più i depuratori e l'acqua potabile scarseggia),
alla mancanza di farmaci, al pessimo stato in cui è ridotto il
sistema sanitario ed alla malnutrizione di cui è affetto il 28%
della popolazione irachena (dati UNICEF).
Anche la scolarizzazione risente della grave crisi in cui versa l'Iraq;
l'analfabetismo, in un paese che era fra i più evoluti fra quelli
in via di sviluppo, si è più che triplicato in questi anni.
L'integralismo islamico, fenomeno praticamente sconosciuto in quella nazione
dieci anni fa, sta prendendo sempre più piede, favorito dal tentativo
del regime di Saddam di trovare alleanze in altri paesi islamici: è
sempre più frequente incontrare per le strade di Baghdad donne
col velo, da qualche anno le scuole di 1° grado sono suddivise per
sesso.
Abbiamo altresì interloquito in maniera critica con le autorità
irachene in tema di disarmo, di reale e trasparente collaborazione con
gli ispettori delle Nazioni Unite che operano in territorio iracheno ai
sensi delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza 687 e 1441, e di avvio
di processi di democratizzazione del paese, nell'affermazione e nel rispetto
dei fondamentali diritti umani.
Quanto abbiamo potuto ascoltare ed osservare ha confermato in tutti noi
la coscienza della natura odiosa di un regime, quello di Saddam Hussein,
che opprime il suo popolo, ma anche la convinzione che occorra, ora più
che mai, lavorare per una composizione politica della crisi irachena.
Bisogna muoversi nel quadro dei principi che regolano il diritto internazionale
e che la comunità internazionale, con i suoi organi di rappresentanza
istituzionale, si adoperi per scongiurare una guerra che avrebbe pesantissime
ripercussioni sulla popolazione civile, che destabilizzerebbe un'intera
area del mondo, facendo, peraltro, arretrare qualsiasi speranza di rinascita
democratica.
Occorre inoltre garantire e sostenere l'azione degli Ispettori internazionali,
affinché possano svolgere appieno e senza qualsiasi condizionamento
il loro mandato.
Sarebbe utile, quindi, che l'Iraq senta concentrato su di sè l'interesse
di un'opinione pubblica internazionale non pregiudizialmente ostile, oggetto
insieme di attenzione e pressione diplomatica.
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