il carcere della vergogna

  di claudia perelli  

 

Sono infermiera e ho lavorato l’anno scorso con Emergency in Afganistan in quello che è stato definito “il carcere della vergogna”, “prigione medievale”: il carcere di Shebergan. Una prigione gestita dal governo afgano ove erano reclusi centinaia (più di 3000 inizialmente) di prigionieri politici talebani. Per lo più ragazzi fra i 20 e i 30 anni, afgani e pakistani. I sopravvissuti: catturati nel novembre 2001 nel nord del paese e sopravvissuti ai bombardamenti americani durante la trattativa per la resa, alla rivolta nel carcere di Mazar-I-Sharif repressa nel sangue (ne portavano ancora pallottole e schegge addosso), al trasferimento in containers stipati all’inverosimile sotto il sole cocente, su cui qualche folle aprì dei fori per l’areazione sparandovi contro, alle condizioni disumane del carcere di Shebergan.
Emergency da anni presta assistenza ai prigionieri politici nelle carceri afgane; i detenuti sono anch’essi vittime di guerra. Quando Kate, la responsabile del programma di Emergency in Afganistan, e altri entrarono a Shebergan trovarono una situazione da lager di non lontana memoria. Malnutrizione, sovraffollamento inimmaginabile, condizioni igieniche tragiche, infestazioni da parassiti e malattie, quali la TBC, mai curate.
Intervento immediato sulle latrine, le cucine, le forniture alimentari, apertura di un piccolo ospedale da 13 posti letto interno al carcere, di un ambulatorio dove prestare le prime cure, costruzione di un blocco adatto a isolare e curare i malati di TBC, consulenza medico-specialistica, garanzia di ore d’aria per tutti e di non utilizzo dei malati per lavorare. Inoltre: distribuzioni regolari di materiali per l’igiene personale e ambientale, di vestiti e generi di prima necessità, presenza fissa di personale di Emergency, nazionale ed internazionale, 24 ore su 24.
Solo ora che la loro vicenda si è conclusa felicemente con il rilascio avvenuto pochi giorni fa, riesco a scriverne; prima non mi era possibile, troppa era l’angoscia di saperli ancora lì, in balia della violenza (il desiderio di vendetta di alcune guardie era ancora grande), dell’ingiustizia (nessun capo d’imputazione, nessun processo, nessuna difesa), dell’indigenza.
Ecco alcuni ricordi, aneddoti, dei flashes per comprenderne il lato umano, esseri umani come tutti noi, come Emergency non si stanca mai di ricordare.
Z.H. pakistano, sempre corrucciato, non gli andava mai bene niente, arrabbiato con il mullah che l’aveva arruolato e se n’ era poi rimasto tranquillo a casa sua (della serie “armiamoci e partite”), certo non sarebbe tornato un’altra volta a combattere la guerra per quanto santa fosse,”aveva ragione la mia famiglia a dirmi di non partire”;
I.K. inglese perfetto, studente universitario (“al College”) di Karachi, sempre pronto ad assistere con abnegazione i compagni sofferenti, a cambiarli, a lavarli, a dir loro un buona parola;
Z. da un villaggio contadino del Punjab pakistano, 18 anni (quindi catturato a 16, con già l’esperienza di lavoro da giovanissimo per una fabbrica di jeans occidentale). Sorrideva e cantava, con bella voce, sempre. Gli chiesi come facesse ad aver voglia di cantare, rispose lapidario “se non facessi così sarei già morto”.
E ancora lui: ero con I.K. a fare l’elenco delle cose da comprare per affrontare il rigido inverno in arrivo: coperte, maglioni, calze, stivali... Z. ci passa a fianco “Cosa serve per scaldarci d’inverno? Donne!” Risate generali. Detto poi da un talebano...
M. afgano, di nascosto mi comunica che lui l’inglese lo conosce, ma non lo vuol far sapere (grande fiducia quindi nei miei confronti) perchè una volta i militari americani entrati a Shebergan chiesero “chi conosce l’inglese?”, qualche ingenuo rispose “Io!”. Preso e portato a Guantanamo senza tante spiegazioni.
O. contadino di un paese vicino a Kandahar, totalmente analfabeta, conosceva però i numeri in inglese perchè ci aiutava nella distribuzione di uova e frutta ai malati di TBC.
S.A. ci aiutava nell’ambulatorio: ogni giorno visitavamo 30/40 persone per malattie infettive (bronchiti, infezioni delle vie urinarie, gastroenteriti...) o piccoli problemi chirurgici (emorroidi, ernie inguinali...), conosceva a memoria i numeri di scheda sanitaria di tutti. Le schede sanitarie servivano a tenere monitorato lo stato di salute dei prigionieri, ma erano anche un modo per tenere registrate le presenze e rendere più difficile la “scomparsa” di qualcuno. Quando mi incontrò la prima volta mi chiese brutalmente:”Sei cristiana?” “Sì” “E’vero che il Papa era contrario alla guerra in Iraq?” “Sì, certo”. Ma guarda come le notizie si diffondono... La loro detenzione, senza alcun mezzo di comunicazione con l’esterno, risaliva a ben prima dell’attacco all’Iraq... chi gli avrà parlato poi della posizione del Papa?
J. il mullah, ricoverato a lungo nell’ospedalino di Emergency interno alla prigione. Alla dimissione a tutti i costi vuole farmi un regalo: un pettine, in quella situazione certo una delle poche cose che possiede. Questo gesto, da parte di un mullah, assume un particolare significato, ovviamente, agli occhi degli altri prigionieri...
E poi i momenti collettivi:
la preghiera, 5 volte al dì, che emozione assistere a quella del tramonto, tutti in ginocchio rivolti alla Mecca, che in Afganistan vuol dire rivolti verso il cielo rosseggiante...
le discussioni sulla fede, la loro molto sentita, vera, profonda; ho dovuto rivedere i miei pregiudizi su questo. “Dovresti leggere il Corano” “Lo farò, ma voi dovreste leggere la Bibbia e i Vangeli...” “Non serve, nel Corano c’è già scritto tutto...”
Il sacro libro, tutto il giorno recitato/cantato ad alta voce... Era il sottofondo a tutte le nostre attività.
le discussioni politiche: l’11 settembre, la “colonizzazione” americana...
Dove siete ora, ragazzi? (per età potrei essere la madre di molti, qualcuno mi chiamava “auntie”) Spero siate tornati felicemente alle vostre famiglie, che stiate bene e che dopo aver condiviso con Emergency un pezzo della vostra vita, dopo aver visto come noi occidentali, non musulmani e pure donne siamo venuti in pace, vi abbiamo compreso, tutelato e preso in carico i vostri diritti possiate aver un po’riflettuto sul senso del vostro “jihad”, sul ruolo e le capacità delle donne, sul riconoscimento a tutti/e di pari diritti e dignità. Assalam ‘ alaikum, la pace sia con voi.

il racconto dell'esperienza vissuta lavorando dentro il carcere shebergan a kabul