prima fila

  di claudio fava  

 

Dopo l’utile invettiva di Moretti a piazza Navona, il passaggio politico più significativo in questi anni di magra politica s’è consumato a Palermo, due anni fa: seimila cittadini (non solo studenti, non solo professori, non solo militanti…) che si ritrovarono nell’aula magna dell’università e tracimarono nei corridoi, nei viali della cittadella, lungo le scale, pigiati e tenaci come tifosi da curva, seimila palermitani sommariamente convocati da un appuntamento verbale affidato al passa parola dei movimenti, , in quella Palermo espugnata dalle vecchie baronie politiche e affidata come una colonia ai funzionari in completino blu di Forza Italia, e invece furono seimila, senza macchine di partito alle spalle, senza l’orgogliosa organizzazione dei sindacati, bastò quel giro di sms, un atto di disperata volontà civile, la più affollata manifestazione pubblica dai tempi dei funerali di Falcone.
Il risultato elettorale del 13 giugno, per chi sappia ascoltare la politica, ci dice d’esser figlio anche di quella riunione improvvisata e clamorosa. Che oggi si replica, alle cinque del pomeriggio, nella stessa aula magna palermitana che due anni fa ruppe gli argini e si riversò nella società siciliana. Da molti dirigenti del centrosinistra, quel primo appuntamento non fu celebrato ma esorcizzato (ma chi sono questi professori? Che vogliono i loro studenti? Dove vogliono arrivare?), secondo un vecchio consolidato equivoco che tra società civile e società politica riconosce solo rapporti di forza, egemonie reciproche, mai sinergie, mai condivisioni. Stavolta invece ci saranno tutti: e questo è già un fatto. Chi snobbava, parteciperà; chi s’era distratto, cercherà un posto in prima fila.
Si tratta di capire cosa ci porterà in regalo il giorno dopo. Se sarà solo un ricco ruolino di presenze, un elegante obbligo di firma come alle prime della lirica. O se diventerà l’inizio di un nuovo tempo e di una nuova responsabilità. La capacità cioè di rappresentare insieme azione e passione, istituzioni e spontaneità, valore e consenso. Senza esservi costretti da un nuovo funerale di stato. Sarebbe bello che fiorissero, come dieci, dodici anni fa, lenzuola bianche alle finestre di Palermo: non più per lamentare un morto ma per rivendicare l’onere di una sfida. E per consegnare il foglio di via a Berlusconi.

«Troppo e per troppo lungamente, ci siamo comportati come se i nostri militari grandi potrebbero e la ricchezza potrebbe determinare una soluzione americana ad ogni problema del mondo... »
(Robert F. Kennedy, 1968)