non da soli

  di marco rametta  

 

Come fare tesoro del 22° congresso nazionale delle Acli, recentemente conclusosi a Torino?
Per cosa sarà ricordato il 22° congresso delle Acli? Chi dovrà metter mano – tra venti anni – alla storia delle Acli, su quali elementi focalizzerà l’attenzione? È difficile rispondere perché il filtro del tempo ridisegna gli avvenimenti, dandogli pesi e misure diverse da quelle che appaiono ai protagonisti degli stessi. Posso solo offrire una traccia, nella speranza che non si riveli fallace anche per gli anni a venire.
Ci sono sette punti per capire i caratteri del congresso di Torino. Innanzitutto, un cambio di classe dirigente, nelle realtà territoriali e negli organi nazionali – pari a più del 50% — che forse non ha precedenti nella storia aclista. Certo, una molla fondamentale di questo cambiamento è stato il vincolo statutario del doppio mandato. Ma non solo. È anche il frutto di un significativo investimento formativo perseguito proprio in questi ultimi cinque anni, che ha contribuito a far emergere una classe dirigente più giovane e anche, in parte, più femminile. Secondo, si sono toccate con mano, in questo Congresso, le potenzialità delle Acli su uno scenario più largo del nostro Paese: la forza e la credibilità riacquistate in Italia hanno in corpo una corrente espansiva. Come avvenne negli anni ’60, l’autorevolezza e la capacità di iniziativa delle Acli non si fermarono alle nostre frontiere, ma generarono una rete di relazioni internazionali e di presenza in Paesi stranieri di straordinaria vivacità e capacità di durare. Oggi le Acli si trovano in condizioni simili, purché si abbia un disegno lineare e il coraggio di allargare i confini.
Vi è poi la conferma di una intuizione, quella del congresso di Bruxelles. E cioè che l’Europa non era un mito astratto, un discorso di buone intenzioni, ma l’unico orizzonte possibile — anche per una realtà associativa — per perseguire una politica con uno sguardo volto al futuro, incentrata sul principio di interdipendenza e orientata a costruire processi di giustizia sociale, inclusione e responsabilità civica.
Quarto, quel “autonomamente schierati”, stella polare di tutto il quadriennio 2000-2004, si è rivelato essere la collocazione più coerente con la nostra storia e più politicamente efficace nel nuovo scenario bipolare. Senza questo architrave le Acli sarebbero state presto risucchiate nei vortici dello scontro politico, mentre invece il congresso ha dimostrato la nostra capacità di dialogare e di interloquire con tutti. Non in modo astratto o asettico, ma rischiando la nostra capacità di proposta e di iniziative.
Dunque – ed è la quinta traccia – l’agenda per il paese. Un tentativo di dare la sveglia al futuro, di non rassegnarsi ad un mesto declino, di saper fare emergere i talenti straordinari della società civile italiana, anche avventurandoci in campi inediti – come la proposta “un bimbo, un voto” – ben sapendo che in uno scenario globale per la democrazia e il benessere di un Paese non vi sono posizioni di rendita, ma la necessità di rimettersi in gioco. Non domani, ma oggi, subito.
Sesto: le otto sfide dell’agenda delle Acli per il Paese non saranno delle splendide vie solitarie, per accontentare il nostro narcisismo nel dimostrarci più bravi degli altri. Sono invece un tracciato per lavorare insieme: con i soggetti della società civile organizzata, con le forze sindacali e politiche, con le istituzioni. “Non da soli” abbiamo detto a Torino, in un congresso che non è stato una vetrina, ma una conferma intelligente della nostra capacità di fare rete, di desiderio di costruire, nella chiarezza, con tutti coloro che vogliono bene a questo Paese.
Settima — ed ultima cartina di tornasole — il “noi cattolico” e la modifica dell’art. 4 dello Statuto che precisa il ruolo del sacerdote come accompagnatore della vita spirituale delle Acli. Vanno letti insieme: da un lato la modifica statutaria ci aiuta a lasciare dietro le spalle i fantasmi della nostra storia, per recuperarne invece, in positivo, anche i conflitti e le sofferenze; dall’altro, con il “noi cattolico”, vogliamo gridare dai tetti la nostra radicata e convinta autonomia laicale. Da vivere nella comunione ecclesiale rifuggendo ogni clericalismo, ma anche quei radicalismi che mettono la coscienza a posto, ma lasciano le cose come stanno. Laici cristiani ancora convinti e decisi a lavorare insieme con i propri fratelli nella fede, ma anche con tutti coloro che come cittadini e lavoratori incontriamo sulla nostra strada.
Consapevoli che in questo tempo – come nei primi secoli dell’avventura cristiana – l’unico modo credibile per annunciare la nostra fede è la testimonianza.

il 22° congresso nazionale delle acli, raccondtato dal neo presidente provinciale