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| di francesco giordano | ||
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Non è facile, dopo ventisei
anni dalla morte di Peppino Impastato e ad undici anni dalla morte di
Paolo Borsellino, parlare ancora di legalità, di giustizia e di
condanne esemplari. Testimoni tangibili di un processo che dura da anni
e che incentiva sempre più, Rita Borsellino e Giovanni Impastato,
ad andare avanti con lo stesso entusiasmo di una volta, nell’intento
arduo di diffondere la cultura della <<legalità>> in
Sicilia. Si svolta in questi giorni, con gli studenti del terzo istituto
comprensivo S. Todaro di Augusta, in presenza delle autorità politiche
e militari, la conferenza dibattito sul tema: “ La settimana della
legalità”. La reazione immediata e razionale del dopo strage,
analizzata a freddo, evidenzia come tutto tenda ad affievolirsi, tralasciando
gli umori e gli stati d’animo iniziali dei familiari delle vittime,
e cercando di porre fine al caso con il conseguente riassetto psichico
dell’individuo stesso. Ecco cosa succede, il più delle volte,
a chi è chiamato a gestire la morte di un proprio caro ucciso
dalla mafia. Ma l’eccezione a volte conferma la regola e Rita Borsellino
e Giovanni Impastato sono gli eredi del testamento lasciato in vita,
scritto giorno dopo giorno, nelle aule dei tribunali, nelle strade della
città, nelle associazioni, nei teatri, tra la gente comune. <<Questo è un
giorno particolare per me – dice la sorella del magistrato – non
tanto per la precaria salute dovuta ai postumi di una brutta frattura
ad un braccio, ma anche per gli impegni di questi ultimi mesi, faticosissimi
e bellissimi, che ho avuto in giro per l’Italia. Se a chiamarci
poi sono i giovani della scuola S. Todaro di Augusta con i loro rappresentanti,
il dirigente scolastico Salvatore Ierna e la prof. Reforgiato, che ringrazio
personalmente, tutto si conclude con un sorriso dimenticandoci della
fatica e dello sforzo profuso. Non riesco a raccontarvi le mie emozioni,
ci provo ma è complicato raccontare con le parole l’intensità della
morte riflessa nei volti della gente comune, che osserva attonita e sgomenta.
Il numero dei caduti di mafia è lunghissimo, come non ricordare
i due gemellini Asta che viaggiavano con la madre in machina, vittime
incoscienti cui gli è stato negato il futuro. Mia madre aveva
ottantadue anni quando si trovava in Via D’Amelio quel giorno,
e stava aspettando Paolo che le aveva detto per telefono “vengo
a prenderti”. Poi successe il finimondo. Dopo un anno dalla strage
di Palermo, tutto fu rimesso al suo posto tranne quell’enorme buca
provocata dall’ordigno. Per l’anniversario della morte di
Paolo, mia madre disse: ora che verrà tanta gente, metteranno
un monumento, ma i monumenti ricordano la morte, vorrei che qui invece,
ci fosse un cenno di vita. Vorrei piantare un alberello di ulivo che
provenga dalla Terra Santa, simbolo di pace e di fratellanza. E così fu.
Oggi a dodici anni di distanza, quel piccolo ramoscello di ulivo si è fatto
un vero albero, forte e rigoglio. Qualcuno ogni tanto vedendomi un po’ giù mi
dice: ma chi te lo fa fare, tanta fatica per niente. Ed io sorrido, perché sono
certa che loro non sanno cosa io ricevo ogni giorno dagli studenti, dalle
insegnanti, dalle associazioni, dalle chiese, dalle comunità,
dalla gente di strada; affetto, solidarietà, forza e tanta speranza
per il futuro della Sicilia>> |