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La vicenda dei tre italiani tenuti
in ostaggio dai terroristi iracheni si è felicemente conclusa
con la loro liberazione; del quarto, assassinato, il cadavere martoriato
ha fatto rientro a casa, per essere consegnato alla disperazione dei
suoi cari: non è barbarie moderna, è barbarie e basta,
senza tempo e senza aggettivi.
Conclusa così la vicenda, rimane però ancora aperta una questione
a cui non mi pare si sia data risposta; anche perché a dire il vero è nel
frattempo scomparsa pure la domanda; affiorata qua e là nei primi
giorni del sequestro, è del tutto sparita dai servizi e dai commenti
giornalistici sulla carta stampata e sulle televisioni. La questione suonava
più o meno così :
"
Ma questi nostri compatrioti, in Iraq, che ci stavano a fare?"
A cercare lavoro, si dice.
Lavoro???
E così, oppresso dal dramma della disoccupazione e desideroso di
porre fine al mio stato di indigenza, non sapendo cosa fare di meglio,
preparo "armi" (ma forse le virgolette andrebbero tolte) e bagagli
e me ne parto per il primo posto che mi capita sotto tiro (e anche qui
facciamo a meno delle virgolette) e toh, guarda caso, ecco che il mio ditino
lanciato alla cieca sulla carta geografica punta dritto sull'Iraq. E non
mi faccio certo intimorire dalle scaramucce che lì accadono, perché per
guadagnare qualcosa bisogna pur rischiare del proprio.
A pensarci bene, è proprio un peccato che in Iraq non sia ancora
entrata in vigore la Bossi-Fini, si eviterebbero così anche lì soggiorni
di lavoratori stranieri non ingaggiati con regolare contratto a termine,
e si avrebbe modo di provvedere, dopo una breve sosta in un accogliente
Centro Profughi, ad un loro rapido e definitivo rimpatrio. Sani e salvi.
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