la nuova europa dei 25

  di valentina di simone  

 

L'allargamento dell’Unione Europea a venticinque Paesi con l’ingresso di Polonia, Estonia, Lettonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Ungheria, Malta e Cipro
costituisce senza alcun dubbio un evento storico.
La data del I maggio 2004 è infatti una tappa fondamentale nel lungo cammino dell'integrazione europea.
Un cammino che è cominciato nel 1941 quando, dal confino sull’isola di Ventotene, l’italiano Altiero Spinelli ebbe per primo l’incredibile intuizione di credere nel progetto di un’Europa unita. Dopo di lui grandi statisti come Schuman, Alcide De Gasperi, Jean Monnet, avevano compreso che non sarebbe bastata la pace, il ritorno alla democrazia, la caduta delle dittature per portare stabilità all’Europa. Occorreva avere il coraggio di andare oltre, di abbattere frontiere, egoismi, diffidenze. Occorreva creare un’Europa unita con una moneta comune, una bandiera, una Costituzione…Quello che allora sembrava un sogno, oggi si sta realizzando.
L’ingresso dei nuovi paesi membri, a dispetto di quanto dicono gli euroscettici, servirà a portare pace e prosperità nel nostro continente.
Conciliare diversità e solidarietà riducendo le disparità all'interno dell'Unione Europea. E' questa, infatti, una delle sfide che l’allargamento impone alla "nuova Europa". Ma in che modo e con quali strumenti l'Unione potrà vincere questa sfida? La risposta sta nella politica di coesione e nei Fondi Strutturali, lo strumento più efficace che Bruxelles ci mette a disposizione per diminuire il divario tra le regioni dell'Europa allargata e per consentire ai nuovi paesi membri di integrarsi in un mercato unico altamente competitivo.
Con l'allargamento il numero delle regioni con un reddito pro-capite inferiore al 75% della media comunitaria salirà a 67 e il rapporto tra le regioni ricche e povere raddoppierà. E' evidente che la politica regionale dovrà spostare il proprio baricentro ad Est, cercando, allo stesso tempo, di salvaguardare le esigenze delle aree svantaggiate degli Stati membri (che, come nel caso del nostro Mezzogiorno, beneficiano da oltre quindici anni dei Fondi strutturali).
Il rischio per le nostre regioni, paventato da molti, di restare orfane di ogni attenzione da parte di Bruxelles tuttavia non sussiste. Lo ha ribadito più volte anche l’ex Commissario francese alla politica regionale) Michel Barnier che, in occasione della presentazione del Terzo rapporto sulla coesione, ha illustrato una serie di meccanismi di garanzia e di accompagnamento (il cosiddetto "phasing out") pensati proprio per evitare gli effetti traumatici dell'allargamento.
" Questo timore diffuso verso l'allargamento rischia di trasfigurarsi facilmente in una sorta di rancore antieuropeista – spiega l’eurodeputato Claudio Fava - e rivela un vizio di fondo: pensare all'Europa solo come ad una riedizione della Cassa per il Mezzogiorno, uno sportello di cassa, nient'altro che un eterno e generoso ufficiale pagatore". I fondi strutturali devono essere invece un'occasione di sviluppo, di intelligenza politica, di efficienza di spesa: non certo di accattonaggio.
Ma non sempre è stato così.
Spesso alcune regioni del Sud Italia, tra cui la Sicilia, hanno continuato a privilegiare la quantità di spesa a scapito della qualità dimenticando le priorità e i veri bisogni del territorio: gli investimenti sul sapere, la formazione permanente, la comunicazione, le risorse ambientali, le infrastrutture immateriali...
Insomma, i prossimi anni saranno l'ultima vera occasione per il nostro Sud: per paradosso, spendere bene sarà piú importante che spendere tutto.
Chi governerà dovrà essere all'altezza della sfida.
Questa volta è vietato sbagliare!

il primo maggio 2004: una tappa fondamentale nel lungo cammino dell'integrazione europea