a pensarci bene

  di francesco ortisi  

 

Scartabellando tra vecchi libri e riviste mi sono imbattuto in una” intervista impossibile”, realizzata da un anonimo intervistatore con Simone Weil, la straordinaria filosofa francese, morta nel 1943 a soli 34 anni.
A pensarci bene, le cedo volentieri il piccolo spazio a disposizione.

Intervistatore: - Signora Weil, lei che ha espresso un pensiero politico tra i più originali e controversi del nostro tempo, ci dica: considerato che fra pochi giorni qui da noi si voterà per le elezioni amministrative, qual è a suo giudizio il tratto tipico del candidato “ideale”?
Simone Weil: - Il miglior candidato è sempre colui che farebbe volentieri a meno di esserlo.
I.: - Temo di non capire. Si spieghi meglio, per favore.
S.W.: - Cercherò di farlo. Ma prima risponda lei ad una mia domanda.
I.:- Dica pure.
S.W.: - Qual è per lei la finalità dell’agire politico?
I.: Bè, in una battuta direi che è quella di essere al servizio degli altri.
S.W.: - Sono d’accordo con lei.
I.:- Ma allora mi spieghi com’è possibile considerare buon politico, pronto a servire gli altri, qualcuno che eviterebbe volentieri di farlo.
S.W.: Se lei ponesse attenzione a ciò che è stato detto, lo capirebbe da sé, comunque provo a spiegarle il senso di ciò che affermo.
I.:- L’ascolto.
S.W.: La qualità di un’azione dipende in definitiva dal movente che l’ha generata. E in buona misura da ciò dipendono anche i suoi frutti. Così, l’agire politico, che si dice essere posto al servizio degli altri, diviene effettivamente tale se nel movente che lo genera è del tutto assente ogni forma di interesse personale, anche quello dell’autocompiacimento, della realizzazione di sé od altri simili impulsi che coinvolgono direttamente il soggetto che agisce. Si può anzi affermare che (e non le sembri paradossale) quanto meno si desideri essere direttamente coinvolti in un impegno politico, tanto più gli effetti delle azioni che in ragione di quell’impegno verranno realizzati saranno benefici, ossia prossimi all’idea del servizio per gli altri (e non per sé), che costituisce il giusto movente dell’agire politico.
I.: Il suo ragionamento m’incuriosisce, ma non mi convince del tutto, perché non riesco ancora a comprendere come si possa far bene qualcosa senza volerlo effettivamente fare.
S.W.: - Il non voler fare qualcosa nulla implica sulla necessità che venga fatto. Dirò più chiaramente. Fuori c’è un freddo polare. Le strade sono ghiacciate ed io me ne sto al calduccio nel mio salotto accanto al camino acceso. Non mi sfiora neppure l’idea di mettere il naso fuori dalla porta. Guardo in strada e vedo sull’asfalto innevato a 50 metri da casa mia un gattino infreddolito, sfiorato pericolosamente dalle macchine che passano via senza accorgersi di lui. Tutt’intorno non scorgo anima viva. E’ necessario che io esca. Vinco ogni mia resistenza, mi precipito fuori, nel gelo, e porto in casa l’animaletto infreddolito. Ecco, io non desideravo affatto uscire di casa; anzi me ne sarei stato ben volentieri accanto al fuoco, ma la necessità mi si è imposta con tale evidenza da vincere ogni mia resistenza.
I.:- E questo ha a che fare con la politica?
S.W.: Direi che ha a che fare con ogni forma di agire, quindi anche con l’agire politico. Solo l’azione necessaria, posta in essere senza attendere frutti per sé è un’azione indirizzata al fine che le è proprio. Quando la necessità dell’agire s’impone al nostro spirito a tal punto da vincere in noi la resistenza che ne impedisce l’attuazione (poiché eviteremmo volentieri di assumerla sulle nostre spalle) allora l’agire che ne scaturirà produrrà i suoi effetti al massimo grado.
I.: - E dunque, è così che lei immagina il candidato “ideale”?
S.W.: - Non lo immagino, lo penso. Penso ad un uomo o ad una donna che non desiderano affatto assumere direttamente l’impegno di una candidatura e le conseguenze che per la loro vita scaturirebbero da una loro possibile elezione, ma ciononostante avvertono il dovere, la necessità e l’urgenza che tale compito venga da loro assunto, e in virtù di tale percezione viene vinta in loro ogni residua resistenza.
I.: - Mi scusi, ma lei conosce qualcuno che possiede queste qualità?
S.W.: - Naturalmente no. Infatti lei mi ha chiesto di delineare i tratti del candidato ideale, che non troviamo mai perfettamente attuati nel reale. Ovviamente la distanza tra ideale e reale, pur essendo incolmabile è comunque variabile, dunque se non posso dare un nome al candidato ideale, posso comunque sceglierne uno reale che sia il meno distante dall’ideale che ho tratteggiato.