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  di gianluca majeli  

 

Qualche settimana fa si è celebrato il terzo congresso nazionale del Partito dei Comunisti Italiani. E’ stato il primo congresso di un partito ormai saldo nel territorio, non transitorio, nonostante la esigua forza elettorale. Quella di Siracusa è la seconda federazione provinciale siciliana, grazie al buon risultato ottenuto alle scorse provinciali: un 2,1% che ci ha permesso di eleggere un consigliere provinciale.
Non è mia intenzione però fare uno spot al Pdci, ma di discutere della problematica frantumazione delle sinistre italiane e di un orizzonte politico tutto da costruire. Il Pdci ha come obiettivo politico quello di mettersi in una posizione mediana tra i Ds e Rifondazione Comunista. Posizione mediana non vuol dire fare la media politica di quelle due formazioni, vuol dire lavorare per dialogare con tutto quell’elettorato spiazzato dalla costituzione della lista unitaria Ds-Margherita-Sdi-Repubblicani Europei - dalla marcata connotazione moderata - ma che non vuole neanche seguire le frequenti fughe in avanti di Rifondazione. Con l’inizio di questa lunghissima campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo la costituzione della lista Di Pietro-Occhetto ha aggiunto una “nuova” formazione politica che dichiara anch’essa di voler occupare quella posizione nel panorama politico italiano, con le sue specificità, chiaramente. E che dire dei Verdi? Che confusione!
Eppure qualche segnale comune mi sembra che esista. Non è solamente una comune visione di fronte la tragica situazione internazionale, è anche un anelito ad una politica di governo del nostro Paese in cui si moderi l’impatto neo-liberista, dando più spazio al pubblico sul privato. Che dire della Scuola, dell’Università, della Sanità berlusconiana? Con il Cavaliere si è passati dal rischio comunista (come ha detto lui), quindi da una cultura da nazionalizzazione dei mezzi di produzione, a quello forza-italiota (reale questa volta) della privatizzazione dello Stato (anzi individualizzazione). Per fortuna sondaggi beneauguranti attribuiscono alle opposizione il 51%. Che dire? Non basta. O da qui al 2006 troviamo una sintesi efficace delle nostre posizioni o rischiamo di ritrovarci Berlusconi per altri cinque anni.
Il Psoe spagnolo detta ora la linea politica delle sinistre europee. Lo fa unendo il dolore per la carneficina di Madrid con la volontà che si debba praticare una politica diversa di fronte al rischio terrorismo e di fronte alla dottrina americana della guerra preventiva. Il Psoe dice: nessun supporto alla guerra anglo-americana in Irak senza l’Onu; i governi americano e britannico devono fare autocritica; subito dotare l’Europa di una costituzione e di un ruolo politico centrale ed autonomo. Come non essere d’accordo? La prospettiva che ci si augura è che Kerry tra qualche mese vinca le elezioni americane e che definisca una politica internazionale legata al caro vecchio multilateralismo, attribuendo nuovamente un’importanza centrale all’Onu. Con questa prospettiva molte cose possono cambiare. Certo la rete di Al Qaeda progetterà sicuramente nuovi attentati anche di fronte ai cambiamenti che noi auspichiamo. Ma quei cambiamenti sono il punto di partenza per una politica seria di difesa della nostra bella democrazia occidentale e di rinnovato dialogo con il mondo islamico.
Ho partecipato lo scorso novembre a Parigi al Social Forum Europeo, come avevo partecipato a quello precedente di Firenze. Ho molti dubbi sulla reale capacità di quel caleidoscopico universo di progettare una piattaforma politica comune. Però molte delle valutazioni e delle denunce del movimento cosiddetto “no-global” possono interessare le sinistre moderate. Perché invece persiste tutt’ora questa sordità? Non è con una politica di buona amministrazione dell’esistente a rischio deriva tecnocratica che le sinistre europee potranno affrontare gli sviluppi futuri di un mondo in ebollizione. Un po’ di ragionevole radicalità nelle scelte politiche, per favore, (scusatemi se rischio una contraddizione in termini) prima che la radicalità di quello che abbiamo di fronte in senso economico, ambientale, culturale ci spazzi via!
Il congresso provinciale del Pdci siracusano ha promosso un emendamento ai documenti programmatici nazionali sulla situazione cubana. Ci vuole un po’ di ragionevolezza. Come non solidarizzare con Cuba, vittima di un embargo insensato e sproporzionato? Qualcuno, anche a sinistra, dice che Cuba è vittima di Castro: può darsi. Personalmente credo che siano gli Stati Uniti a colpire il popolo cubano in maniera incomparabilmente maggiore della senilità di Fidel. Certo la pena di morte è sempre inaccettabile (a Cuba come negli Usa) e non si deve criminalizzare l’opposizione politica, quando è realmente democratica. L’emendamento seguiva questa logica: solidarietà a Cuba, ma Cuba eviti le violazioni di importanti diritti umani. L’emendamento, molto dibattuto, non è purtroppo passato. Ha vinto una visione “mitica” di Cuba e la paura di una strumentalizzazione da parte delle forze anticastriste. E sia. Ma anche da questo dibattito ovvero su quali rapporti instaurare con gli ultimi socialismi esistenti passa il viatico che conduce alla formazione di un’identità politica e culturale di un nuovo, per adesso futuro, socialismo.

il congresso dei comunisti italiani