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Immagino che dopo aver pronunciato
quella domanda “Quid est Veritas” (Che cosa è la verità),
Pilato si sia fissato per pochi e interminabili secondi davanti a Gesù
di Nazaret, l’uomo che un istante prima gli aveva detto che lui
“è la Verità”, e gli sguardi dei due si siano
incrociati. Forse Pilato avrebbe voluto chiedergli qualcos’altro.
O avrebbe voluto ribattergli, ancora con più fastidio, che lui
conosceva l’autorità, l’autorità di Roma e della
sua legge, non conosceva la verità. Ma la verità della legge
si. La verità dell’autorità dello stato si. La verità
del governare secondo giustizia si. La verità della scelta opportuna
in quel momento si. La verità di salvaguardare la pace in quella
parte martoriata e precaria dell’impero si. Insomma lui di verità
ne conosceva e ne seguiva tante. Ma che un uomo potesse essere la Verità;
un uomo oltretutto tradito, processato e condannato dai suoi stessi connazionali;
un uomo che rischiava di assaporare la violenza del martirio e l’onta
della croce; che un uomo potesse essere la verità, era solo, per
il procuratore della Giudea, rappresentante dell’impero di Roma,
custode della legge romana, un’insolenza inaudita. Anzi una follia
talmente smisurata che non meritava neanche una punizione. Non si puniscono
i folli. Si allontanano. O si ascoltano perché attraverso loro
il divino potrebbe comunicare la Sapienza. L’oracolo è sempre
inatteso e le sue parole giungono lente alla comprensione.
L’insolenza di quell’uomo e l’inaudito delle sue parole
dovettero sbalordire a tal punto Pilato da fargli pronunciare, quasi meccanicamente,
camuffando quel moto incontrollato del suo interesse con tutto il sarcasmo
di cui era capace, la domanda che lo consegna alla storia come l’uomo
del dubbio:”Quidi est veritas?” Tuttavia, nonostante la viltà
di quel gesto che lo contraddistingue (“Me ne lavo le mani”)
e l’infamia che lo accompagna, Pilato è l’uomo che
seppe porre la domanda giusta. Certo, per i credenti è l’uomo
che non seppe riconoscere la risposta giusta, ma solo a Dio può
essere chiesto il perché della mancanza della Grazia su Pilato.
La storia ci dice altro: un uomo, altissimo dignitario dell’impero
romano; educato alla scuola del diritto e della retorica pubblica, che
svolge un ruolo delicato e deve garantire l’ordine in quella provincia
dello Stato, si ferma un istante, prima di mandare a morte un uomo ( non
che quella condanna lo turbi più di tanto!) e pronuncia una domanda
terribile: Quid est veritas? Terribile perché quella domanda non
ha risposta. Eppure è una domanda che non può essere lasciata
senza risposte. Per secoli prima e secoli dopo, quella domanda è
il luogo abitato dall’uomo. Dopo il paradiso terrestre e prima di
un eventuale altro paradiso, l’uomo vive sulla terra delle verità
portandosi addosso il desiderio della verità.
Finché dura la domanda, Quid est veritas?, questa terra sarà
abitabile. Ogni volta che la domanda è stata dimenticata, o volutamente
rimossa, la terra è diventata inabitabile. Chi smette di porsi
la domanda sulla verità smette di essere uomo e crede di potersi
mettere al posto di Dio. Allora non sopporta più di abitare la
terra, luogo dell’imperfezione e delle molte verità, e vuole
creare qui il paradiso. Un uomo che pretende di costruire per gli altri
il paradiso è inesorabilmente travolto dalle risate di Dio. Ma
prima che l’ultima risata di Dio se lo ingoi e lo sputi lontano
dalla terra molti uomini avranno pagato con il loro sangue la follia di
chi voleva regalare loro un paradiso. Un secolo di tragedie, il novecento,
ci consegna un monito: sempre i paradisi promessi sulla terra si sono
trasformati in un ben organizzato inferno.
Quid est veritas? Quella domanda ci insegna che non siamo noi i possessori
della risposta. Ma ci insegna pure a non smettere mai di cercarla, la
risposta.
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