la verità

  di domenico cacopardo  

 

Immagino che dopo aver pronunciato quella domanda “Quid est Veritas” (Che cosa è la verità), Pilato si sia fissato per pochi e interminabili secondi davanti a Gesù di Nazaret, l’uomo che un istante prima gli aveva detto che lui “è la Verità”, e gli sguardi dei due si siano incrociati. Forse Pilato avrebbe voluto chiedergli qualcos’altro. O avrebbe voluto ribattergli, ancora con più fastidio, che lui conosceva l’autorità, l’autorità di Roma e della sua legge, non conosceva la verità. Ma la verità della legge si. La verità dell’autorità dello stato si. La verità del governare secondo giustizia si. La verità della scelta opportuna in quel momento si. La verità di salvaguardare la pace in quella parte martoriata e precaria dell’impero si. Insomma lui di verità ne conosceva e ne seguiva tante. Ma che un uomo potesse essere la Verità; un uomo oltretutto tradito, processato e condannato dai suoi stessi connazionali; un uomo che rischiava di assaporare la violenza del martirio e l’onta della croce; che un uomo potesse essere la verità, era solo, per il procuratore della Giudea, rappresentante dell’impero di Roma, custode della legge romana, un’insolenza inaudita. Anzi una follia talmente smisurata che non meritava neanche una punizione. Non si puniscono i folli. Si allontanano. O si ascoltano perché attraverso loro il divino potrebbe comunicare la Sapienza. L’oracolo è sempre inatteso e le sue parole giungono lente alla comprensione.
L’insolenza di quell’uomo e l’inaudito delle sue parole dovettero sbalordire a tal punto Pilato da fargli pronunciare, quasi meccanicamente, camuffando quel moto incontrollato del suo interesse con tutto il sarcasmo di cui era capace, la domanda che lo consegna alla storia come l’uomo del dubbio:”Quidi est veritas?” Tuttavia, nonostante la viltà di quel gesto che lo contraddistingue (“Me ne lavo le mani”) e l’infamia che lo accompagna, Pilato è l’uomo che seppe porre la domanda giusta. Certo, per i credenti è l’uomo che non seppe riconoscere la risposta giusta, ma solo a Dio può essere chiesto il perché della mancanza della Grazia su Pilato.
La storia ci dice altro: un uomo, altissimo dignitario dell’impero romano; educato alla scuola del diritto e della retorica pubblica, che svolge un ruolo delicato e deve garantire l’ordine in quella provincia dello Stato, si ferma un istante, prima di mandare a morte un uomo ( non che quella condanna lo turbi più di tanto!) e pronuncia una domanda terribile: Quid est veritas? Terribile perché quella domanda non ha risposta. Eppure è una domanda che non può essere lasciata senza risposte. Per secoli prima e secoli dopo, quella domanda è il luogo abitato dall’uomo. Dopo il paradiso terrestre e prima di un eventuale altro paradiso, l’uomo vive sulla terra delle verità portandosi addosso il desiderio della verità.
Finché dura la domanda, Quid est veritas?, questa terra sarà abitabile. Ogni volta che la domanda è stata dimenticata, o volutamente rimossa, la terra è diventata inabitabile. Chi smette di porsi la domanda sulla verità smette di essere uomo e crede di potersi mettere al posto di Dio. Allora non sopporta più di abitare la terra, luogo dell’imperfezione e delle molte verità, e vuole creare qui il paradiso. Un uomo che pretende di costruire per gli altri il paradiso è inesorabilmente travolto dalle risate di Dio. Ma prima che l’ultima risata di Dio se lo ingoi e lo sputi lontano dalla terra molti uomini avranno pagato con il loro sangue la follia di chi voleva regalare loro un paradiso. Un secolo di tragedie, il novecento, ci consegna un monito: sempre i paradisi promessi sulla terra si sono trasformati in un ben organizzato inferno.
Quid est veritas? Quella domanda ci insegna che non siamo noi i possessori della risposta. Ma ci insegna pure a non smettere mai di cercarla, la risposta.