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| di giuseppe motta | ||
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Con l’introduzione, avvenuta
nell’ottobre del 2003, della Legge Biagi, si è avuta in Italia
una profonda revisione del mercato del lavoro. Da un lato sono state introdotte
nuove tipologie contrattuali e dall’altro sono state apportate rilevanti
novità alle tipologie contrattuali già note. In attesa che
i decreti attuativi possano dare maggiore concretezza a questa riforma,
vi sono molti aspetti che sin da ora lasciano non poche perplessità
circa l’orientamento deciso del nostro mercato del lavoro verso
la flessibilità. Lasciando da parte argomenti di ben più
ampia veduta, vorrei soffermarmi su un articolo della Legge Biagi, che
non fa che confermare questa tendenza in atto. Si tratta precisamente
dell’art. 14 del D.Lgs 10.09.2003 n. 276 dal titolo:“Cooperative
Sociali e inserimento lavorativo dei lavoratori svantaggiati”. In
particolare, il citato art. 14, introduce la possibilità per le
imprese che superano i 15 dipendenti, di assolvere l’obbligo di
collocamento dei lavoratori disabili in maniera “virtuale”:
conferendo tali imprese delle adeguate commesse di lavoro ad apposite
Cooperative Sociali, potranno infatti cedere a queste ultime il lavoratore
disabile. Questo in estrema sintesi è ciò che viene espresso
dalla legge. E’ evidente come il significato delle parole costituenti
il titolo dell’articolo 14 sia stato completamente svuotato. Probabilmente
sarebbe stato molto più coerente eliminare direttamente l’obbligo
di assunzione obbligatoria previsto dall’art. 3 della L. 12.03.1999
n. 68, piuttosto che offrire una scappatoia alle imprese che al prezzo
che sarà stabilito da un’apposita commissione potranno finalmente
liberarsi del “problema” dell’assunzione obbligatoria
dei disabili. Quello che sfugge in questa norma è il perchè
un lavoratore ipoteticamente assunto in un’azienda che si occupa
di informatica, dovrebbe trovarsi per il solo fatto di essere disabile,
a lavorare in una cooperativa sociale che si occupa della raccolta, trasporto,
recupero e riutilizzo di rifiuti informatici. Non che un lavoro sia meno
dignitoso dell’altro: mi guarderei bene dal fare una considerazione
simile. Quello che preoccupa seriamente è che oggi vi è
la concreta possibilità che un lavoratore disabile possa essere
utilizzato come un jolly e spostato da una lavorazione ad un’altra
senza alcuna tutela per la sua dignità. Se il lavoro poteva essere
occasione di gratificazione e di affermazione sociale, rischia così
facilmente di diventare un motivo di svilimento delle proprie capacità.
Che la legge sia soltanto un palliativo per evitare le dirette proteste
dei lavoratori è palese: se uno Stato volesse davvero favorire
l’inserimento dei lavoratori disabili, perchè non assumere
direttamente i disabili nelle Cooperative Sociali anzichè mettere
in piedi un meccanismo che è estremamente farraginoso e che si
potrebbe bloccare in qualsiasi momento? Se il presupposto è che
lavorando presso le Cooperative Sociali i disabili troveranno migliori
condizioni per un proficuo inserimento aziendale, la conclusione dovrebbe
essere che i disabili dovrebbero andare tutti a lavorare presso le Cooperative
Sociali. È evidente che così facendo la discriminazione
sarebbe troppo evidente. Ma aggiungendo il passaggio dell’assunzione
prima nelle aziende con oltre 15 dipendenti e poi della “facoltà”
data a queste ultime di disfarsi del problema il risultato non è
certamente migliore. Non è forse inutile, in tal senso, affrontare
più in dettaglio le modalità di calcolo del “prezzo”
che l’impresa dovrà pagare per fruire di questa opportunità.
In primo luogo dovrà essere stipulata una convenzione tra le Associazioni
di rappresentanza dei datori di lavoro, dei prestatori di lavoro e le
Associazioni di rappresentanza delle cooperative sociali, che disciplini
in termini generali il conferimento di commesse di lavoro alle stesse
cooperative sociali da parte delle imprese associate. Quindi, una volta
stabilita l’entità di una commessa, sarà compito della
Commissione proviciale del lavoro valutarne la congruità. Tutto
apparentemente perfetto. Resta il dubbio di cosa potrebbe accadere qualora
il lavoratore, messo davanti alla possibilità di avere finalmente
il lavoro “ideale”, dovesse dire di no e preferire restare
al suo posto. Ma le riforme servono solo a creare nuove e migliori opportunità:
se qualcuno non dovesse riuscire proprio a vederle... si starà
sicuramente sbagliando. |