il fattore 'pace'

  di roberto de benedictis  

 

Il risultato delle recenti elezioni politiche in Spagna si offre, soprattutto per la maniera in cui si è determinato, a riflessioni che ci coinvolgono ben oltre le conseguenze dirette in quel paese e che, da parte mia, provo a riassumere come segue.
L’esito era scontato? Assolutamente no. I sondaggi pre-elettorali davano la vittoria ai popolari di Aznar e tutti gli analisti, pur di opposte parti politiche, hanno concordato nell’attribuire un peso decisivo alle carneficine compiute dai terroristi a Madrid poche ore prima del voto. Ma in quale modo hanno influito? La mia opinione è che - unitamente alla maldestra gestione dell’informazione che ne è seguita da parte degli uomini al governo – esse hanno agito più come detonatore di un ordigno sotterranemante innescato che come causa ribaltante di una situazione certa. Cosa accade infatti in tutti paesi del mondo in cui vigono condizioni di stabilità interna e che sentano improvvisamente minacciata la loro sicurezza o, peggio, si trovino colpiti da gravissimi attacchi terroristici, come è accaduto in Spagna? La reazione istintiva, e gli spagnoli hanno votato appena due giorni dopo, non è mai quella di cambiare governo, di avventurarsi in un nuovo corso, ma di stringersi intorno a ciò che si ha, magari accontentarsi ma conservarlo, quindi consolidare il governo che c’è. È così, all’indomani dell’11 settembre, che gli americani si sono stretti intorno a Bush, rafforzando enormemente il peso un presidente che la maggioranza di loro non aveva votato. Taluni poteri usano scientemente, e senza troppi scrupoli, questa consapevolezza. In Spagna, come in tutto il mondo, le reazioni di condanna e di dolore sono state unanimi ed era lecita pertanto la previsione, fatta da molti osservatori, della vittoria del partito di Aznar. Com’è possibile che un attentato, contrariamente a quanto detto prima, può allora essere destabilizzante? Io credo che ciò possa avvenire solo quando ha l’effetto di colpire in profondità le coscienze di ognuno, andando oltre il comune sentire e risvegliando fra la gente gente dubbi o divisioni latenti ma sopite. Se gli spagnoli hanno deciso di far vincere Zapatero ed il PSOE io sono certo che non sia stato solo per punire Aznar del tentativo “cinico e baro”, è proprio il caso di dire, di attribuire immediatamente l’attentato all’ETA, ma perché hanno fatto improvvisamente prevalere in loro, forse anche irrazionalmente, qualcosa di diverso rispetto ai risultati di quel “miracolo” economico con cui il PP si era presentato al voto, sicuro della riconferma.
Se le stragi di Madrid hanno mutato l’esito previsto del voto, dobbiamo dedurne che aver governato sufficientemente bene, come aveva fatto Aznar rispetto ai buoni risultati economici e di modernizzazione conseguiti nel paese, non è bastato. Cosa ha pesato inaspettatamente di più? Ha prevalso, negli spagnoli, il ruolo dato alla politica estera, alla guerra in Iraq, alla sicurezza non solo interna ma dell’intero pianeta legata al terrorismo internazionale che, con quella guerra e la situazione venutasi a creare, è strettamente connesso. Gli spagnoli, in larghissima maggioranza contrari alla guerra in Iraq, hanno così espresso attraverso il voto politico un giudizio su quella strategia di lotta al terrorismo, della quale le stragi di Madrid sono state percepite come diretta conseguenza. C’è in sostanza, in giro per il mondo, un fattore “P” come Pace, assolutamente globalizzato (lo dimostrano le impressionanti manifestazioni svoltesi su tutta la terra) che i governi non controllano e che possono mutare le politiche dei paesi, come è avvenuto in Spagna. La reazione al tentativo di far credere che Al Qaeda non c’entrasse nulla con le stragi, ha solo rafforzato questo sentimento di opposizione, legandosi immediatamente a tutte le altre manipolazioni delle coscienze tentate attraverso l’informazione (dalle armi di distruzione di massa in Iraq al disastro della petroliera Prestige) che il governo spagnolo aveva compiuto in questi anni. Ma non ci si può nascondere che su quella ha obiettivamente prevalso un’altra, ben più mostruosa forma di “provocazione” delle coscienze, quella compiuta attraverso la morte, come i terroristi hanno voluto ed ottenuto. Se le elezioni in Spagna sono state condizionate dai terroristi, se è vero come è vero che Zapatero non avrebbe vinto senza quei morti assassinati, ciò è per una democrazia assolutamente inaccettabile, indipendentemente dall’esito politico che possa piacerci o meno. Di questo, e del precedente devastante che ciò può costituire per tutti i paesi occidentali, credo non si sia detto abbastanza.
Torno al fattore “P” come voglia di Pace e non Paura della guerra, per dire che non sono l’una cosa il rovescio della medaglia dell’altra. Da parte di milioni di persone che non hanno alcuna senzazione di paura per la propria condizione di vita e che tuttavia intervengono quale opinione pubblica mondiale ad esprimere il proprio dissenso credo che ci sia, nel volere la pace, non soltanto una netta critica alla politica dell’attuale leadership che ha portato alla crisi, ed in particolare di Bush e dei suoi alleati, non soltanto il desiderio di “ripudiare” la guerra ma quello di “operare per” la pace. Questo fattore “P” ha assunto, soprattutto nelle coscienze dei popoli occidentali, un peso assai più rilevante di quello che gli era dato in passato, scavalcando altri e tradizionali interessi interni legati alla politica sociale ed economica. Per questo, mai come adesso e proprio per quello che stiamo vedendo e dicendo, c’è bisogno di nazioni unite. Lo scrivo senza la formula ONU, perché non so se quella organizzazione sia ancora idonea ad interpretare il bisogno di responsabilità collettiva che i popoli avvertono e non più, soltanto, quello della mutua sicurezza e cooperazione. Non è solamente in Iraq, infatti, che le nazioni unite devono assumersi la responsabilità collettiva di quella crisi, ma è assumendoci tutti assieme la responsabilità di superare gli squilibri fra i popoli, di sottrarre alla povertà ed all’emarginazione dalla storia centinaia di milioni di uomini, dar loro cibo, dignità e futuro che si potrà non soltanto ridurre alimento al terrorismo internazionale, ma costruire la pace. Tutto ciò senza cadere, nenche per un attimo, nella trappola di giustificare il terrorismo attraverso la povertà.
Che facciamo in Iraq? Personalmente guardo oggi a quei bambini, a quelle madri, a quegli uomini affranti con lo stesso dolore con cui li guardavo prima che la guerra scoppiasse, temendo come tutti che la loro sorte potesse addirittura aggravarsi. Oggi, dopo tutto quello che è successo, ho una sola certezza: che se dall’Iraq andassero via d’un colpo i soldati stranieri, chiamiamoli pure gli occupanti se volete, molti di quegli uomini e donne sarebbero oggetto di una rappresaglia feroce (come già accadde alle popolazioni del sud dopo il primo conflitto) e quel paese, oggi ulteriormente distrutto dai bombardamenti e divenuto, grazie alla guerra, quella base del terrorismo islamico che prima non era, piomberebbe nel caos e nella violenza assai di più di quanto non sia oggi. È per questo che, se abbiamo creduto, giustamente, nella forza della diplomazia ed abbiamo invocato la politica prima di ricorrere alla guerra, se abbiamo creduto possibile convincere Saddam con le armi della trattativa, oggi ci sono mille ragioni in più per nutrire le stesse aspettative nei confronti dell’ONU, per chiedere ed ottenere che essa intervenga in Iraq non solo ad inventare la pace (non si può “mantenere” una cosa che non c’è, come vorrebbe far credere l’espressione peace-keeping) ma a ricostruire quel paese, prima di pensare d’andarcene tutti.

i recenti fatti di spagna dimostrano il bisogno di pace e di verità delle popolazioni