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Il risultato delle recenti elezioni
politiche in Spagna si offre, soprattutto per la maniera in cui si è
determinato, a riflessioni che ci coinvolgono ben oltre le conseguenze
dirette in quel paese e che, da parte mia, provo a riassumere come segue.
L’esito era scontato? Assolutamente no. I sondaggi pre-elettorali
davano la vittoria ai popolari di Aznar e tutti gli analisti, pur di opposte
parti politiche, hanno concordato nell’attribuire un peso decisivo
alle carneficine compiute dai terroristi a Madrid poche ore prima del
voto. Ma in quale modo hanno influito? La mia opinione è che -
unitamente alla maldestra gestione dell’informazione che ne è
seguita da parte degli uomini al governo – esse hanno agito più
come detonatore di un ordigno sotterranemante innescato che come causa
ribaltante di una situazione certa. Cosa accade infatti in tutti paesi
del mondo in cui vigono condizioni di stabilità interna e che sentano
improvvisamente minacciata la loro sicurezza o, peggio, si trovino colpiti
da gravissimi attacchi terroristici, come è accaduto in Spagna?
La reazione istintiva, e gli spagnoli hanno votato appena due giorni dopo,
non è mai quella di cambiare governo, di avventurarsi in un nuovo
corso, ma di stringersi intorno a ciò che si ha, magari accontentarsi
ma conservarlo, quindi consolidare il governo che c’è. È
così, all’indomani dell’11 settembre, che gli americani
si sono stretti intorno a Bush, rafforzando enormemente il peso un presidente
che la maggioranza di loro non aveva votato. Taluni poteri usano scientemente,
e senza troppi scrupoli, questa consapevolezza. In Spagna, come in tutto
il mondo, le reazioni di condanna e di dolore sono state unanimi ed era
lecita pertanto la previsione, fatta da molti osservatori, della vittoria
del partito di Aznar. Com’è possibile che un attentato, contrariamente
a quanto detto prima, può allora essere destabilizzante? Io credo
che ciò possa avvenire solo quando ha l’effetto di colpire
in profondità le coscienze di ognuno, andando oltre il comune sentire
e risvegliando fra la gente gente dubbi o divisioni latenti ma sopite.
Se gli spagnoli hanno deciso di far vincere Zapatero ed il PSOE io sono
certo che non sia stato solo per punire Aznar del tentativo “cinico
e baro”, è proprio il caso di dire, di attribuire immediatamente
l’attentato all’ETA, ma perché hanno fatto improvvisamente
prevalere in loro, forse anche irrazionalmente, qualcosa di diverso rispetto
ai risultati di quel “miracolo” economico con cui il PP si
era presentato al voto, sicuro della riconferma.
Se le stragi di Madrid hanno mutato l’esito previsto del voto, dobbiamo
dedurne che aver governato sufficientemente bene, come aveva fatto Aznar
rispetto ai buoni risultati economici e di modernizzazione conseguiti
nel paese, non è bastato. Cosa ha pesato inaspettatamente di più?
Ha prevalso, negli spagnoli, il ruolo dato alla politica estera, alla
guerra in Iraq, alla sicurezza non solo interna ma dell’intero pianeta
legata al terrorismo internazionale che, con quella guerra e la situazione
venutasi a creare, è strettamente connesso. Gli spagnoli, in larghissima
maggioranza contrari alla guerra in Iraq, hanno così espresso attraverso
il voto politico un giudizio su quella strategia di lotta al terrorismo,
della quale le stragi di Madrid sono state percepite come diretta conseguenza.
C’è in sostanza, in giro per il mondo, un fattore “P”
come Pace, assolutamente globalizzato (lo dimostrano le impressionanti
manifestazioni svoltesi su tutta la terra) che i governi non controllano
e che possono mutare le politiche dei paesi, come è avvenuto in
Spagna. La reazione al tentativo di far credere che Al Qaeda non c’entrasse
nulla con le stragi, ha solo rafforzato questo sentimento di opposizione,
legandosi immediatamente a tutte le altre manipolazioni delle coscienze
tentate attraverso l’informazione (dalle armi di distruzione di
massa in Iraq al disastro della petroliera Prestige) che il governo spagnolo
aveva compiuto in questi anni. Ma non ci si può nascondere che
su quella ha obiettivamente prevalso un’altra, ben più mostruosa
forma di “provocazione” delle coscienze, quella compiuta attraverso
la morte, come i terroristi hanno voluto ed ottenuto. Se le elezioni in
Spagna sono state condizionate dai terroristi, se è vero come è
vero che Zapatero non avrebbe vinto senza quei morti assassinati, ciò
è per una democrazia assolutamente inaccettabile, indipendentemente
dall’esito politico che possa piacerci o meno. Di questo, e del
precedente devastante che ciò può costituire per tutti i
paesi occidentali, credo non si sia detto abbastanza.
Torno al fattore “P” come voglia di Pace e non Paura della
guerra, per dire che non sono l’una cosa il rovescio della medaglia
dell’altra. Da parte di milioni di persone che non hanno alcuna
senzazione di paura per la propria condizione di vita e che tuttavia intervengono
quale opinione pubblica mondiale ad esprimere il proprio dissenso credo
che ci sia, nel volere la pace, non soltanto una netta critica alla politica
dell’attuale leadership che ha portato alla crisi, ed in particolare
di Bush e dei suoi alleati, non soltanto il desiderio di “ripudiare”
la guerra ma quello di “operare per” la pace. Questo fattore
“P” ha assunto, soprattutto nelle coscienze dei popoli occidentali,
un peso assai più rilevante di quello che gli era dato in passato,
scavalcando altri e tradizionali interessi interni legati alla politica
sociale ed economica. Per questo, mai come adesso e proprio per quello
che stiamo vedendo e dicendo, c’è bisogno di nazioni unite.
Lo scrivo senza la formula ONU, perché non so se quella organizzazione
sia ancora idonea ad interpretare il bisogno di responsabilità
collettiva che i popoli avvertono e non più, soltanto, quello della
mutua sicurezza e cooperazione. Non è solamente in Iraq, infatti,
che le nazioni unite devono assumersi la responsabilità collettiva
di quella crisi, ma è assumendoci tutti assieme la responsabilità
di superare gli squilibri fra i popoli, di sottrarre alla povertà
ed all’emarginazione dalla storia centinaia di milioni di uomini,
dar loro cibo, dignità e futuro che si potrà non soltanto
ridurre alimento al terrorismo internazionale, ma costruire la pace. Tutto
ciò senza cadere, nenche per un attimo, nella trappola di giustificare
il terrorismo attraverso la povertà.
Che facciamo in Iraq? Personalmente guardo oggi a quei bambini, a quelle
madri, a quegli uomini affranti con lo stesso dolore con cui li guardavo
prima che la guerra scoppiasse, temendo come tutti che la loro sorte potesse
addirittura aggravarsi. Oggi, dopo tutto quello che è successo,
ho una sola certezza: che se dall’Iraq andassero via d’un
colpo i soldati stranieri, chiamiamoli pure gli occupanti se volete, molti
di quegli uomini e donne sarebbero oggetto di una rappresaglia feroce
(come già accadde alle popolazioni del sud dopo il primo conflitto)
e quel paese, oggi ulteriormente distrutto dai bombardamenti e divenuto,
grazie alla guerra, quella base del terrorismo islamico che prima non
era, piomberebbe nel caos e nella violenza assai di più di quanto
non sia oggi. È per questo che, se abbiamo creduto, giustamente,
nella forza della diplomazia ed abbiamo invocato la politica prima di
ricorrere alla guerra, se abbiamo creduto possibile convincere Saddam
con le armi della trattativa, oggi ci sono mille ragioni in più
per nutrire le stesse aspettative nei confronti dell’ONU, per chiedere
ed ottenere che essa intervenga in Iraq non solo ad inventare la pace
(non si può “mantenere” una cosa che non c’è,
come vorrebbe far credere l’espressione peace-keeping) ma a ricostruire
quel paese, prima di pensare d’andarcene tutti.
i recenti
fatti di spagna dimostrano il bisogno di pace e di verità delle
popolazioni
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