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Notizie che tutti sappiamo: centinaia
di emigranti clandestini muoiono nel nostro mare. Milioni di profughi,
nell’Africa nera, come formiche nere, marciano impazzite alla ricerca
di cibo e per fuggire guerre artigianali o pianificate dai missionari
della democrazia e della pace. Un miliardo di persone (fonte: UN-Habitat)
vive e muore nello squallore delle bidonvilles e, se niente cambierà,
si raddoppieranno entro trent’anni. E se ancora niente cambierà,
ci vorranno cento anni per dimezzare il numero dei morti per fame nel
mondo. Gli affamati cronici oggi sono 840 milioni.
Notizie che anch’io sapevo.
Ma è stato ugualmente terribile toccare con mano e vedere con i
miei occhi, di nuovo, che è tutto vero.
Ad Addis Abeba il sole non mi era mai apparso così impietoso nello
svelare quella immondezza in cui si sono trasformati così tanti
esseri umani. E confesso che ho anticipato il mio ritorno a casa. Era
troppo per uno come me che la realtà del mondo l’ha sempre
conosciuta attraverso il filtro educato e asettico dello schermo televisivo.
Un giorno avevo una voglia matta di un caffè finalmente. Mi indicarono
dove portelo trovare. Ma dovevo arrivare proprio nel terzo mondo per entrare
in un tempio del dio Occidente ? Non avevo visto mai tanto lusso, tanta
ricchezza e ricercatezza. Ho bevuto il mio caffè nell’ hotel
Sheraton di Addis Abeba tra gente che con assoluta normalità recitava
la parte dei ricchi sfondati. Ho pagato il caffè 8 euro (cioè
8000 birr che in Etiopia sono un terzo del salario di un professionista
affermato) e con un taxi pagato 40 centesimi di euro sono tornato nel
centro gestito dalle suore di madre Teresa a pestare di nuovo fango, a
respirare un miscuglio di puzze, a contemplare i capolavori della miseria
e delle malattie.
La notte c’era uno spettacolo in perpetua replica: quello delle
suore che correvano con secchi e bacinelle sotto l’acqua (era la
stagione delle piogge) per raccoglierne quanta più possibile. L’acqua
piovana serve infatti per lavare le piaghe dei malati e a fare il bagnetto
ai neonati. Debbo dirvi che si divertivano. Io da sempre ho avuto una
venerazione per le suore di Madre Teresa. Ora le adoro. E se non fosse
che nella mia chiesa abbiamo deciso di non mettere statue di santi, ne
metterei una, enorme, ai piedi del crocifisso.
Una volta vidi una cosa immobile, piccola piccola che sembrava una scultura
appena abbozzata. Avvicinandomi scoprii che era un bambino pelle e ossa
inebetito dalla fame. I capelli erano un unico pezzo di sporco. Le punture
lo trafiggevano lasciandolo del tutto indifferente. Dopo tre giorni lo
rividi con gli occhi aperti e faceva mille sforzi per abbozzare un pianto.
Lo presi in braccio e si comportò da bambino: mi si avvinghiò
con la sua debole forza e si addormentò. Mi ero messo praticamente
nei guai, perché decine e decine di altri occhi mi si puntarono
addosso e pretendevano che li prendessi in considerazione. Un paio di
piccolissimi ricordo come abbiano smesso di succhiare il biberon per fissarmi
attoniti. Ma se posavo quello che mi dormiva addosso e ne prendevo un
altro, era una protesta terribile degna di uno sciopero della CGIL ! Prima
di ripartire per l’ Italia ho rivisto quel bambino. Era un bambino.
Ad Addis Abeba ho visto di nuovo all’opera queste incredibili suore
e anche il ramo maschile del loro ordine. Ho visto quello che tutti sanno:
curano, lavano, si spendono fino alla loro consumazione. Ma quello che
il grande pubblico forse non ha notato, è il miracolo della resurrezione
della dignità umana che attraverso la loro opera si realizza. Quelli,
miseri sono, di vita brevissima (età media 49 anni). Lo sciame
di neonati e bambini ammalati di AIDS arriveranno forse a 15 anni. Non
hanno futuro, al massimo sopravvivenza. Ma riescono a mettere insieme
i cocci della loro dignità. E si vogliono bene. Ho visto la solidarietà
dei poveri. Ho visto i piccoli condannati a morte che ancora deambulano
assistere con un silenzio carico di attenzioni i compagnetti costretti
ormai a letto. La morte non fa paura. Non ricordo di aver visto mai gente
che urlava o si disperava. Ciò che lì è fondamentale
è non sprecare ciò che resta di se stessi ma custodirlo
perché qualcuno che ne ha bisogno possa riceverlo. Proprio come
l’ acqua piovana raccolta di notte.
Questa gente non l’ho vista ammalata di solitudine. Né inquieta.
Si lascia amare senza pretenderne una seconda e una terza razione. Non
l’ho vista stressata.
I nostri sociologi parleranno di rassegnazione, oppure diranno che sono
senza gli strumenti adatti per analizzare la loro situazione per poi tentare
una pianificazione dei rimedi. A me non è sembrato che le cose
stessero in questo modo.
La politica, per così dire, delle suore, mi è sembrata quella
dei contadini. Esse fanno sicuramente una azione di recupero d’urgenza
dell’ uomo, ma volendo vedere le cose in termini culturali e politici
in senso stretto, esse gettano le basi per una futura democrazia africana.
Cioè: accogliendo il dolore delle persone, facendo loro scoprire
di essere degne di rispetto, facendo loro percepire la preziosità
della loro esistenza attraverso il dono della propria esistenza, restaurando
la loro speranza, dandogli istruzione, nutrendo il loro spirito; facendo
tutto questo, cominciano a rimettere in moto pensieri, domande, la coscienza
insomma. E questi…scarti della storia un giorno potranno un giorno
tornare ad essere artefici della loro storia. Senza la solita violenza
ma con gli strumenti della non-violenza. Con fiducia nei loro mezzi. Con
la pazienza indispensabile ai lunghi processi storici.
Queste suore e questi frati di Madre Teresa, assieme a tante altre persone
limpide e oneste, stanno minando alla radice il sistema marcio e medievale
che li uccide. E se, forse, si riuscirà ad evitare una logica crisi
bellica mondiale tra il sud e il nord del mondo, sarà stato indubbiamente
grazie a gente come loro, uomini e donne di buona volontà che avranno
favorito la nascita di una coscienza costruttiva, di non violenza. Una
classe dirigente cresciuta con il latte del rispetto, dell’ istruzione,
della giustizia.
E altri come Bush lo sanno e allora prendono le loro precauzioni per non
perdere il controllo mondiale e muovono le loro pedine parlando di esportazione
della loro democrazia, facendo le loro guerre preventive, facendo le loro
inutili lotte al terrorismo perché i veri terroristi sono loro.
E i cosiddetti “nostri nemici” sono coloro che ormai non sono
più funzionali al loro sporco sistema di potere.
La gente imparerà, come diceva il teologo luterano Oscar Culmann,
a leggere insieme la Bibbia e i giornali.
Emergerà quello che Ernest Bloch definiva “il filo rosso”
della Bibbia che traccia un cammino di liberazione dall’Egitto dei
faraoni alla terra promessa degli uomini liberi, a cui Dio invita tutti
i suoi figli.
Ettore Masina ha scritto che la lettura congiunta di Bibbia ed attualità
porterà il nostro voto elettorale, la nostra presenza nelle associazioni,
nei movimenti, nei partiti, a diventare volontà di rimuovere i
mali contro i quali parlarono i profeti.
Sulla strada che da Addis Abeba porta a Porto Alegre ci deve essere anche
la nostra presenza affinché i delinquenti non lascino sull’asfalto
per sempre i pellegrini.
Questo può significare dare giorno per giorno la propria vita come
i frati e le suore di madre Teresa o come Gino Strada e tanti altri. Può
anche significare perderla la vita, come accadde ad es. a Oscar Arnulfo
Romero. Ma ne vale la pena.
Chiamatela “utopia”, ma sarebbe bello un giorno, quando giustizia
e carità si baceranno, accorgersi che un pizzico, a quell’incontro,
avremo lavorato anche noi.
calcutta,
addis abeba, porto alegre.
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