appunti di viaggio

  di padre carlo dantoni  

 

Notizie che tutti sappiamo: centinaia di emigranti clandestini muoiono nel nostro mare. Milioni di profughi, nell’Africa nera, come formiche nere, marciano impazzite alla ricerca di cibo e per fuggire guerre artigianali o pianificate dai missionari della democrazia e della pace. Un miliardo di persone (fonte: UN-Habitat) vive e muore nello squallore delle bidonvilles e, se niente cambierà, si raddoppieranno entro trent’anni. E se ancora niente cambierà, ci vorranno cento anni per dimezzare il numero dei morti per fame nel mondo. Gli affamati cronici oggi sono 840 milioni.
Notizie che anch’io sapevo.
Ma è stato ugualmente terribile toccare con mano e vedere con i miei occhi, di nuovo, che è tutto vero.
Ad Addis Abeba il sole non mi era mai apparso così impietoso nello svelare quella immondezza in cui si sono trasformati così tanti esseri umani. E confesso che ho anticipato il mio ritorno a casa. Era troppo per uno come me che la realtà del mondo l’ha sempre conosciuta attraverso il filtro educato e asettico dello schermo televisivo.
Un giorno avevo una voglia matta di un caffè finalmente. Mi indicarono dove portelo trovare. Ma dovevo arrivare proprio nel terzo mondo per entrare in un tempio del dio Occidente ? Non avevo visto mai tanto lusso, tanta ricchezza e ricercatezza. Ho bevuto il mio caffè nell’ hotel Sheraton di Addis Abeba tra gente che con assoluta normalità recitava la parte dei ricchi sfondati. Ho pagato il caffè 8 euro (cioè 8000 birr che in Etiopia sono un terzo del salario di un professionista affermato) e con un taxi pagato 40 centesimi di euro sono tornato nel centro gestito dalle suore di madre Teresa a pestare di nuovo fango, a respirare un miscuglio di puzze, a contemplare i capolavori della miseria e delle malattie.
La notte c’era uno spettacolo in perpetua replica: quello delle suore che correvano con secchi e bacinelle sotto l’acqua (era la stagione delle piogge) per raccoglierne quanta più possibile. L’acqua piovana serve infatti per lavare le piaghe dei malati e a fare il bagnetto ai neonati. Debbo dirvi che si divertivano. Io da sempre ho avuto una venerazione per le suore di Madre Teresa. Ora le adoro. E se non fosse che nella mia chiesa abbiamo deciso di non mettere statue di santi, ne metterei una, enorme, ai piedi del crocifisso.
Una volta vidi una cosa immobile, piccola piccola che sembrava una scultura appena abbozzata. Avvicinandomi scoprii che era un bambino pelle e ossa inebetito dalla fame. I capelli erano un unico pezzo di sporco. Le punture lo trafiggevano lasciandolo del tutto indifferente. Dopo tre giorni lo rividi con gli occhi aperti e faceva mille sforzi per abbozzare un pianto. Lo presi in braccio e si comportò da bambino: mi si avvinghiò con la sua debole forza e si addormentò. Mi ero messo praticamente nei guai, perché decine e decine di altri occhi mi si puntarono addosso e pretendevano che li prendessi in considerazione. Un paio di piccolissimi ricordo come abbiano smesso di succhiare il biberon per fissarmi attoniti. Ma se posavo quello che mi dormiva addosso e ne prendevo un altro, era una protesta terribile degna di uno sciopero della CGIL ! Prima di ripartire per l’ Italia ho rivisto quel bambino. Era un bambino.
Ad Addis Abeba ho visto di nuovo all’opera queste incredibili suore e anche il ramo maschile del loro ordine. Ho visto quello che tutti sanno: curano, lavano, si spendono fino alla loro consumazione. Ma quello che il grande pubblico forse non ha notato, è il miracolo della resurrezione della dignità umana che attraverso la loro opera si realizza. Quelli, miseri sono, di vita brevissima (età media 49 anni). Lo sciame di neonati e bambini ammalati di AIDS arriveranno forse a 15 anni. Non hanno futuro, al massimo sopravvivenza. Ma riescono a mettere insieme i cocci della loro dignità. E si vogliono bene. Ho visto la solidarietà dei poveri. Ho visto i piccoli condannati a morte che ancora deambulano assistere con un silenzio carico di attenzioni i compagnetti costretti ormai a letto. La morte non fa paura. Non ricordo di aver visto mai gente che urlava o si disperava. Ciò che lì è fondamentale è non sprecare ciò che resta di se stessi ma custodirlo perché qualcuno che ne ha bisogno possa riceverlo. Proprio come l’ acqua piovana raccolta di notte.
Questa gente non l’ho vista ammalata di solitudine. Né inquieta. Si lascia amare senza pretenderne una seconda e una terza razione. Non l’ho vista stressata.
I nostri sociologi parleranno di rassegnazione, oppure diranno che sono senza gli strumenti adatti per analizzare la loro situazione per poi tentare una pianificazione dei rimedi. A me non è sembrato che le cose stessero in questo modo.
La politica, per così dire, delle suore, mi è sembrata quella dei contadini. Esse fanno sicuramente una azione di recupero d’urgenza dell’ uomo, ma volendo vedere le cose in termini culturali e politici in senso stretto, esse gettano le basi per una futura democrazia africana. Cioè: accogliendo il dolore delle persone, facendo loro scoprire di essere degne di rispetto, facendo loro percepire la preziosità della loro esistenza attraverso il dono della propria esistenza, restaurando la loro speranza, dandogli istruzione, nutrendo il loro spirito; facendo tutto questo, cominciano a rimettere in moto pensieri, domande, la coscienza insomma. E questi…scarti della storia un giorno potranno un giorno tornare ad essere artefici della loro storia. Senza la solita violenza ma con gli strumenti della non-violenza. Con fiducia nei loro mezzi. Con la pazienza indispensabile ai lunghi processi storici.
Queste suore e questi frati di Madre Teresa, assieme a tante altre persone limpide e oneste, stanno minando alla radice il sistema marcio e medievale che li uccide. E se, forse, si riuscirà ad evitare una logica crisi bellica mondiale tra il sud e il nord del mondo, sarà stato indubbiamente grazie a gente come loro, uomini e donne di buona volontà che avranno favorito la nascita di una coscienza costruttiva, di non violenza. Una classe dirigente cresciuta con il latte del rispetto, dell’ istruzione, della giustizia.
E altri come Bush lo sanno e allora prendono le loro precauzioni per non perdere il controllo mondiale e muovono le loro pedine parlando di esportazione della loro democrazia, facendo le loro guerre preventive, facendo le loro inutili lotte al terrorismo perché i veri terroristi sono loro. E i cosiddetti “nostri nemici” sono coloro che ormai non sono più funzionali al loro sporco sistema di potere.
La gente imparerà, come diceva il teologo luterano Oscar Culmann, a leggere insieme la Bibbia e i giornali.
Emergerà quello che Ernest Bloch definiva “il filo rosso” della Bibbia che traccia un cammino di liberazione dall’Egitto dei faraoni alla terra promessa degli uomini liberi, a cui Dio invita tutti i suoi figli.
Ettore Masina ha scritto che la lettura congiunta di Bibbia ed attualità porterà il nostro voto elettorale, la nostra presenza nelle associazioni, nei movimenti, nei partiti, a diventare volontà di rimuovere i mali contro i quali parlarono i profeti.
Sulla strada che da Addis Abeba porta a Porto Alegre ci deve essere anche la nostra presenza affinché i delinquenti non lascino sull’asfalto per sempre i pellegrini.
Questo può significare dare giorno per giorno la propria vita come i frati e le suore di madre Teresa o come Gino Strada e tanti altri. Può anche significare perderla la vita, come accadde ad es. a Oscar Arnulfo Romero. Ma ne vale la pena.
Chiamatela “utopia”, ma sarebbe bello un giorno, quando giustizia e carità si baceranno, accorgersi che un pizzico, a quell’incontro, avremo lavorato anche noi.

calcutta, addis abeba, porto alegre.