quando si parla di democrazia

  di paolo fai  

 

Quando si parla di democrazia, il pensiero di tutti, anche di chi ha solo un minimo di nozioni scolastiche, corre all’antica Grecia, e ad Atene in particolare, e segnatamente a quell’età, successiva alle guerre persiane (grosso modo un ottantennio, dal 480 a.C. fino alla caduta di Atene nella “guerra civile” contro Sparta, fino dunque al 404 a.C.), in cui il demo, cioè il popolo, fu il vero padrone dello Stato ateniese. Avviene così che anche studiosi autorevoli di politica siano incorsi, e incorrano ancora, nell’abbaglio di credere, e di enfatizzare perfino tale loro credenza, che la democrazia ateniese sia stato il primo ed unico esempio di democrazia diretta, in cui tutti i cittadini “pleni juris” partecipavano direttamente all’esercizio del potere attraverso i vari organismi istituzionali, a cominciare dall’Assemblea popolare. Ora, a prescindere dal fatto che le donne, anche se ateniesi di vecchia generazione, erano buone solo a far figli e a crescerli e basta (e sorvoliamo sull’assoluta mancanza di paritarietà nei rapporti tra marito e moglie, con ovvio sbilanciamento a vantaggio dell’uomo in tema di “libertà” extraconiugali), non va trascurato che altri soggetti sociali, che popolavano Atene e la facevano prosperare, erano “anime morte”. Ci riferiamo ai metèci, stranieri residenti in Atene, spesso ricchi e facoltosi commercianti, e agli schiavi, categorie sociali escluse dall’esercizio attivo della “politica”, in quanto prive dei diritti politici fondamentali quali occupare cariche pubbliche, amministrare la giustizia, partecipare alle riunioni dell’Assemblea. E se la condizione degli schiavi era quella di “sottouomini” (“animali parlanti” li definisce Aristotele), paradossale è la condizione dei metèci, soggetti a tasse anche più esose di quelle imposte ai cittadini di pieno diritto, eppure esclusi dalla vita politica. Già questo dovrebbe indurre ad una certa cautela nel parlare di democrazia, se tanta parte dei residenti di Atene (almeno i due terzi) era discriminata. L’idea moderna di democrazia esige che tutti i cittadini non solo siano i depositari della sovranità, ma la esercitino effettivamente, partecipando tutti in egual misura al potere statale. Questo principio, per noi irrinunciabile, era del tutto estraneo alla democrazia ateniese, e ad uno dei suoi massimi campioni, Pericle. Quest’uomo, che, aristocratico di nascita, fece una coraggiosa, ma anche astuta, scelta di campo, sposando la causa dei “popolari”, nel 451 emanò una legge, secondo la quale soltanto coloro che avevano cittadini entrambi i genitori, potevano conservare il diritto di cittadinanza.
Democrazia esclusiva, dunque, quella ateniese, democrazia come una specie di aristocrazia ampliata, quanto distante dalle democrazie moderne, sempre più inclusive!
Ma non basta. Anche tra gli uguali, la democrazia era un puro enunciato verbale. Essendo, infatti, variegato il tessuto sociale e culturale, tra ricchi proprietari terrieri, commercianti, artigiani, contadini e assistiti, era inevitabile che a prevalere fossero le élites sociali ed economiche più forti e meglio organizzate, e quindi più abili nell’accaparrarsi il consenso della moltitudine, poco o punto acculturata.
A scanso di inopportune e fuorvianti mitizzazioni, occorre dire, infatti, che non molti cittadini ateniesi [nonostante l’antica Atene fosse “il modello della società face-to-face, che forse può risultare fami-liare in una co-munità uni-versitaria di tipo anglosassone, ma che non ha riscontro oggi su scala muni-cipale e tanto meno su scala nazionale” (M. I. Finley)] avevano piena consa-pevolezza dei loro diritti e dei loro doveri.
A tal riguardo, Plutarco, nella “Vita di Aristide”, racconta un celebre quanto istruttivo aneddoto. Durante un’ Assemblea pubblica sulla collina della Pnice, un contadino analfabeta avrebbe chiesto proprio ad Aristide di fargli il favore di scrivere sul coccio di terracotta il nome di Aristide, perché col suo voto voleva contribuire a raggiungere il numero necessario perché Aristide, detto il Giusto, venisse ostracizzato, cioè bandito da Atene. Quale la ragione di questa sua decisione? Egli personalmente non conosceva Aristide, ma si era seccato di sentir parlare, sempre e dovunque, di Aristide il Giusto.
Come ognuno vede, la democrazia antica e la moderna, pur divise dall’idea di società che intendono realizzare (chiusa la prima, aperta la seconda), sono accomunate da un problema insolubile per entrambe, l’educazione dei cittadini. Anche oggi, infatti, la consapevolezza di molti cittadini riguardo al dibattito politico e alle decisioni che si devono prendere non è maggiore di quella del contadino analfabeta di Atene.

la democrazia nell'antica grecia