| |
Se c'è stato in Italia un
uomo fuori da ogni schema, coerente nei suoi principi da poter essere
un modello per i suoi contemporanei e per i posteri, questi è stato
sicuramente Giorgio La Pira.
La Pira con i suoi scritti, i suoi discorsi le sue opere - ha scritto
recentemente Pietro Scoppola - rappresenta uno scandalo e una sfida che
non è facile raccogliere.
In un'epoca in cui si tende a trascurare il contemplativo per privilegiare
la concretezza del quotidiano - gli fa eco Giuseppe Lazzati - Giorgio
La Pira ha scandalosamente rovesciato i termini di questo rapporto intorno
al quale si gioca l'intero significato della vita cristiana.
A 100 anni dalla nascita (avvenuta a Pozzallo il 9 gennaio 1904) gli si
dedicano convegni e memorie, ma, talvolta, il suo messaggio appare devitalizzato,
neutralizzato, privato della sua carica dirompente, della sua posizione
netta, chiara, della sua logicità disarmante. Viene dipinto come
un sognatore, quasi un ingenuo, in giro per il mondo ad organizzare convegni,
dedito a contrabbandare immaginette sacre nei monasteri sovietici. Sedicenti
liberali, nel ricordarlo, inquadrano anche l'occupazione dell'Iraq come
un atto dovuto per il raggiungimento della pax lapiriana tra i popoli
del mediterraneo. Gli eredi dei suoi detrattori se ne sono appropriati
facendo finta di dimenticare che fu scaricato anche all'interno del suo
partito. In un déjà-vu che lo accomuna ad altri personaggi
che hanno cambiato la storia, morì (a Firenze il 5 novembre 1977)
dimenticato dalla politica, ma celebrato da Harlem ad Hanoi. Ma il La
Pira dei Convegni per la Pace non può essere scisso da quello che
requisiva le ville disabitate per aiutare i senza tetto, che si fece denunciare
per le posizioni sull'obiezione di coscienza o che aveva sostenuto la
compartecipazione degli operai agli utili dell'azienda. Tutti questi aspetti
della sua vita sono tenuti assieme da un unico filo: una fede incrollabile.
È un cristiano integro, un cattolico intransigente - secondo Vittorio
Citterich - anche se non appartiene in alcun modo, alla ricorrente intransigenza
dell'integralismo clericale.
La sua parabola politica lo vide nelle fila della DC sedere al tavolo
della Costituente. Lasciò la sua impronta nella prima parte della
Costituzione, quella che ha per tema la persona umana, fu uno dei padri
dell'art. 11 (L'Italia ripudia la guerra…). Dopo una parentesi come
sottosegretario al Lavoro fu eletto primo cittadino di Firenze dal '51
al '57 e poi dal '61 al '65. Un testimone di quegli anni mi ha detto:
me lo ricordo La Pira, certamente; andava di persona a portare brande
e materassi ai senza casa. A Firenze era amato da tutti, ma in particolar
modo dai poveri. Effettivamente veniva eletto con valanghe di voti, e,
precorrendo i tempi, amministrava col carisma del Sindaco eletto direttamente
dal popolo. In un clima di ricostruzione e di boom economico, ma anche
di sfruttamento dei lavoratori e di diritti negati non ebbe dubbi nello
schierarsi sempre dalla parte degli operai come quando partecipò
ad una messa dentro la fabbrica Pignone occupata, e, con l'aiuto di Mattei,
ne impedì la chiusura ed il licenziamento di 2000 persone.
Sicuramente era un politico anomalo. Si definiva un "materialista
cristiano" e visse nel suo tempo mettendo sempre al centro la dignità
dell'uomo. Don Sturzo lo accusava di pericolosi innamoramenti socialisteggianti.
Il dibattito epistolare tra i due era molto serrato. Si delineavano, prima
del Concilio, le due correnti che in seno alla Chiesa avrebbero animato
ed animano il dibattito socio-politico.
In piena Guerra Fredda propose di ripartire dalle Città per costruire
una pace concreta, cioè una casa, un lavoro, una giustizia per
tutti. Nessuno può condannare a morte una città dirà
alla Croce Rossa pensando sicuramente a Hiroshima. Firenze divenne "città
terrazza" dove gettare un ponte di dialogo fra est ed ovest, ma anche
tra il nord ed il sud del mondo. Dialogo fra le nazioni, fra i grandi
blocchi politici del bipolarismo mondiale, ma anche dialogo fra le religioni.
Instancabile ricercatore del "dialogo tra i diversi" ispirato
dallo studio profondo di San Tommaso diede vita ad una serie di Convegni
per la pace e la civiltà cristiana, ed ai Colloqui del Mediterraneo.
Dal microcosmo al macrocosmo, da Palazzo Vecchio in Terra Santa, in Cile,
al Cremlino e in Vietnam da Ho Chi Min, viaggiò molto, scortato
dalle preghiere di tutti i monasteri di clausura del mondo, sempre con
lo stesso obiettivo.
Il pensiero lapiriano - ha scritto Massimo De Giuseppe - diviene così
un unicum in cui la libertà deve restare il concetto cardine della
società umana, contro i totalitarismi ma anche contro quei sistemi
economici e sociali che annullano le speranze di giustizia.
Recentemente un mio amico prete, concittadino di La Pira, mi ha detto:
La Pira è stato un Profeta, ma non nel senso che ha previsto il
futuro. Piuttosto ha avuto il coraggio della Profezia come annunciazione,
come capacità di leggere i segni del tempo.
In effetti è in questa chiave che si possono leggere messaggi come
quello che La Pira portò al Cremlino: Credo che la Provvidenza
di Dio, Signore della storia e della salvezza degli uomini, in quest'epoca
di apocalisse nucleare, sia più forte dei capitalisti. Tutto sta
nel capire i segni del nostro tempo e di adeguare la nostra azione comune.
È questo il messaggio sempre attuale che rende il suo percorso
profetico per ogni generazione: capire i segni ed adeguare la nostra azione.
Liberi, instancabili ricercatori del dialogo tra i diversi.
giorgio
la pira nel centenario della nascita
|
|