corto circuito

  di riccardo gionfriddo  

 

Burn-out, letteralmente, significa "corto circuito", in alcuni casi viene tradotto come "spegnersi per mancanza di combustibile".
Se ne comincia parlare negli anni '70, quando si osservano difficoltà lavorative aspecifiche - non strettamente collegate alla singola attività - in molti soggetti che svolgono una professione che implica il dover garantire una relazione di aiuto nei confronti di persone che esprimono una difficoltà e/o una sofferenza (medici, psicologi, infermieri, educatori, insegnanti, sacerdoti, etc.). Si osserva come viene a realizzarsi una sorta di esaurimento delle risorse, strettamente collegato all'attività lavorativa svolta, con una perdita progressiva di idealità e di energia.
Le cause sono individuate a due livelli: fattori di personalità e organizzazione del lavoro.
Non esiste tanto una personalità tipo, quanto una serie di caratteristiche che possono rendere un soggetto più vulnerabile, come l'eccessivo entusiasmo e scrupolosità, l'idealismo, la scarsa fiducia in sé stessi.
Riguardo all'organizzazione del lavoro si rileva come fattore di rischio il lavorare in strutture mal gestite sotto l'aspetto amministrativo, il sovraccarico di lavoro, la scarsa retribuzione, la mancanza di incentivazioni, la carenza di attività formative, la eccessiva gerarchizzazione delle funzioni che non tiene conto delle specifiche professioni, le scelte lavorative verticistiche e non condivise, la stagnazione di carriera, la non visibilità dei risultati, la scarsa qualità dei rapporti con i colleghi di lavori e con i superiori, il non riconoscimento delle proprie qualità.
In alcuni contesti si chiede sempre più all'operatore che non viene ricompensato adeguatamente con meccanismi di gratificazione, ma gli si risponde solo con risposte frustranti.
Così come alcuni decenni prima si era evidenziata, nei lavoratori delle catene di montaggio, una sofferenza legata alla ripetitività e alla mancanza di partecipazione emotiva nell'attività svolta, allo stesso modo le professioni ritenute 'sicure' da rischi diventano improvvisamente usuranti e quindi causa di malesseri tra i più inaspettati. Così viene definita la cosiddetta sindrome da "burn out", caratterizzata, sotto l'aspetto psicosomatico, da senso di esaurimento e di fatica, frequenti mal di testa, disturbi gastrointestinali, insonnia, frequenti raffreddori ed influenze, cambiamento nelle abitudini alimentari e perdita di peso; mentre a livello psicologico si manifesta senso di colpa, negativismo, isolamento e ritiro in sé stessi, rigidità di pensiero, alterazione del tono dell'umore ed una particolare forma di "esaurimento emotivo", che viene individuata come una delle componenti fondamentali del burn out. Ci si sente chiusi in trappola, non si riesce a liberarsi da un peso difficile da sopportare. Non si tratta solo di "stress lavorativo", ma si manifesta sul lavoro e riguarda il rapporto con l'altro da aiutare, che perde la sua proprietà di oggetto d'aiuto. Gradualmente si viene a verificare un distanziamento affettivo tale da determinare un circolo vizioso: rifiuto della relazione - senso di colpa - malessere - difficoltà lavorativa - senso di colpa - rifiuto del lavoro.
Il burn-out è una condizione più grave rispetto allo stress, si manifesta dopo un certo periodo di esposizione alla condizione stressante e quasi mai agli inizi dell'attività.
Esistono ormai anche strumenti di misurazione, come il "Maslach Burn-out Inventori" (M.B.I.), che assegna un punteggio ai singoli casi esaminati rilevandone la gravità, già utilizzato nei procedimenti di disabilità temporanea o permanente al lavoro.
Cosa fare di fronte al burn-out. Una volta manifestatosi è necessario intervenire in modo specifico con tecniche psicoterapiche e, se necessario, anche con il supporto di terapie farmacologiche.
Diventa fondamentale individuare sempre più strategie di prevenzione, intervenendo nei processi formativi delle professioni a rischio, con un coinvolgimento delle università, ma anche dotando tutte le istituzioni pubbliche e private di strumenti di formazione permanente.
Negli ultimi anni è cambiato l'atteggiamento nei confronti di questa problematica. E' cambiato l'approccio e si è cominciato quindi a parlare di "risk management".
Applicare una metodologia di management del rischio, significa adottare una politica che promuova l'uso sistematico dell'analisi e del ridisegno dell'organizzazione, al fine di progettare servizi e processi educativi ed assistenziali a "prova di errore". Cominciano a nascere particolari strutture, nelle istituzioni e nei servizi, denominate "agenzie di gestione del rischio", soprattutto in ambito sanitario e nelle aziende private. Pensiamo a quanto sarebbe utile uno strumento del genere nel mondo della scuola.
Tra le strategie per la prevenzione del burn-out si tende ad evidenziare:
- formazione adeguata alla consapevolezza delle reazioni emotive nella relazione con l'utente, ad una realistica definizione degli obiettivi professionali e al lavoro in equipe multidisciplinare;
- fornire agli operatori programmi di lavoro chiari, ben definiti e condivisi;
- garantire un discreto margine di autonomia decisionale;
- incoraggiare lo sviluppo di spazi programmatici e creativi;
- creare sistemi di supervisione continua;
- individuare sul nascere cedimenti psicofisici che preludono al burn-out;
- fornire consulenza specifica ad operatori che sperimentano elevati livelli di stress.
Gli effetti negativi del burn-out non si concentrano soltanto sull'operatore, ma ricadono sia sul contesto lavorativo con assenteismo, elevato turnover di operatori, scarsa qualità del lavoro e del servizio fornito; sia sull'utenza, che riceve trattamenti di basso livello con aumento del rischio di errori assistenziali, educativi e terapeutici.
Pertanto è essenziale avviare processi di monitorizzazione dello stress lavorativo, quindi del burn-out, attraverso l'implementazione di una modalità efficace di "gestione del rischio" e di un sistema permanente di incremento della qualità del lavoro quotidiano, cosicché gli insegnanti, i medici, gli educatori e tutti gli altri operatori esposti al rischio, possano avere a disposizione strumenti per ammortizzare l'usura della professione ed incrementare la propria efficacia operativa senza esaurire il "combustibile" che alimenta la relazione di aiuto al disagio ed alla sofferenza.

professioni a rischio e burn out