visioni prospettiche della città

  di padre carlo d'antoni  

 

Dire “città” evoca già tante cose attraenti. A cominciare da qualcosa che vive nel palmo dei cittadini. Stimola a ricercare tempi e modi per favorire lo sviluppo del loro genio.
Dire “città” ingaggia nella costruzione cordiale di forme più consone di coesistenza tra le diversità che la abitano.
“Città” non è materialisticamente un insieme di palazzi, fognature, fili elettrici e telefonici, strade e punti vendita. E non può essere quindi una visione semplicemente economica che ce la può fare intuire. Né può un piano urbanistico, per quanto razionale, catalogarne tutti gli aspetti.
La città “è” i suoi abitanti che godono dello statuto di cittadini e si danno le strutture, gli spazi e le occasioni per vivere. La città è il luogo dove si svolge la storia reale delle persone. Se in essa vi sono sacche di povertà o di esclusione, se in essa prospera la figura di democratici- tiranni, questa storia si appesantisce, arranca, e la vivibilità di tutti diventa problematica; tant’è vero che si innescano processi di rinchiudimento, privatizzazione culturale, disimpegno.
Io credo che la città vada sempre guardata a partire da un ideale di convivenza civile. Credo che vada immaginata a partire da un sogno di perfezione. Ed in prospettiva di ciò poi, di volta in volta, si vanno costruendo e migliorando le sue componenti con l’ apporto dei suoi abitanti. In modo che poi, dire ad esempio “Siracusa”, vorrà dire “la città che si stanno dando i siracusani”.
E’ miope e devastante avere a che fare con la città senza una sua visione prospettica, vivendola e costruendola a partire dalle situazioni contingenti che i bisogni (o gli interessi) presentano al momento.
Ed è così che da anni siamo impegnati perché ci sia il Parco di Bosco Minniti.
Il 18 ottobre c’è stata l’inaugurazione. I soliti benpensanti hanno detto:”Di che cosa?” Del parco.
Ci è stato consegnato, diciamo così, il rustico. Adesso bisogna completare, arredare, vivere il parco. Si tratta di un impegno enorme, che un po’ vi confesso mi fa spaventare. Ma soprattutto mi carica. Mi sconvolge piacevolmente. Ma lo capite che abbiamo una occasione particolare per fare sperimentare il senso della città a noi stessi, a tanta gente della periferia che non ha mai sviluppato un senso di appartenenza civile e che ha una visione estremamente povera della politica? Riuscite a vedere tanti ragazzi e giovani cosiddetti “a rischio” che pensano e sudano per sviluppare un luogo di reale democrazia, cittadinanza, di reale produzione culturale, piacere di stare insieme?
Meno male che l’Amministrazione comunale ha accettato la proposta di inaugurare il parco in tutta la sua incompletezza e meno male che lo ha affidato a noi, gente di periferia. Qua si vedrà ora di che pasta siamo fatti. Chi siamo e cosa vogliamo.
Conosciamo i tre nemici che continuamente cercheranno di far abortire questo laboratorio di cittadinanza attiva che è il parco. Sono:
1- la mentalità borbonica secondo la quale tutto ci deve venire dall’alto, dal papà-Stato, perché noi siamo sudditi e plebe da allevamento. Espropriati di ogni possibilità di progettazione. Quella mentalità che ha come slogan: “A cuppa iè ro Guennu, ro Sinnicu, iddi ci hana pinsari.”
2- La mentalità nichilista che ci porta ad autoscreditarci e a screditare ogni tentativo di pensare, non dico in grande, ma in modo slegato dai bisogni e dalle emergenze. Quella mentalità che ha come slogan: “Ma cu tu fa fari…? Lassa peddiri…”
3- La dietrologia sposata all’interesse. I loro slogan sono: “Sa chi c’è i darreri” e “E iu chi ci varagnu a mittirimi cu ssa cosa ?”
Molta gente di Bosco Minniti ci crede. Anche la vecchietta viene, porta una piantina e dice: ”Questa è per il parco.” Già gli amici extracomunitari vi svolgono il loro volontariato. Gli extracomunitari(!) lavorano volontariamente per contribuire alla costruzione della nostra città! Non è una profezia? E saranno loro che gestiranno i laboratori di musica e danze etniche. Così come altri giovani e adulti gestiranno laboratori d’arte, lo sport, il giardino botanico, le attività culturali. In definitiva, il parco di Bosco Minniti, come da dieci anni lo sognamo, già cresce come una parabola di cittadinanza attiva, di convivenza e contaminazione di voci e suoni. Una parabola di civile convivenza di idee, persone e popoli.
A gennaio speriamo di inaugurare, con una grande festa multietnica la struttura coperta che verrà costruita dentro il parco. In Estate il “teatro greco” della periferia.
Contiamo molto sulla collaborazione alla pari di tutto quel mondo dell’associazionismo di cui è ricca Siracusa.

un parco, una periferia: una sfida che è parabola di cittadinanza attiva