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Viviamo in un mondo di simboli. Siamo,
come opportunamente ha sostenuto un filosofo (E. Cassirer) “animali
simbolici”. Abbiamo bisogno di costruire attorno a noi un universo
di simboli che orientano e danno senso alla nostra esistenza. E’
la parte più bella dell’avventura umana: la ricerca di simboli
significativi diventa cultura, politica, arte, religione. Già,
perché tutti questi aspetti dell’universo umano sono costituiti
da simboli: simboli linguistici, simboli grafici, simboli del potere,
simboli di fede.
Il simbolo nel mondo greco (Symbolon) era una tessera, un coccio, un anello,
che veniva spezzato in due parti ognuna delle quali era presa in consegna
da due persone, due famiglie, due città, a rappresentanza di un
forte e duraturo legame. L’esistenza di un simbolo, dunque, esprime,
rimanda, segnala, ricorda, un legame liberamente contratto, ardentemente
desiderato, fortemente difeso, che nessuna distanza può cancellare,
che nessuna forza può interrompere. Dal mondo greco al mondo cristiano
il simbolo ha continuato a svolgere una funzione fondamentale. Proprio
nel significato di contrassegno, cosa che sta per un’altra, il simbolo
è entrato a far parte della terminologia teologica cristiana, indicando
innanzitutto il “simbolo della fede”, la formula, cioè,
che esprime la “regula fidei” (il Credo) definita dal Concilii
di Nicea e di Costantinopoli e prescritta ai fedeli come segno distintivo
per identificare i veri credenti dai pagani o dagli eretici; o indicando,
ancora, il pane ed il vino in quanto segni della presenza fisica (il sangue
ed il corpo) di Cristo. Ma il più importante, il più universale,
il più utilizzato simbolo della tradizione e della fede cristiana
è sicuramente la Croce. Con la Croce si identifica il cristianesimo;
con la Croce si identifica il cristiano. Il simbolo della Croce attraversa
tutta la storia del mondo occidentale fino ai nostri giorni. La attraversa
così in profondità che quella storia non regge, cioè
non si spiega, senza la Croce. E’ quello che un grande, laico e
liberale, pensatore italiano intendeva quando ebbe ad affermare che “non
possiamo non dirci cristiani”(Benedetto Croce).
I simboli si scelgono, si accettano, si vivono. Non si possono né
imporre né eliminare con la forza. Imposti cessano di essere un
simbolo: il segno concreto e visibile di un legame liberamente contratto.
Un legame non liberamente contratto non produce un simbolo, ma uno sfregio,
un marchio. Quando sono eliminati con la forza si produce solo un’intensificazione
del desiderio di ricostruire il legame che aveva fatto sorgere il simbolo
(dopo ogni persecuzione, dall’antica Roma all’Unione sovietica,
i simboli riappaiono in tutta la loro forza e grandezza).
Queste premesse, se accettate, bastano a dimostrare l’assurdità
di quanto è accaduto in Italia con la vicenda della sentenza del
giudice di L’Aquila che ha imposto l’eliminazione del crocifisso
da un’aula della scuola di Ofena, in Abruzzo, accogliendo la richiesta
in tal senso presentata da Adel Smith, un cittadino italiano di religione
musulmana. Assurda la richiesta di rimozione. Assurda la sentenza di rimozione.
Assurdo imporre con la forza della legge (se anche esistesse una legge
in tal senso) l’eliminazione di un simbolo. Ma assurdo anche imporre
per legge la presenza di un simbolo. Inaccettabile ormai, storicamente
superata, la legge (il Regio Decreto, sic!) del 1924 e i successivi decreti
che imponevano la presenza dei crocifissi nelle aule delle scuole pubbliche.
Ma inaccettabile sarebbe pure, per assurdo, una legge che oggi imponesse
l’eliminazione dei crocifissi dalle aule. Perché? Perché
un simbolo appartiene ai costumi, alle usanze, alle tradizioni, agli usi,
alla sensibilità, al bisogno di significato, alla visione della
vita, di un individuo, di un gruppo sociale, di un popolo. Chi pretende
di eliminarlo offende e attenta a tutte queste cose.
Per secoli l’Europa ha subito l’intolleranza religiosa di
chiese (cristiane) che pretendevano di imporre un unico stile di vita.
La conquista del diritto alla libertà di coscienza, di pensiero,
di scelta, è costata cara all’occidente. Ma è una
conquista irrinunciabile della nostra civiltà ed uno degli elementi
di fondamentale distinzione da altre civiltà, contesti sociali
e religiosi. Non vorremmo mai, però, che all’intolleranza
religiosa di tempi andati si sostituisse oggi un’intolleranza laica,
o meglio pseudo-laica contro i simboli religiosi.
un
parco, una periferia: una sfida che è parabola di cittadinanza
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