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Bisognerà pur costruirlo un
ponte tra i ragionieri e i poeti. Tra chi insiste solo a far di conto
su quanti denari ci costerà e chi si rallegra di un ponte che comunque
è simbolo, sfida, progresso. Ecco, mi piacerebbe un ponte virtuale
tra le prose e le rime, tra le cifre e gli epinici. Quello vero, d'acciaio
e cemento, vi confesso che non mi intriga, non mi appassiona e nemmeno
mi convince. Lo dico da siciliano, che é una categoria della geografia,
non solo dello spirito. E Berlusconi lo sa bene. Quando a Bruxelles gli
hanno chiesto perché il suo governo ci tenesse tanto a far inserire
il ponte tra le grandi priorità europee, i mitici diciotto progetti
battezzati dalla commissione Van Miert, da Roma hanno risposto che era
questione di vita o di morte. Non per il governo ma per cinque milioni
e mezzo di siciliani. "Altrimenti costretti alla solitudine"
mi ha spiegato Van Miert, il gran capo della commissione dei saggi. L'espressione
non era sua: gli era rimbalzata da palazzo Chigi per giustificare tanta
insistenza: e come si fa a rispondere picche di fronte alla solitudine
di un popolo vasto come quello della Danimarca?
Ora, prima d'ogni laica valutazione su certi dettagli che così
insignificanti non sono (sicurezza, impatto ambientale, redditività),
da siciliano mi diverte la bugia di questo governo che parla della mia
solitudine per strappare il consenso a quelli di Bruxelles. Ai quali ho
cercato di spiegare che la nostra sventura sono le cinque ore di ridotta
ferroviaria da Palermo a Messina, sono quei settanta chilometri di cantiere
a cielo aperto sull'autostrada o l'interminabile vicolo d'asfalto che
unisce le serre di Vittoria all'aeroporto più vicino. In questi
tempi di percorrenza lunghi, inutili e osceni sta la nostra condizione
di isola: non nei ventidue minuti di traghetto che ci servono per sbarcare
in Calabria.
E poi va detto: a noi siciliani piacerebbe per una volta ragionare da
ragionieri dopo aver trascorso i lustri a pregare madonne, inaugurare
dighe di cartapesta, assistere alla posa di mille prime pietre (senza
mai arrivare a vedere le ultime) sempre con un sorriso devoto in faccia,
con un prurito d'appalusi, in nome d'una stanca retorica che ci vuole
comunque affamati di cantieri, flessibilità, inni, speranze e calci
in culo. E invece, da bravi ragionieri del nostro destino, per una volta
faremmo bene a far le pulci a questo ponte. A osservare in controluce
cifre, statistiche, proiezioni. Faremmo bene - come hanno fatto in questi
giorni a Bruxelles - a rivoltare come un calzino un progetto destinato
a un bilancio in rosso per almeno una cinquantina d'anni (lo dicono gli
advisors internazionali). Faremmo bene a far due passi tra le sabbie di
Ganzirri e gli ultimi bastioni della città di Messina, e a immaginarci
questo pilone alto più dell'Empire State Building piantato lì,
in mezzo a case, stagni e cristiani. Faremmo bene, per una volta, a misurare
le goliardiche improvvisazioni di questo nostro governicchio che vuole
solo e disperatamente aprire un cantiere, assumere un migliaio di padri
di famiglia e dare appuntamento a tutti al 2020 che tanto poi ci pensa
dio... La sinistra del ponte? In certi empiti d'entusiasmo, che stavano
anche dentro i nostri programmi di governo di qualche anno fa, c'era piuttosto
(si può dire?) un disagio da parenti poveri, l'ansia dei postcomunisti
che vogliono passare ad ogni costo per moderna sinistra d'impresa: e poco
importa per quale impresa.
Vorrei che si notasse: non mi sto appellando alla mafia (la mafia del
ponte, gli appetiti di Provenzano, i movimenti terra regalati alle imprese
dei picciotti...). Un rischio (che esiste, ahimè) ma non certo
un pretesto per non fare. Il problema è che il questo ponte io
lo riterrei inutile e pernicioso pure se la Padania fosse sommersa dal
mare e invece che a Messina lo costruissero a Treviso. Solo che in quel
caso lascerebbero parlare gli advisors e i sismologi. A noi siciliani
invece toccano in sorte i poeti, i principi, i sorbetti di scorsonera
e di cannella... E guai a ragionarci su, altrimenti che isola saremmo?
«Uno
stato totalitario davvero efficiente sarà quello in cui un potentissimo
esecutivo di capi politici e il loro esercito di manager controlleranno
una popolazione di schiavi che non dovranno essere tenuti in catene perché
amano la loro schiavitù»
(Aldous Huxley, Brave new world 1950)
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