ponte e solitudine

  di claudio fava  

 

Bisognerà pur costruirlo un ponte tra i ragionieri e i poeti. Tra chi insiste solo a far di conto su quanti denari ci costerà e chi si rallegra di un ponte che comunque è simbolo, sfida, progresso. Ecco, mi piacerebbe un ponte virtuale tra le prose e le rime, tra le cifre e gli epinici. Quello vero, d'acciaio e cemento, vi confesso che non mi intriga, non mi appassiona e nemmeno mi convince. Lo dico da siciliano, che é una categoria della geografia, non solo dello spirito. E Berlusconi lo sa bene. Quando a Bruxelles gli hanno chiesto perché il suo governo ci tenesse tanto a far inserire il ponte tra le grandi priorità europee, i mitici diciotto progetti battezzati dalla commissione Van Miert, da Roma hanno risposto che era questione di vita o di morte. Non per il governo ma per cinque milioni e mezzo di siciliani. "Altrimenti costretti alla solitudine" mi ha spiegato Van Miert, il gran capo della commissione dei saggi. L'espressione non era sua: gli era rimbalzata da palazzo Chigi per giustificare tanta insistenza: e come si fa a rispondere picche di fronte alla solitudine di un popolo vasto come quello della Danimarca?
Ora, prima d'ogni laica valutazione su certi dettagli che così insignificanti non sono (sicurezza, impatto ambientale, redditività), da siciliano mi diverte la bugia di questo governo che parla della mia solitudine per strappare il consenso a quelli di Bruxelles. Ai quali ho cercato di spiegare che la nostra sventura sono le cinque ore di ridotta ferroviaria da Palermo a Messina, sono quei settanta chilometri di cantiere a cielo aperto sull'autostrada o l'interminabile vicolo d'asfalto che unisce le serre di Vittoria all'aeroporto più vicino. In questi tempi di percorrenza lunghi, inutili e osceni sta la nostra condizione di isola: non nei ventidue minuti di traghetto che ci servono per sbarcare in Calabria.
E poi va detto: a noi siciliani piacerebbe per una volta ragionare da ragionieri dopo aver trascorso i lustri a pregare madonne, inaugurare dighe di cartapesta, assistere alla posa di mille prime pietre (senza mai arrivare a vedere le ultime) sempre con un sorriso devoto in faccia, con un prurito d'appalusi, in nome d'una stanca retorica che ci vuole comunque affamati di cantieri, flessibilità, inni, speranze e calci in culo. E invece, da bravi ragionieri del nostro destino, per una volta faremmo bene a far le pulci a questo ponte. A osservare in controluce cifre, statistiche, proiezioni. Faremmo bene - come hanno fatto in questi giorni a Bruxelles - a rivoltare come un calzino un progetto destinato a un bilancio in rosso per almeno una cinquantina d'anni (lo dicono gli advisors internazionali). Faremmo bene a far due passi tra le sabbie di Ganzirri e gli ultimi bastioni della città di Messina, e a immaginarci questo pilone alto più dell'Empire State Building piantato lì, in mezzo a case, stagni e cristiani. Faremmo bene, per una volta, a misurare le goliardiche improvvisazioni di questo nostro governicchio che vuole solo e disperatamente aprire un cantiere, assumere un migliaio di padri di famiglia e dare appuntamento a tutti al 2020 che tanto poi ci pensa dio... La sinistra del ponte? In certi empiti d'entusiasmo, che stavano anche dentro i nostri programmi di governo di qualche anno fa, c'era piuttosto (si può dire?) un disagio da parenti poveri, l'ansia dei postcomunisti che vogliono passare ad ogni costo per moderna sinistra d'impresa: e poco importa per quale impresa.
Vorrei che si notasse: non mi sto appellando alla mafia (la mafia del ponte, gli appetiti di Provenzano, i movimenti terra regalati alle imprese dei picciotti...). Un rischio (che esiste, ahimè) ma non certo un pretesto per non fare. Il problema è che il questo ponte io lo riterrei inutile e pernicioso pure se la Padania fosse sommersa dal mare e invece che a Messina lo costruissero a Treviso. Solo che in quel caso lascerebbero parlare gli advisors e i sismologi. A noi siciliani invece toccano in sorte i poeti, i principi, i sorbetti di scorsonera e di cannella... E guai a ragionarci su, altrimenti che isola saremmo?

«Uno stato totalitario davvero efficiente sarà quello in cui un potentissimo esecutivo di capi politici e il loro esercito di manager controlleranno una popolazione di schiavi che non dovranno essere tenuti in catene perché amano la loro schiavitù»
(Aldous Huxley, Brave new world 1950)