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La vicenda delle dimissioni irrevocabili
di Turi Vasile dalla presidenza della Fondazione INDA per insanabili diversità
di vedute con l'assessore regionale ai BB.CC., on. Fabio Granata, e, soprattutto
col sindaco di Siracusa, avv. Titti Bufardeci, credo vada letta in senso
meta-teatrale e, più specificamente, politico. Che sia questo il
quadro di lettura, è emerso, con chiarezza cristallina, dall'incontro
organizzato dal Kiwanis Club di Siracusa nel salone "Gentile"
di via delle Vergini, lunedì 3 novembre. Promotore ed animatore
dell'iniziativa l'avvocato Glauco Reale, sostenitore di Turi Vasile e
delle sue idee sul teatro classico. Dagli interventi di Reale e di Granata
a apparso evidente che classe dirigente e politica di AN, in questa fase
storica, si potrebbe rappresentare come un'erma bifronte, con un volto
che guarda, nostalgicamente, al passato, con l'altro che scruta davanti
a sé, verso un futuro, incerto, ma progettabile. Reale guarda al
passato, Granata si adopera per interpretare il futuro ed abitarlo. All'interno
dell'INDA, Turi Vasile rappresentava (l'imperfetto s'impone) l'anima passatista
antistorica e antistoricista di quella destra che vede i cosiddetti valori
del passato, e di quelli classici in specie, come intangibili o, tangibili
fino ad un certo punto (fino a qual punto?), altrimenti ne scapiterebbe
la sacralità della tradizione, nei confronti della quale le più
recenti messinscene avrebbero perpetrato un alto tradimento. Siamo alla
pietrificazione, alla mummificazione dal passato, spia della quale può
essere la seguente dichiarazione di Vasile, pubblicata su 'La Sicilia'
martedì 17 giugno scorso, a pag. 28: "Per quanto mi riguarda
voglio intraprendere "il tentativo del salmone": risalire il
corso dei tempi, non del fiume, tornare alle origini, alle indicazioni
di Romagnoli del 1914". A Romagnoli, e a D'Annunzio, coi personaggi
più somiglianti alla 'Fedra' "inimitabile" che a stessi.
Mi rendo conto che per la gente comune (e per gente comune intendo anche
esponenti del ceto intellettuale dei laureati) è più facile
assecondare il senso comune, assai deleterio per il conformismo e la gregarietà,
che lo connotano, piuttosto ché il "buon senso" (quel
"buon senso" che, scriveva Manzoni a proposito delle "unzioni",
"c'era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune").
Quello stesso buon senso dimostrato, con fine 'understatement"',
nel suo lucido intervento, dal sindaco Bufardeci.
Mi rendo conto che è dura ad entrare nella comune cultura l'idea
che l’arte, qualsiasi forma d'arte, è interpretazione, "ermeneutica",
e che parlare di rispetto di un testo antico come fossero le Tavole della
Legge è segno non solo di pigrizia critica ma anche di ignoranza
delle più elementari problematiche connesse con la trasmissione
dei testi lungo secoli in cui manipolazioni volontarie e involontarie,
connesse con la loro copiatura manuale, hanno sovente alterato il presunto
testo "originale".
Per quanto la filologia si sia esercitata e si eserciti ancora sul "corpus"
delle tragedie (e non solo su di esse) pervenutoci, anche ammesso "per
absurdum" che si riesca a ricostruire il testo "originale"
(?) dell' 'Orestea' che Eschilo rappresentò nel 458 a. C. nel teatro
di Dioniso, ad Atene, duemilacinquecento anni di storia non sono passati
invano, è più che una patina di visioni dei mondo, di ideologie,
di credi religiosi, di sentimenti dell'uomo e del tempo e di tantissime
altre cose, quella che si è stesa su quel testo, che non è
più di Eschilo se non nominalmente, ma E di tutte le epoche che
con quel testo hanno "conversato", modificandolo. Dunque, più
che un "testo", l'Orestea, le Troiane, l'Eracle ecc., sono un
"pretesto", uno spunto da cui il regista, ogni regista, parte
per offrire al pubblico degli spettatori non l'idea della politica, della
società e della religione che Eschilo proponeva ai suoi concittadini
ma la sua idea della politica, della società e della religione.
Dov'é lo scandalo? Il teatro è vita, e la vita è
cangiante, come gli orpelli esteriori con cui cerchiamo di camuffarne
l'eterno dramma del vivere e del patire, dell'amore e dell'odio, della
guerra e della pace. Allora, se proprio vogliamo tornare alle origini,
vietiamo alle donne di recitare, via le Degli Esposti, le Crippa, le Di
Benedetto; le Antigoni, le Elettre, le Ecube siano i Branciaroli, i Popolizio,
i Lo Monaco. Vietiamo alle donne persino di venire a teatro come spettatrici,
infine, paradosso per paradosso, recitiamo le tragedie in greco antico,
così eviteremo di subire traduzioni troppo (?) moderne, sgangherate,
lontane dagli svolazzi carducciano-dannunziani di Romagnoli e di Bignone.
Anche sul versante delle traduzioni bisogna pensare storicamente. Non
si additino modelli di perfezione, perché si ricadrebbe su posizioni
di un classicismo morto e sepolto. Anche la traduzione è un prodotto
della storia, e della cultura dominante nel tempo in cui essa viene effettuata.
Credibile è quella traduzione che - come sostiene Roy Harris -
"Viene a patti con la propria effimerità rinunciando ad ogni
pretesa di validità se non come enunciato storico e, come ogni
enunciato storico, riconoscendo di essere intrinsecamente provvisoria,
correggibile e sostituibile.
"Amici dell'INDA" io vi esorto alla storia, altrimenti non salverete
l'"attualità perenne", rimarcata da Vasile, della tragedia
greca, anzi la condannerete ad una morte definitiva, espellendola dalla
contemporaneità. Antichi saremo davvero quando (e quanto) più
consapevolmente vivremo la condizione di precarietà della nostra
esistenza dì moderni o post-moderni, di uomini insomma.
P. S. Chi scrive non è vicino alla destra; tutt'altro. Epperò
giudica deprecabile l'assenza, da un dibattito così importante
per il futuro di una delle più significative istituzioni culturali
di Siracusa, di esponenti della sinistra politica e culturale. E' stata
sprecata un’ottima occasione per un confronto di idee utile alla
crescita culturale della città.
l'intervento
dello studioso
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