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Nessuno ha la misura esatta della
quantità di violenza domestica consumata nel mondo, all'interno
delle famiglie. L'Onu parla di una media mondiale del 35%, l'F.B.J. parla
di un 50%.
In Italia non abbiamo cifre concordi e definitive ma il recente Rapporto
sulla Sicurezza divulgato dal Ministero dell'Interno italiano ha rivelato
che in Italia circa l'80% degli omicidi sono "intrafamiliari".
Negli ultimi vent'anni, infatti, la violenza in famiglia è aumentata
del 1600% e tutte le statistiche concordano nel sostenere che il 95% delle
vittime sono donne e bambini indipendentemente dal livello di progresso
del paese, dallo stato sociale della vittima e dal livello di cultura
del maltrattatore.
Il degrado sociale, infatti, è un pretesto, perché si trovano
uomini violenti e assassini di donne anche fra i medici, i docenti, i
poliziotti, i carabinieri e finanche i magistrati.
In America dove vengono ammazzate 1400 donne all'anno (curiosamente stesso
dato lo si riscontra anche in Russia) per definire questo crimine, hanno
inventato un termine specifico: lo chiamano femmicidio.
Certo, il degrado sociale può costituire terreno più fertile,
ma la differenza sostanziale sta solo nell'autonomia economica della donna
che le consente, dopo, di rifarsi una vita.
Ancora in Italia, la Federcasalinghe denuncia 50.000 incidenti domestici
all'anno, dei quali almeno la metà non sono affatto incidenti ma
percosse e maltrattamenti. La violenza psicologica, poi, è insondabile,
indimostrabile e quindi impunibile e impunita. Ciò malgrado è
la più diffusa, la più debilitante e la più atroce.
Negli strati sociali alti, quelli acculturati, le donne si difendono divorziando,
a meno che non scelgano di sopportare in nome di un perbenismo che pagano
duramente. Negli strati sociali più bassi, invece, si sopporta
e basta perché la donna non ha mezzi economici autonomi, non ha
alternative ed è attanagliata dall'indigenza.
Fortissima è la tendenza generale a minimizzare la gravità
dei maltrattamenti. Anni fa, a Catania, una donna aveva portato un'ampia
documentazione fotografica di come l'aveva ridotta il marito. Ciò
malgrado l'avvocato di lui continuava a sostenere contro ogni evidenza
che si trattava di lesioni di poco conto.
L'unico tipo di denuncia che arrivava, un tempo, ai tribunali era quella
della sedotta e abbandonata che, pressata dalla famiglia per salvare l''onore',
rivendicava il matrimonio riparatore. In realtà la poveretta veniva
ulteriormente punita perché era costretta a sposare il suo violentatore.
In più, costui, dopo averla sposata, spesso si defilava e l'abbandonava
comunque. Ma l'onore era salvo!
Anche se vi accadono le più infami porcherie, la famiglia continua
ad essere indicata come luogo sacro da salvare e custodire ad ogni costo:
questa è la ragione più diffusa per la quale le donne non
denunciano oppure sporgono denuncia e poi la ritirano. Umiliazioni, insulti,
percosse, minacce, ricatti devono ripetersi per anni e anni prima che
abbandoni ogni speranza di cambiamento e si decida a spezzare la catena.
Insomma chi denuncia i maltrattamenti? Per lo più la donna giovane
e culturalmente attrezzata. Per il resto c'è un esercito di vittime
che arrivano al pronto soccorso dopo un pestaggio e puntualmente dicono
di essere cadute dalle scale. Alla fine, quando la donna finirà
per essere uccisa, il che accade in un caso su quattro, si dirà
che ad ucciderla è stato il suo assassino, ma non è così:
ad ucciderla sono stati anche quelli che l'hanno persuasa a non denunciare,
quelli che hanno banalizzato o minimizzato la violenza per ricomporre
comunque la coppia, chi ha visto, sentito, ascoltato e deciso di 'non
si intromettersi', di 'farsi i fatti propri', di non schierarsi, di restare
'neutrali'. A questi ignobili persone vogliamo dedicare la poesia a lato.
il
centro antiviolenza 'le nereidi' (c/o asl 8 - tel 0931.492752 - 492383)
offre alle donne sole o con figli, sostegno e aiuto legale, psicologico,
morale e soci
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