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La “questione lavoro”
nel complesso, ma in particolare nel Mezzogiorno, si può scomporre
in una serie di problematiche, spesso affrontate – ed è un
errore – con analisi separate. Proviamo a ricostruirle ed a leggerle
invece – come è giusto – quali molteplici aspetti di
un unico tema, con l’occhio comunque ad un caso particolare, la
Sicilia cioè.
Partiamo dai dati. La nostra regione registra un tasso di disoccupazione
nel 2002 pari al 20 per cento superiore al dato medio Mezzogiorno (18,3),
uguale al doppio del valore medio italiano, cinque volte superiore a quello
rilevabile nel Centro-Nord. Una differenziazione che si amplia con riferimento
alle donne (28,4 per cento, oltre il doppio del valore medio in Italia)
ed ancor più tra i giovani dai 15 ai 24 anni (uno su due contro
un valore medio Italia pari ad uno su tre).
Quali sono le ragioni principali alla base di questo “fallimento
di mercato”, di un’offerta cioè che non trova una domanda
corrispondente? Intanto, l’evidente insufficienza di questa domanda
che andrebbe ulteriormente stimolata e sostenuta. Non sono mancate negli
anni precedenti politiche di incentivazione, legislazioni di vantaggio,
aiuti a fondo perduto. Ma, evidentemente, nell’utilizzo di questa
“cassetta di attrezzi”, apparentemente ben munita, poco si
è tenuto conto di un rapporto che andava imposto tra spesa ed occupazione.
L’esperienza degli strumenti di sviluppo locale sui quali si erano
create aspettative positive è significativa. A fronte di flussi
finanziari di una certa entità non c’è un corrispondente
aumento significativo dell’occupazione, aumento comunque inferiore
rispetto alle previsioni progettuali.
Dal lato dell’offerta, possiamo mettere in luce tre profili che
la indeboliscono: la carenza di formazione, l’esistenza di un salario
di riserva evidentemente troppo alto, un ritardo psicologico che influenza
in maniera anomala il rifiuto del lavoro indipendente e la preferenza,
anche a costo di lunghe e defatiganti attese, verso l’impiego pubblico.
Stiamo ovviamente generalizzando. Ma resta il fatto concreto che su questi
tre profili si sono innestati distorsivi meccanismi di stampo clientelare.
Appariscenti nel caso della formazione, più subdoli ma non meno
pericolosi con riferimento al salario di riserva ed all’impiego
pubblico (due profili tra loro intimamente connessi).
C’è un ulteriore aspetto. In Sicilia, domanda ed offerta
di lavoro non si incontrano secondo procedure istituzionali. La ricerca
di occupazione sembra oggi un gigantesco gioco dell’oca con passi
avanti ed arretramenti, dove si vince incontrando il mediatore giusto,
ottenendo l’informazione giusta nel momento giusto, optando per
la “tessera” in quel momento giusta.
Se questi tre aspetti rappresentano il “cuore” della questione
lavoro, ed impongono dunque una seria riflessione sui correttivi da apportare
per introdurre efficienza e trasparenza nel mercato ufficiale del lavoro,
appaiono altrettanto pericolosi i mercati paralleli del lavoro che vanno
creandosi: il mercato del lavoro precario, quello del lavoro sommerso
e quello del lavoro criminale. Tutti questi tre mercati non sono blindati
né tra loro né rispetto al mercato legale. Ogni giorno,
un giovane siciliano disoccupato, alzandosi per iniziare la giornata,
fa idealmente un’analisi costi-benefici in relazione all’alternativa
tra il permanere in uno stato di non occupazione o viceversa inserirsi
in uno dei tre mercati paralleli che abbiamo citato. A questo punto con
effetti annunzio di rassicurazione per quanto riguarda il mercato del
precariato, elevato grado di tolleranza con riferimento al mercato del
sommerso, mantenimento di una soglia di “normalità”
nel mercato criminale, si depotenzia facilmente la forza contrattuale
dell’offerta del mercato legale.
Ancor più quando grazie alla riforma Biagi proponendo una serie
quasi infinita di figure contrattuali, e normandole, si rende rigida l’auspicata
flessibilità da un lato e si moltiplicano i “poor jobs”
(lavori poveri) dall’altro.
Un ultimo accenno va fatto al ruolo di regolatori del mercato giocato
dalle istituzioni, dai sindacati, dal falso volontariato attraverso le
false cooperative. Ancora distorsioni che, come la altre citate, hanno
un comune punto di partenza: l’occupazione cioè non come
diritto quanto privilegio da accordare se possibile stipulando fidelizzazione
in forme di consenso elettorale. Un mercato del lavoro, insomma, che sembra
sfuggire alle competenze degli economisti sia di scuola neoclassica (legati
cioè al teorema del salario uguale al livello di produttività)
che di scuola keynesiana (intestarditi cioè nella difesa del salario
minimo). Ma chi “governa” dunque il mercato del lavoro in
Sicilia?
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