la questione lavoro in sicilia

  di mario centorrino  

 

La “questione lavoro” nel complesso, ma in particolare nel Mezzogiorno, si può scomporre in una serie di problematiche, spesso affrontate – ed è un errore – con analisi separate. Proviamo a ricostruirle ed a leggerle invece – come è giusto – quali molteplici aspetti di un unico tema, con l’occhio comunque ad un caso particolare, la Sicilia cioè.
Partiamo dai dati. La nostra regione registra un tasso di disoccupazione nel 2002 pari al 20 per cento superiore al dato medio Mezzogiorno (18,3), uguale al doppio del valore medio italiano, cinque volte superiore a quello rilevabile nel Centro-Nord. Una differenziazione che si amplia con riferimento alle donne (28,4 per cento, oltre il doppio del valore medio in Italia) ed ancor più tra i giovani dai 15 ai 24 anni (uno su due contro un valore medio Italia pari ad uno su tre).
Quali sono le ragioni principali alla base di questo “fallimento di mercato”, di un’offerta cioè che non trova una domanda corrispondente? Intanto, l’evidente insufficienza di questa domanda che andrebbe ulteriormente stimolata e sostenuta. Non sono mancate negli anni precedenti politiche di incentivazione, legislazioni di vantaggio, aiuti a fondo perduto. Ma, evidentemente, nell’utilizzo di questa “cassetta di attrezzi”, apparentemente ben munita, poco si è tenuto conto di un rapporto che andava imposto tra spesa ed occupazione. L’esperienza degli strumenti di sviluppo locale sui quali si erano create aspettative positive è significativa. A fronte di flussi finanziari di una certa entità non c’è un corrispondente aumento significativo dell’occupazione, aumento comunque inferiore rispetto alle previsioni progettuali.
Dal lato dell’offerta, possiamo mettere in luce tre profili che la indeboliscono: la carenza di formazione, l’esistenza di un salario di riserva evidentemente troppo alto, un ritardo psicologico che influenza in maniera anomala il rifiuto del lavoro indipendente e la preferenza, anche a costo di lunghe e defatiganti attese, verso l’impiego pubblico. Stiamo ovviamente generalizzando. Ma resta il fatto concreto che su questi tre profili si sono innestati distorsivi meccanismi di stampo clientelare. Appariscenti nel caso della formazione, più subdoli ma non meno pericolosi con riferimento al salario di riserva ed all’impiego pubblico (due profili tra loro intimamente connessi).
C’è un ulteriore aspetto. In Sicilia, domanda ed offerta di lavoro non si incontrano secondo procedure istituzionali. La ricerca di occupazione sembra oggi un gigantesco gioco dell’oca con passi avanti ed arretramenti, dove si vince incontrando il mediatore giusto, ottenendo l’informazione giusta nel momento giusto, optando per la “tessera” in quel momento giusta.
Se questi tre aspetti rappresentano il “cuore” della questione lavoro, ed impongono dunque una seria riflessione sui correttivi da apportare per introdurre efficienza e trasparenza nel mercato ufficiale del lavoro, appaiono altrettanto pericolosi i mercati paralleli del lavoro che vanno creandosi: il mercato del lavoro precario, quello del lavoro sommerso e quello del lavoro criminale. Tutti questi tre mercati non sono blindati né tra loro né rispetto al mercato legale. Ogni giorno, un giovane siciliano disoccupato, alzandosi per iniziare la giornata, fa idealmente un’analisi costi-benefici in relazione all’alternativa tra il permanere in uno stato di non occupazione o viceversa inserirsi in uno dei tre mercati paralleli che abbiamo citato. A questo punto con effetti annunzio di rassicurazione per quanto riguarda il mercato del precariato, elevato grado di tolleranza con riferimento al mercato del sommerso, mantenimento di una soglia di “normalità” nel mercato criminale, si depotenzia facilmente la forza contrattuale dell’offerta del mercato legale.
Ancor più quando grazie alla riforma Biagi proponendo una serie quasi infinita di figure contrattuali, e normandole, si rende rigida l’auspicata flessibilità da un lato e si moltiplicano i “poor jobs” (lavori poveri) dall’altro.
Un ultimo accenno va fatto al ruolo di regolatori del mercato giocato dalle istituzioni, dai sindacati, dal falso volontariato attraverso le false cooperative. Ancora distorsioni che, come la altre citate, hanno un comune punto di partenza: l’occupazione cioè non come diritto quanto privilegio da accordare se possibile stipulando fidelizzazione in forme di consenso elettorale. Un mercato del lavoro, insomma, che sembra sfuggire alle competenze degli economisti sia di scuola neoclassica (legati cioè al teorema del salario uguale al livello di produttività) che di scuola keynesiana (intestarditi cioè nella difesa del salario minimo). Ma chi “governa” dunque il mercato del lavoro in Sicilia?